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Ultralarga la banda, sempre stretta la via

L’ultimo piano sulla banda larga per cancellare il ritardo cronico dell’Italia in fatto di digital divide, montagna da scalare sulla via stretta dello sviluppo e dell’innovazione, risale al 2009. Ricordate? Erano i tempi di Paolo Romani, allora viceministro per lo Sviluppo con delega alle Comunicazioni. Un progetto da 1,47 miliardi, più realisticamente 800 (ma realmente disponibili 400), precipitati a zero. Si disse: abbiamo altre priorità, rinviamo alla fine della crisi. Bastò un attimo per non pensarci più.

Corre l’anno 2015, la crisi non è affatto finita (Romani – e non solo lui – pensava potesse durare al massimo mesi, mica anni), anche se nuove stime sulla crescita del Paese la danno puntualmente sul punto di essere archiviata. E torna imperiosamente di moda la banda larga. Nel frattempo è diventata ultralarga, velocità superiore ai 30 Mbps, perché larga e basta – sopra 2 Mbps, dove peraltro vantiamo il livello di copertura più basso della Ue – non è più sufficiente.

Gli altri Paesi, ovvio, mica sono rimasti a guardare.

L’Italia, invece, in paziente attesa dei comodi di un grande operatore ex monopolista a caso – che neppure questa volta viene vessato, ci mancherebbe altro – è riuscita a scivolare al venticinquesimo posto su 28 nel Digital economy and society index della Commissione europea. Piena zona retrocessione. Per dire, nell’ultralarga contiamo solo un 2,2% degli abbonamenti, contro il 22% di media Ue. La Commissione, tanto per cambiare, ci ha strigliato: quando ve la date una mossa?

Così il governo ha esaminato ieri sera il suo piano per riportarci in vetta. Slide ben curate a parte qualche refuso poi sistemato, l’onesta presa d’atto della Caporetto, nuovi ambiziosi obiettivi in linea con quelli europei, termini smart tipo cluster o blue sky case, e soprattutto la prospettiva di muovere risorse pubbliche e private fino a 12 miliardi di euro in 7 anni (tipo le calende greche, ma prendiamola per buona) con l’aiuto dei santi fondi Ue e di quel certo piano Juncker così vago e poco promettente. Che poi, i fondi europei sono proprio quelli che noi italiani non riusciamo mai a spendere.

Tutto per quando? Entro il 2020. Di mezzo c’è appena la fase di attuazione e forse per allora avremo un altro governo.

Sarà anche che questa è #lavoltabuona, ma alla fine ci avremo messo tre lustri. Speriamo bene.

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In morte del popolo italiano

Italiani popolo di poeti, santi, navigatori, parolai fino allo sfinimento, congiurati, voltagabbana, codardi, faziosi, approssimativi, analfabeti di ritorno, egoisti, egoriferiti, narcisisti, viziati, presuntuosi e inconcludenti, invidiosi sociali e individuali, quindi patetici, pagliacci, inesauribili battutisti, cinici, passando naturalmente per evasori fiscali, truffatori, ladri, puttanieri e puttane.

Ovviamente grandi cuochi amanti del bel vivere e comunque (tra noi, proprio tra noi) mafiosi, camorristi, ndranghetisti, incensurati collusi, corrotti, corruttori, venduti, inciucisti, rivoluzionari con villa condonata su spiaggia, censori e millantatori, parassiti, sfaticati cronici, paraculi, bugiardi, bastiancontrari, isterici, maleducati, arroganti, violenti, disfattisti, capaci di tutto e nulla, comunque inaffidabili… e potrei andare avanti per ore, giorni, mesi, anni, secoli.

Guardiamoci allo specchio, riconosciamoci, inginocchiamoci, ammettiamo tutte le nostre colpe. Anche quelli che pensano di avere ragione perché gli altri hanno torto, è chiaro. Anche quelli che si indignano leggendo un’invettiva (“ma io non sono così!”) e che pensano di essere i buoni perché i cattivi sono tutti gli altri. Restare impotenti a guardare, a volte, è peggio. Ma anche contestare, ridicolizzare  e demolire sistematicamente le decisioni della maggioranza, e come minimo le idee altrui (senza ascoltare, va da sé), è peggio. E lavare i panni sporchi in pubblico non è trasparente, sapete, è profondamente stupido.

