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Il meglio può ancora venire. Oppure elezioni

E così Matteo Renzi ha superato la prova del voto, il dato è clamoroso e incontestabile. Non lo dico per piaggeria. La vittoria a valanga del Pd (sottolineo) sorprende soprattutto in un quadro europeo di macerie per i partiti delle grandi famiglie politiche, i popolari e i socialisti. Travolti in Gran Bretagna dal partito anti-Ue, l’Ukip del guascone (assiduo frequentatore di birrerie) Nigel Farage. Spazzati via in Francia dall’onda di piena del Front National (i post-fascisti che qui sono evaporati, ricordiamolo eh?) di Marine Le Pen. Ma anche in Spagna i due maggiori partiti perdono vistosamente colpi e non ho dimenticato la Grecia con Syriza.

A questo punto, ancora abbastanza a caldo, vedo soprattutto due scenari possibili.

In Europa nulla potrà essere come prima. Per quanto i Barroso e i Van Rompuy possano sostenere che le forze euroscettiche non hanno sfondato nel nuovo Parlamento di Strasburgo e finiranno per azzardare mosse gattopardesche. Angela Merkel oggi sa di avere un’unica sponda per evitare il dissolvimento dell’Eurozona ed è l’Italia di Matteo Renzi. Alla cancelliera non resta moltissimo tempo per tentare di riprendere il controllo dell’aereo. Dovrà fare concessioni. Vedremo quali e di che entità, ma non potranno essere pannicelli caldi. Ne sapremo qualcosa di più anche in base alle decisioni della Banca centrale europea, magari a cominciare da giovedì 5 giugno.

In Italia chi accusava Renzi di averci stordito di promesse che non avrebbe potuto mantenere ora dovrà cambiare refrain. A questo punto il governo è soltanto nelle mani del premier. L’opposizione interna del Pd è liquefatta, il potere interdittivo degli alleati precipita ai livelli dello zero termico. Dall’altra parte la disfatta potrà avere ripercussioni sulla leadership, sia in Forza Italia che nel Movimento 5 Stelle. Premesso tutto questo, se non dovessero consentirgli di cambiare i connotati al Paese a tempo di record, il segretario del Pd potrebbe serenamente agitare – lui sì – lo spauracchio del voto anticipato (qualcosa tipo “la palude mi blocca, chiedo aiuto agli italiani che davvero vogliono il cambiamento”). Immagino, per dire, che Alfano temendo l’estinzione sarà più malleabile d’ora in avanti e fin verso il 2018.

Ecco perché credo che il meglio possa ancora venire. Oppure elezioni.

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No agli anti-euro, no agli eurobond

Dopo avere sonnecchiato per tutta la campagna elettorale Angela Merkel ha avuto un improvviso sussulto. Si è accorta che, nel caso in cui gli anti-euro di Alternative für Deutschland entrassero nel Bundestag (il rischio c’è, dicono gli ultimissimi sondaggi, che li danno al 5%) per la ex ragazza dell’Est dalle giacchette multicolore si potrebbero spalancare le porte della Grande coalizione con i socialdemocratici. E allora, appello al voto. Che ci sta, ci mancherebbe.

Sono le motivazioni, che, ancora una volta, lasciano molto perplessi: cari tedeschi, non rinunciate a un’Europa stabile, che vi fa molto comodo. Un’Europa, potremmo dire, stabilmente cloroformizzata e impoverita dalla valuta unica a tutto vantaggio dell’export e del mercato del lavoro tedesco.

Mutualizzazione del debito (i famosi eurobond)? Manco a parlarne, né ora né mai. Saranno anche toni da campagna elettorale, il problema è che non si discostano da quello che Merkel ha sempre detto da almeno due anni a questa parte. Cambierà idea, la cancelliera, in caso di vittoria convincente? Non si capisce perché dovrebbe. A Roma prendano nota e non ci raccontino più, per favore, la favola dell’Europa solidale.

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Quanto è buono l’euro. Per i tedeschi

Dice: è tutta colpa della campagna elettorale. Sarà anche, ma certe frasi, proprio non riesco a mandarle giù. Angela Merkel oggi ai parlamentari tedeschi: “Intendiamo stabilizzare l’euro basandoci sull’assunto che la moneta unica è cosa buona per il nostro Paese, per i nostri posti di lavoro e per la nostra prosperità. Ecco perché vogliamo salvare l’euro”. Non basta. Gli eurobond, che renderebbero l’unione monetaria un’entità certamente meno soffocante e deleteria per i suoi stessi membri, non si faranno “finché noi ci saremo”.
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Poco importa, ovviamente, che il resto dell’Europa a 17 affoghi. Infatti la crescita langue e la disoccupazione…
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Qualcuno, a discolpa della Merkel, certamente insisterà: è il gioco delle parti, è campagna elettorale. Forse. Di sicuro la cancelliera sa che cosa sta a cuore alla maggioranza. Basta leggersi questo sondaggio di YouGov Deutschland. E non è affatto sicuri che cambi politica una volta rieletta.
Se non è Europa tedesca, che altro?

