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Noi e gli ultras. Poi non dite alla politica

Noi e gli ultras. Poi non dite alla politica

Ora, se i lettori del Sole 24 Ore, che non è la Padania, rivelano un tale grado di confusione mentale su una materia da bar che non ammetterebbe equivoci, che cosa possiamo fare più per questo Paese devastato? Le tifoserie organizzate andrebbero sciolte e basta, invece quasi il 50% non lo vorrebbe proprio. Molto più della metà, il 70%, non vede come un problema più serio del razzismo il fatto che ogni fine settimana i teppisti da curva cantino cori che augurano la morte, offendano madri, padri e sorelle o, quantomeno, riversino in campo tonnellate di odio contradaiolo. Quasi la metà pensa che i club debbano trovare soluzioni (e nel caso subire sanzioni) per una questione che altrove è stata risolta dai ministri dell’Interno, semplicemente mettendo al bando organizzazioni comandate da personaggi ai quali non affidereste a cuor leggero i vostri bambini. Se non si capisce che siamo di fronte a gruppi di violenti seriali e al loro ricatto permanente di cosa ci dobbiamo ancora stupire?

Telecom, la Merkel e dove potremmo essere, fra qualche anno

Sia chiaro, non dirò nulla di nuovo. Giusto – tra una polemica e l’altra su Telecom e Alitalia in mani straniere – mi fermo un momento e ripenso a cose lette qualche mese fa.

Titolo, grosso modo: “Dove saremo nel 2050”. Beh, prima di arrivare al 2050 ce ne corre, lo so. Però anche solo nel 2025 o nel 2030 molti di noi potrebbero essere ancora qui. E potrebbero ricordare – come io ricordo gli anni 80 e le aspettative e la spensieratezza sul futuro radioso di una nazione quinta, sesta potenza economica mondiale – di cosa si discuteva nel 2013.

E quindi. Mi è tornata in mente, pensa te, la relazione dei saggi, il famoso gruppo di lavoro “in materia economico-sociale” voluto da Napolitano alla fine del preincarico a Bersani. Primavera scorsa, mica dieci anni fa. I nomi, se può servire: Filippo Bubbico, Giancarlo Giorgetti, Enrico Giovannini, Enzo Moavero Milanesi, Giovanni Pitruzzella, Salvatore Rossi.

A pagina 12 dell’appendice statistica ecco due grafici sul futuro che oggi potrebbe sembrare lontano.

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Insomma, già da qualche anno si stima che fra venti, trenta o quarant’anni la parte di mondo più ricca – quella dove esploderanno i consumi, dove ci sarà una classe media – non sarà più la nostra. Domanda idiota (me lo dico da me): noi come vivremo? Che ne sarà del nostro welfare, dei nostri risparmi, del nostro sempre più precario benessere, delle polemiche sulle larghe intese e sulle ricette per fare ripartire l’economia dentro o fuori il sistema dell’euro?

Dice il documento dei saggi del Colle:

“Il mondo occidentale si trova a fronteggiare un processo storico di riorientamento dei flussi di commercio internazionale a favore delle economie emergenti e dei paesi in via di sviluppo (Figura 14). Tale processo rappresenta anche un’opportunità straordinaria per un paese come l’Italia, potenzialmente in grado di offrire a centinaia di milioni di soggetti che si affacciano ai mercati globali beni e servizi ad elevato valore aggiunto (Figura 15).

Anzi, va sottolineato come una prospettiva di crescita economica in grado di assorbire la disoccupazione attuale e di offrire reali opportunità di realizzazione del capitale umano disponibile, soprattutto a donne e giovani, passi necessariamente attraverso un consistente e duraturo aumento delle esportazioni di beni e servizi verso le aree geo-economiche più dinamiche, accompagnato da una più forte competitività delle imprese nazionali sul mercato interno, così da evitare che tale aumento venga spiazzato da una proporzionale crescita delle importazioni”.

Ora, se anche così fosse (“opportunità straordinaria”), resta che la deindustrializzazione drammatica vissuta dall’Italia negli ultimi 6 anni (-25% della produzione, dato ormai alla luce del sole) potrà magari essere arrestata da un ritorno degli investitori esteri, ma solo quando e se avremo riformato fisco, mercato del lavoro e giustizia. Liberato il Paese dalle catene di una burocrazia pervasiva e di una spesa pubblica parassitaria, nei decenni a venire potremmo ragionevolmente candidarci a fare la parte che la storia sembra ormai volerci attribuire, quella dell’economia-tornata-emergente. Che la cosa ci piaccia o meno.