Siamo già molto oltre il completo disfacimento, siamo in avanzato stato di decomposizione morale e materiale.

Non siamo una nazione. Siamo quella Casa dello Studente che si è sbriciolata e non è stata mai più ricostruita. Siamo l’Expo di Milano che si farà poco, di fretta e male. Siamo la campagna avvelenata della Campania che fu Felix e il mare martoriato di Bagnoli. Siamo Brescia con la diossina nei giardinetti e i bravi sindaci onesti che non la bonificano. Siamo quelli che godono della bella città lumière subalpina salvo poi scoprire che era tutto a debito, e che debito, ma chi lo ha creato per qualche ora è stato anche messo nella rosa dei papabili per il Quirinale.

E siamo anche l’Olivetti gioiello hi-tech ante-litteram che poteva essere altro che Apple o Samsung e non è stato, come mille altre eccellenze, perché è sempre maledettamente più facile puntare alla rendita che all’impresa. Siamo quelli con il maggior patrimonio culturale del mondo inesorabilmente e follemente lasciato a marcire perché non studiamo più (ah, l’ortografia, questa sconosciuta), non sappiamo chi siamo e da dove veniamo.

Avevamo ogni bendidìo a portata di mano, abbiamo scelto di sprecarlo per goderne solo e rigorosamente la parte più effimera spacciando tutto questo per eleganza, creatività e Italian lifestyle. Siamo morti che camminano, sapete, perché abbiamo permesso che negli ultimi trent’anni fossero rase al suolo le fondamenta stesse della convivenza civile e del progresso e del benessere. Lo ha detto Nicola Gratteri (non vi dico chi è, andatevelo a cercare): senza una scuola e un sistema giudiziario funzionanti non abbiamo speranza di cambiare in meglio. Sono sicuro che qualcuno da qualche parte se la ride e commenta soddisfatto: missione compiuta.

Ma così abbiamo allevato cittadini impalpabili insieme a politici e dirigenti privi della qualità essenziale: il senso del bene comune, del progetto condiviso, della capacità di proporre una visione che metta in carreggiata il Paese. Verso il futuro. Per offrire una speranza. Ce la siamo strappata la speranza, è ormai un arto amputato, e compiacendoci del caos abbiamo consegnato le chiavi, direttamente o indirettamente, volutamente o meno, alla criminalità organizzata e nel migliore dei casi alla tecnocrazia taccagna di Bruxelles e Francoforte. Gli arresti e gli scandali di ogni santo giorno raccontano questa storia. I dati funerei dell’economia (silenziati, quelli sì, in questi giorni di stallo politico infinito) lo gridano al mondo.

Forse non c’è più nulla di cui ridere, sapete, e nemmeno di cui dibattere incessantemente. Non riusciamo a mantenere la parola data per più di cinque minuti, non riusciamo nemmeno più a guardarci in faccia. Come Bersani durante l’incontro con Crimi e Lombardi (quelli della foto buffa su Facebook nella sera più drammatica della Repubblica da molto tempo a questa parte). Come quei 400 e rotti al teatro Capranica.

A questo punto siamo arrivati. Il punto, immagino, di non ritorno. E non spero nemmeno che riflettiate su quello che ho scritto (chi sono io per pretenderlo?). Semplicemente, ora che ufficialmente aspiriamo a essere una monarchia, farete spallucce e continuerete a massacrarci come se nulla fosse. Good luck, Italia.

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Faz über alles

Faz über alles

Segnalato da Munchau sul suo blog. Guardate che cosa scrive l’autorevole (si dice sempre così) giornalone di Francoforte. Se avete problemi con il tedesco fatevi dare una mano da un traduttore (anche Google translator può venirvi incontro, pur con tutti i limiti del caso), ma leggete fin dove può arrivare la manipolazione dei fatti e delle cifre per l’uso politico del caso. Austerity al posto dei panzer (sempre sperando che non sia davvero così, che l’incubo finisca dopo le elezioni in Germania). Siamo messi davvero non troppo bene. E in Italia servirebbe un governo vero. Ora più che mai.