Quel che dovrebbe succedere adesso. Cominciando da Bersani

Non poteva andare peggio di così. Il Porcellum ha espresso tutta la sua forza devastratrice ed ecco che il Paese è di fatto ingovernabile. La conferma? Spread (quel numerino inutile e ininfluente, secondo Jocker B) subito su di 80-90 punti, rendimenti  dei Bot a 6 mesi (certo fissare un’asta per oggi, ce ne vuole di incoscienza) praticamente raddoppiati, indici di Piazza Affari affondati dalle banche. Siamo solo a metà giornata.

E adesso? Io la vedo così. Lasciar perdere qualunque sirena berluscona di larghe intese che porta diritto al baratro definitivo. Lo smacchiato di Bettola (Bersani ha perso anche lì, dicono che non è una novità, ma tant’è) rifletta qualche ora, poi rassegni le dimissioni e convochi un bel congresso straordinario del Pd in cui si danno le chiavi di casa a Matteo Renzi. Il rottamatore corra da Grillo e gli proponga il seguente patto: un anno (poi tutti liberi come prima) per fare le cose toste: dalla legge elettorale al conflitto d’interessi, dall’inasprimento della legge anti-corruzione alla riforma della riforma Fornero.

Ovviamente la parte regina la deve fare un piano di politica economica, che però non preveda agricoltura biologica per tutti e macchine a vapore. Ancora no, Beppe. Pensiamo prima al cuneo fiscale, per dire. Partiamo da imprese e lavoro. Per disinquinare c’è ancora un po’ di tempo.

Io credo che con buona volontà e umiltà (del Pd, che di fatto le elezioni – non so se lorsignori lo capiscono fino in fondo – le ha perse, come tutta la politica di Palazzo) si possa fare. Perché è chiaro che se invece non si fa (o peggio, si opta per l’accordo suicida con il Pdl, vissuto nel mondo civilizzato come sinonimo di disastro) non arriviamo vivi all’autunno. Forse nemmeno all’estate. E mi dite voi cosa ci si accomoda a fare in salotto, parlo ai Cinquestelle, se poi si appicca il fuoco?

L’alternativa al patto Pd-M5S è una tragedia greca (ogni riferimento è fortemente voluto) in cui i poteri forti con la P maiuscola – penso alle trame, anche internazionali, con cui abbiamo familiarizzato qualche decennio fa – potrebbero lasciarsi attraversare la mente dalla prospettiva di usare dei modi, diciamo, inurbani per rimettere le cose a posto, almeno per un po’. Vogliamo correre questo rischio? Davvero?

P.S. Per favore, la campagna elettorale è finita. Stop a battutine, nomignoli, bestiario e tutto il resto. Fate sul serio. Tutti. Adesso.

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Santoro ci ha riconsegnato a B, ora ci salvi la Gabanelli

Vent’anni di attesa, la finalona raggiunta e poi una clamorosa sconfitta davanti al pubblico amico. Non sarebbe potuta finire peggio di così. “Servizio Pubblico” ha tradito se stesso, il coach ha sbagliato completamente la tattica, l’avversario dopo un inizio in salita ha preso il campo, lo ha dominato, dilagando nel finale. Fino all’irrisione.

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E non è che ci si possa consolare esultando per lo share da record. Cosa se ne fanno decine di migliaia di imprese e di famiglie ridotte sul lastrico, tre milioni di disoccupati e una generazione che non avrà mai un lavoro decente del ricordo di una trasmissione che avrebbe dovuto mettere alle corde, dati e fatti alla mano, lo scellerato timoniere del naufragio Italia – Silvio “Schettino” Berlusconi – e, colmo della beffa, ha ridato vigore e slancio alla sua rimonta?

Michele Santoro e Marco Travaglio hanno enormi responsabilità, altro che gioire di quel 33%, di quei nove milioni in trance ipnotica davanti agli schermi de La7. Il primo perché ha provato a trasformare il ring (l’ex premier ha iniziato teso, con la bocca impastata, lo sguardo basso, come un pugile che teme di essere picchiato duro) in uno sciagurato cabaret. E per giunta si è visto poi sfuggire di mano la situazione, addirittura concedendo al nemico di sempre l’onore di sedere al posto del socio gran fustigatore.

Il secondo, Travaglio, perché ha dimostrato di non saper andare oltre il trito (e per nulla televisivo) gioco di ruolo: lui che legge la solita infinita serie di accuse a B. Ma non le accuse che contano, gli errori commessi in anni di governo, bensì quelle di cronaca rosa, quelle sulle Olgettine. Argomenti fatui, in fondo, lievi, ancora per la maggioranza degli italiani.