Per capirci meglio. Ecco una tabellona di PwC, gennaio 2013. GDP sta per Pil e PPP sta per parità di potere d’acquisto:

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Perfino la Germania (soprattutto se con Mutti Merkel continuerà a privilegiare la chiusura a un’Europa davvero integrata e l’euro continuerà a frenare la crescita dei Paesi periferici) avrà il suo bel da fare per restare in corsa. Del resto, uno dei problemi, noti, è quello dell’invecchiamento della popolazione. Se anche sei molto previdente, efficiente e organizzato, non puoi battere Cina, India e Indonesia sui trend demografici.

Ecco, così, pensavo tra me e me. Dove saremo, nel 2050?

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Superare nei prossimi dieci anni la Germania

http://www.europaquotidiano.it/2013/08/07/matteo-renzi-alla-festa-dem-di-bosco-albergati-video/

Matteo Renzi è tornato dopo un lungo silenzio. Dal minuto 18.45 al 19.15 parla di Grecia per non deprimersi, Germania per crederci e Italia che non è da serie B. I giornali ovviamente hanno titolato su altro, ma a me è piaciuto, più di quando è tornato a parlare degli equilibrismi di partito e di palazzo. Che pure sono lì, ci mancherebbe, e logorano molto più tutti noi che Enrico Letta.

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La malvagità premeditata di Standard and Poor’s

Il report di Standard and Poor’s

Eh sì, dopo avere letto l’analisi che ha spinto Standard and Poor’s ad avvicinare ulteriormente al livello spazzatura il rating sovrano dell’Italia (un taglietto, per ora, solo quel piccolo segno + davanti alla tripla B) non si può che arrivare a una conclusione: sono cattivi dentro. Ma come, proprio adesso che la luce in fondo al tunnel, fioca magari, si vedeva distintamente? Del resto basta scorrere le prime righe per capire:

“The rating action reflects our view of a further worsening of Italy’s economic prospects coming on top of a decade of real growth averaging minus 0.04%”. Qualcuno può aver frainteso. Non è che quel “further worsening” vuol dire quadro in miglioramento?

Non ha influito, certamente, sul giudizio dell’agenzia la notizia della Cassazione in corsia di sorpasso sulla sentenza Mediaset. Troppo recente. Molto di più hanno pesato i mille distinguo nel governo delle cosiddette larghe intese, i rinvii degli ultimi mesi su Imu e Iva, l’assenza di decisioni definitive e scelte chiare. Ha evitato il peggio, forse, la promessa del premier Enrico Letta di mettere fretta alla P.a. sui pagamenti dell’arretrato alle imprese. “Could contribute to a recovery in investment, particularly during the first half of 2014”.

E adesso? Adesso ci possiamo aspettare altri tagli, scrive S&P’s nel report che boccia l’Italia, già nel corso del 2013 o al più tardi nel 2014, se le cose – come sembra – continueranno a non cambiare in maniera sostanziale. Poi non resterà che il piano Draghi, che si chiami Omt o no. In ogni caso il nostro futuro non dipenderà più da noi. Non manca molto.

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Brasile-Italia, ma non è la partita di stasera

“Love and panic on the streets of Sao Paulo, Rio, Fortaleza, Belo Horizonte…”

“Amor proprio”. “La goccia che fa traboccare il vaso”. “Ribellione dell’amore (che un po’ evoca il partito dell’amore, ma non quello di Cicciolina e Moana)”. Durante la lettura di questo post sull’Independent fioccano paragoni con la realtà italiana. Si parla di fine della dignità, di classe dirigente corrotta e disinteressata ai veri bisogni del Paese, di fiumi di denaro pubblico che vanno ovunque tranne che nella direzione giusta, quella dei trasporti pubblici, dell’istruzione, della sanità.

Che la ribellione deflagrata in Brasile durante la Confederations Cup – trasversale, non limitata ai meno abbienti, come ben descritto da James Young nel post – abbia giustificazioni più che comprensibili (e non velleitarie o utopiche) lo dimostra il fatto che imbarazza non poco il governo del Partito dei Lavoratori del presidente Dilma Rousseff e prima ancora dell’ex presidente Luiz Inàcio Lula da Silva, lo stesso da cui si sentirono traditi anni fa i Senza terra. Rousseff è uscita allo scoperto in grave ritardo, forse perché si è accorta che le manifestazioni in corso da Rio de Janeiro a San Paolo, da Fortaleza a Salvador de Bahia non sono un fuoco di paglia e rappresentano un ventaglio di istanze sociali molto concrete e radicate.

