Santoro ci ha riconsegnato a B, ora ci salvi la Gabanelli

Vent’anni di attesa, la finalona raggiunta e poi una clamorosa sconfitta davanti al pubblico amico. Non sarebbe potuta finire peggio di così. “Servizio Pubblico” ha tradito se stesso, il coach ha sbagliato completamente la tattica, l’avversario dopo un inizio in salita ha preso il campo, lo ha dominato, dilagando nel finale. Fino all’irrisione.

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E non è che ci si possa consolare esultando per lo share da record. Cosa se ne fanno decine di migliaia di imprese e di famiglie ridotte sul lastrico, tre milioni di disoccupati e una generazione che non avrà mai un lavoro decente del ricordo di una trasmissione che avrebbe dovuto mettere alle corde, dati e fatti alla mano, lo scellerato timoniere del naufragio Italia – Silvio “Schettino” Berlusconi – e, colmo della beffa, ha ridato vigore e slancio alla sua rimonta?

Michele Santoro e Marco Travaglio hanno enormi responsabilità, altro che gioire di quel 33%, di quei nove milioni in trance ipnotica davanti agli schermi de La7. Il primo perché ha provato a trasformare il ring (l’ex premier ha iniziato teso, con la bocca impastata, lo sguardo basso, come un pugile che teme di essere picchiato duro) in uno sciagurato cabaret. E per giunta si è visto poi sfuggire di mano la situazione, addirittura concedendo al nemico di sempre l’onore di sedere al posto del socio gran fustigatore.

Il secondo, Travaglio, perché ha dimostrato di non saper andare oltre il trito (e per nulla televisivo) gioco di ruolo: lui che legge la solita infinita serie di accuse a B. Ma non le accuse che contano, gli errori commessi in anni di governo, bensì quelle di cronaca rosa, quelle sulle Olgettine. Argomenti fatui, in fondo, lievi, ancora per la maggioranza degli italiani.

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Eh sì, ci saremmo aspettati una requisitoria seria e affilata sui dieci anni perduti di governo Pdl-Lega. Sul perché l’Italia sia arrivata a quel fatidico passaggio del testimone di quattordici mesi fa tra Berlusconi e Mario Monti. Quindi, su come la crisi finanziaria sia precipitata, non perché improvvisamente la speculazione ci avesse messo nel mirino, ma perché non erano bastati due lunghi governi a larga maggioranza a consentire l’approvazione di riforme vere, dalle liberalizzazioni alla giustizia civile, dal fisco più leggero per le imprese al passaggio dal duopolio televisivo alle autostrade informatiche. Per competere e restare nel gruppetto di testa delle economie mondiali. Anche combattendo sul serio la corruzione, che invece resta il vero tallone d’Achille.

Cose risapute, direte. Forse, ma che valore avrebbe avuto sentirle dire forte e chiaro, con cifre e immagini, proprio davanti al presidente del Consiglio degli anni spensierati, quelli che il mondo ci rinfaccia di avere vissuto dilapidando il patrimonio da mettere a disposizione delle generazioni future.

E invece no. Una vergognosa gara di gag, a chi la spara più grossa. Uno show tragico, perché giocato sulla nostra pelle, la pelle di un popolo che danza sull’orlo del precipizio della storia. L’italico vizio, quello di Santoro, Travaglio e B (paradossalmente perfetti compari d’osteria) di buttarla in vacca, di ridere di tutto e su tutto, di giocare al gioco narciso di chi sa sorprendere di più il pubblico in sala con la battuta più esilarante.

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Adesso, però, pretendiamo la prova di appello. Non per lo spettacolo, ma per l’Italia. Ecco, la Gabanelli. Milena, dai, pensaci tu. Fatti, cifre, episodi, domande affilate, nessuna concessione all’ammiccamento e alla pacca sulla spalla. Preparaci per tempo una trasmissione seria in cui si dia lustro alla verità. Perché l’ultima risata, davvero, potrebbe seppellirci tutti.

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