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Eh sì, ci saremmo aspettati una requisitoria seria e affilata sui dieci anni perduti di governo Pdl-Lega. Sul perché l’Italia sia arrivata a quel fatidico passaggio del testimone di quattordici mesi fa tra Berlusconi e Mario Monti. Quindi, su come la crisi finanziaria sia precipitata, non perché improvvisamente la speculazione ci avesse messo nel mirino, ma perché non erano bastati due lunghi governi a larga maggioranza a consentire l’approvazione di riforme vere, dalle liberalizzazioni alla giustizia civile, dal fisco più leggero per le imprese al passaggio dal duopolio televisivo alle autostrade informatiche. Per competere e restare nel gruppetto di testa delle economie mondiali. Anche combattendo sul serio la corruzione, che invece resta il vero tallone d’Achille.

Cose risapute, direte. Forse, ma che valore avrebbe avuto sentirle dire forte e chiaro, con cifre e immagini, proprio davanti al presidente del Consiglio degli anni spensierati, quelli che il mondo ci rinfaccia di avere vissuto dilapidando il patrimonio da mettere a disposizione delle generazioni future.

E invece no. Una vergognosa gara di gag, a chi la spara più grossa. Uno show tragico, perché giocato sulla nostra pelle, la pelle di un popolo che danza sull’orlo del precipizio della storia. L’italico vizio, quello di Santoro, Travaglio e B (paradossalmente perfetti compari d’osteria) di buttarla in vacca, di ridere di tutto e su tutto, di giocare al gioco narciso di chi sa sorprendere di più il pubblico in sala con la battuta più esilarante.

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Adesso, però, pretendiamo la prova di appello. Non per lo spettacolo, ma per l’Italia. Ecco, la Gabanelli. Milena, dai, pensaci tu. Fatti, cifre, episodi, domande affilate, nessuna concessione all’ammiccamento e alla pacca sulla spalla. Preparaci per tempo una trasmissione seria in cui si dia lustro alla verità. Perché l’ultima risata, davvero, potrebbe seppellirci tutti.

L’Agenda Monti e qualche paradosso

Il sacro fuoco della politica che ha ormai rapito il premier uscente ci ha regalato poche ore fa un altro post sul suo sito Agenda Monti, annunciato ovviamente da un tweet. Bene, pian piano alcuni termini della sua salita in politica si rendono più espliciti. Anche se siamo ancora lontani dall’avere dissipato legittimi dubbi, non tanto sulla bontà dei presupposti quanto sull’efficacia dell’azione. Ecco, prendiamo il punto 3 e il 5, per esempio, a mio avviso alquanto contraddittori.

Punto 3. “La nuova formazione politica alla quale stiamo dando vita, adottando l’Agenda Monti come ispirazione per un programma di governo” intende “costituirsi come elemento di spinta per la trasformazione dell’Italia, in contrapposizione alle forze conservatrici”.

Molto bene. L’ambizione è tutto e al professore non fa difetto. Mi chiedo però come Mario Monti potrà convincere gli italiani – dopo averli salassati – a votare in massa e rendere effettivamente forza di governo una formazione politica in cui il principale interprete si guarderà bene dal correre il rischio di un flop elettorale, mandando avanti fanti e luogotenenti ben noti, che certo non entusiasmano (finora eh, aspettiamo le liste) per le qualità di riformatori a tutto tondo. Europeisti in sonno ce ne saranno anche, tra gli elettori, ma basterà a entusiasmarli la vaga promessa di un’Italia capace di tornare a essere “grande nazione”?

Punto 5. “ll nuovo movimento nasce con l’ambizione di raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani”. Nel caso il colpaccio non riuscisse “cercheremo la convergenza con le forze politiche che adottino una linea d’azione compatibile con la nostra strategia europea”. E qui maliziosamente ci si potrebbe chiedere quali, visto che – paradossalmente – poche righe sopra il documento assesta un colpo a destra e uno a sinistra, mettendole congiuntamente nel gran calderone delle “forze conservatrici”, “prone ad interessi particolari,  a protezioni corporative o addirittura dichiaratamente anti-europeiste”.

Infine, a margine ma nemmeno troppo, il punto 4, che cita un punto debole classico delle forze moderate in Italia, il “carattere laico” della nuova formazione. Se lo difenderà con coerenza, Monti al momento buono dovrà fare i conti con la sponsorship d’Oltretevere. Un handicap non da poco. Lo si è visto in maniera ricorrente, per esempio, nel Pd e ancora prima nell’Unione, con le dissertazioni infinite tra partiti e correnti d’ispirazione cattolica e non.

Come dire, speriamo che di qui al varo definitivo delle liste riunite attorno all’Agenda Monti alcune scelte si chiariscano in maniera definitiva. E, soprattutto, la squadra del premier sia pronta ad avviare l’intensa stagione di riforme prospettata.

Monti-Agenda