Che nei Paesi emergenti – non dimentichiamoci la Turchia, anche se la dura repressione del governo di Recep Tayyip Erdogan per ora ha messo il silenziatore alla rivolta – ci sia un problema grande come una casa è ormai molto chiaro: anni di crescita economica impetuosa di cui primi beneficiari sono stati le classi dirigenti e gli investitori esteri (industriali e finanziari), molto meno le popolazioni locali. E’ bastata una frenata dell’economia mondiale a fare venire a galla le contraddizioni. Perché chi ha conosciuto un improvviso benessere, avrebbe detto Catalano, non ci sta a fare marcia indietro altrettanto rapidamente.

“L’altra faccia del boom brasiliano … di questi ultimi dieci anni, – scrive Roberto Da Rin sul Sole 24 Ore parlando di “miracolo interrotto” nel gigante sudamericano, oggi sesta potenza globale, ma nello stesso tempo Brics in crisi di identità – apre interrogativi che si riverberano su un intero modello di sviluppo. La crescita economica guidata da tre presidenti, Fernando Henrique Cardoso, Lula e Rousseff, ha trascinato fuori dalla miseria 30 milioni di brasiliani. Vero. Ma ha conferito loro uno status di consumatori, non di cittadini. Ai crediti, agli incentivi al consumo che hanno spinto il volano dell’economia, non ha fatto seguito un aumento della qualità dei servizi sociali, educazione, sanità, scuola”.

Ascesa e declino. Con sfumature diverse e una tempistica colpevolmente diversa (addirittura vent’anni, non dieci, sprecati in diatribe personalistiche e dispute giudiziarie a scapito di riforme e modernizzazione del Paese) sembra un po’ la nostra storia di Paese improvvisamente felice, nei favolosi anni 80 e negli edonistici 90, ma ora destinato a un doloroso e inesorabile impoverimento.

Ed è impossibile non arrivare alla conclusione: ma com’è che invece in Italia non succede ancora nulla?

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In morte del popolo italiano

Italiani popolo di poeti, santi, navigatori, parolai fino allo sfinimento, congiurati, voltagabbana, codardi, faziosi, approssimativi, analfabeti di ritorno, egoisti, egoriferiti, narcisisti, viziati, presuntuosi e inconcludenti, invidiosi sociali e individuali, quindi patetici, pagliacci, inesauribili battutisti, cinici, passando naturalmente per evasori fiscali, truffatori, ladri, puttanieri e puttane.

Ovviamente grandi cuochi amanti del bel vivere e comunque (tra noi, proprio tra noi) mafiosi, camorristi, ndranghetisti, incensurati collusi, corrotti, corruttori, venduti, inciucisti, rivoluzionari con villa condonata su spiaggia, censori e millantatori, parassiti, sfaticati cronici, paraculi, bugiardi, bastiancontrari, isterici, maleducati, arroganti, violenti, disfattisti, capaci di tutto e nulla, comunque inaffidabili… e potrei andare avanti per ore, giorni, mesi, anni, secoli.

Guardiamoci allo specchio, riconosciamoci, inginocchiamoci, ammettiamo tutte le nostre colpe. Anche quelli che pensano di avere ragione perché gli altri hanno torto, è chiaro. Anche quelli che si indignano leggendo un’invettiva (“ma io non sono così!”) e che pensano di essere i buoni perché i cattivi sono tutti gli altri. Restare impotenti a guardare, a volte, è peggio. Ma anche contestare, ridicolizzare  e demolire sistematicamente le decisioni della maggioranza, e come minimo le idee altrui (senza ascoltare, va da sé), è peggio. E lavare i panni sporchi in pubblico non è trasparente, sapete, è profondamente stupido.

Siamo già molto oltre il completo disfacimento, siamo in avanzato stato di decomposizione morale e materiale.

Non siamo una nazione. Siamo quella Casa dello Studente che si è sbriciolata e non è stata mai più ricostruita. Siamo l’Expo di Milano che si farà poco, di fretta e male. Siamo la campagna avvelenata della Campania che fu Felix e il mare martoriato di Bagnoli. Siamo Brescia con la diossina nei giardinetti e i bravi sindaci onesti che non la bonificano. Siamo quelli che godono della bella città lumière subalpina salvo poi scoprire che era tutto a debito, e che debito, ma chi lo ha creato per qualche ora è stato anche messo nella rosa dei papabili per il Quirinale.

E siamo anche l’Olivetti gioiello hi-tech ante-litteram che poteva essere altro che Apple o Samsung e non è stato, come mille altre eccellenze, perché è sempre maledettamente più facile puntare alla rendita che all’impresa. Siamo quelli con il maggior patrimonio culturale del mondo inesorabilmente e follemente lasciato a marcire perché non studiamo più (ah, l’ortografia, questa sconosciuta), non sappiamo chi siamo e da dove veniamo.