Santoro ci ha riconsegnato a B, ora ci salvi la Gabanelli

Vent’anni di attesa, la finalona raggiunta e poi una clamorosa sconfitta davanti al pubblico amico. Non sarebbe potuta finire peggio di così. “Servizio Pubblico” ha tradito se stesso, il coach ha sbagliato completamente la tattica, l’avversario dopo un inizio in salita ha preso il campo, lo ha dominato, dilagando nel finale. Fino all’irrisione.

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E non è che ci si possa consolare esultando per lo share da record. Cosa se ne fanno decine di migliaia di imprese e di famiglie ridotte sul lastrico, tre milioni di disoccupati e una generazione che non avrà mai un lavoro decente del ricordo di una trasmissione che avrebbe dovuto mettere alle corde, dati e fatti alla mano, lo scellerato timoniere del naufragio Italia – Silvio “Schettino” Berlusconi – e, colmo della beffa, ha ridato vigore e slancio alla sua rimonta?

Michele Santoro e Marco Travaglio hanno enormi responsabilità, altro che gioire di quel 33%, di quei nove milioni in trance ipnotica davanti agli schermi de La7. Il primo perché ha provato a trasformare il ring (l’ex premier ha iniziato teso, con la bocca impastata, lo sguardo basso, come un pugile che teme di essere picchiato duro) in uno sciagurato cabaret. E per giunta si è visto poi sfuggire di mano la situazione, addirittura concedendo al nemico di sempre l’onore di sedere al posto del socio gran fustigatore.

Il secondo, Travaglio, perché ha dimostrato di non saper andare oltre il trito (e per nulla televisivo) gioco di ruolo: lui che legge la solita infinita serie di accuse a B. Ma non le accuse che contano, gli errori commessi in anni di governo, bensì quelle di cronaca rosa, quelle sulle Olgettine. Argomenti fatui, in fondo, lievi, ancora per la maggioranza degli italiani.

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Eh sì, ci saremmo aspettati una requisitoria seria e affilata sui dieci anni perduti di governo Pdl-Lega. Sul perché l’Italia sia arrivata a quel fatidico passaggio del testimone di quattordici mesi fa tra Berlusconi e Mario Monti. Quindi, su come la crisi finanziaria sia precipitata, non perché improvvisamente la speculazione ci avesse messo nel mirino, ma perché non erano bastati due lunghi governi a larga maggioranza a consentire l’approvazione di riforme vere, dalle liberalizzazioni alla giustizia civile, dal fisco più leggero per le imprese al passaggio dal duopolio televisivo alle autostrade informatiche. Per competere e restare nel gruppetto di testa delle economie mondiali. Anche combattendo sul serio la corruzione, che invece resta il vero tallone d’Achille.

Cose risapute, direte. Forse, ma che valore avrebbe avuto sentirle dire forte e chiaro, con cifre e immagini, proprio davanti al presidente del Consiglio degli anni spensierati, quelli che il mondo ci rinfaccia di avere vissuto dilapidando il patrimonio da mettere a disposizione delle generazioni future.

E invece no. Una vergognosa gara di gag, a chi la spara più grossa. Uno show tragico, perché giocato sulla nostra pelle, la pelle di un popolo che danza sull’orlo del precipizio della storia. L’italico vizio, quello di Santoro, Travaglio e B (paradossalmente perfetti compari d’osteria) di buttarla in vacca, di ridere di tutto e su tutto, di giocare al gioco narciso di chi sa sorprendere di più il pubblico in sala con la battuta più esilarante.

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Adesso, però, pretendiamo la prova di appello. Non per lo spettacolo, ma per l’Italia. Ecco, la Gabanelli. Milena, dai, pensaci tu. Fatti, cifre, episodi, domande affilate, nessuna concessione all’ammiccamento e alla pacca sulla spalla. Preparaci per tempo una trasmissione seria in cui si dia lustro alla verità. Perché l’ultima risata, davvero, potrebbe seppellirci tutti.