Avevamo ogni bendidìo a portata di mano, abbiamo scelto di sprecarlo per goderne solo e rigorosamente la parte più effimera spacciando tutto questo per eleganza, creatività e Italian lifestyle. Siamo morti che camminano, sapete, perché abbiamo permesso che negli ultimi trent’anni fossero rase al suolo le fondamenta stesse della convivenza civile e del progresso e del benessere. Lo ha detto Nicola Gratteri (non vi dico chi è, andatevelo a cercare): senza una scuola e un sistema giudiziario funzionanti non abbiamo speranza di cambiare in meglio. Sono sicuro che qualcuno da qualche parte se la ride e commenta soddisfatto: missione compiuta.

Ma così abbiamo allevato cittadini impalpabili insieme a politici e dirigenti privi della qualità essenziale: il senso del bene comune, del progetto condiviso, della capacità di proporre una visione che metta in carreggiata il Paese. Verso il futuro. Per offrire una speranza. Ce la siamo strappata la speranza, è ormai un arto amputato, e compiacendoci del caos abbiamo consegnato le chiavi, direttamente o indirettamente, volutamente o meno, alla criminalità organizzata e nel migliore dei casi alla tecnocrazia taccagna di Bruxelles e Francoforte. Gli arresti e gli scandali di ogni santo giorno raccontano questa storia. I dati funerei dell’economia (silenziati, quelli sì, in questi giorni di stallo politico infinito) lo gridano al mondo.

Forse non c’è più nulla di cui ridere, sapete, e nemmeno di cui dibattere incessantemente. Non riusciamo a mantenere la parola data per più di cinque minuti, non riusciamo nemmeno più a guardarci in faccia. Come Bersani durante l’incontro con Crimi e Lombardi (quelli della foto buffa su Facebook nella sera più drammatica della Repubblica da molto tempo a questa parte). Come quei 400 e rotti al teatro Capranica.

A questo punto siamo arrivati. Il punto, immagino, di non ritorno. E non spero nemmeno che riflettiate su quello che ho scritto (chi sono io per pretenderlo?). Semplicemente, ora che ufficialmente aspiriamo a essere una monarchia, farete spallucce e continuerete a massacrarci come se nulla fosse. Good luck, Italia.

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Non più tanto pazza idea. Italexit

Ricapitoliamo.

Stallo politico totale in casa nostra, grazie a un sistema elettorale, quello sì, certamente impresentabile.

Stallo con l’India e chissà per quanto, visto che per fare uscire di galera i marò ci si è infilati nella strettoia delle intepretazioni su chi viola di più la convenzione di Vienna.

Stallo in Europa (anche se pare che un passo in avanti, proprio ieri, sia stato fatto), dove il copione dell’ultima farsa, scritto ancora una volta a Berlino, prevede una serrata delle banche a Cipro (“temporary bank holiday”) per condurre in porto un prelievo forzoso che ha un solo precedente, quello italiano del luglio 1992 (sappiamo com’è finita). Vero che a rimetterci sarebbero soprattutto ricchi russi, vista la spropositata dimensione dei depositi (19 miliardi di euro, più del Pil della piccola isola mediterranea), ma la terapia scelta per evitare il tracollo delle banche locali, figlio del disastro greco, è quasi peggiore della causa.

Premessa indispensabile: sono un fan degli Stati Uniti d’Europa. Unione politica e fiscale, senza se e senza ma. Farei volentieri a meno di un ritorno alle tragiche divisioni del secolo breve. Ma Europa a tutti i costi, a questi costi, no. L’Europa delle ideone di Commerzbank. L’Europa del capo di una banca centrale grande azionista della Bce (Weidmann, Bundesbank) che sculaccia l’Italia: “Niente aiuti (della Bce!, ndr) senza riforme”.

Italia che, grazie a responsabilità innegabilmente sue ma ormai soprattutto a sterili (anzi, controproducenti) politiche di austerità, versa in stato di asfissia finanziaria: le aziende chiudono a ritmi impressionanti e la disoccupazione è un fenomeno che sta finendo fuori da ogni controllo.

Quindi?

Lo confesso. Comincio a cullare l’idea che presentarsi a Bruxelles (meglio, a Berlino) e agitare lo spettro dell’uscita di Roma dall’euro non sia poi una follia talmente ingiustificata. Per vedere, come diceva Jannacci, l’effetto che fa.

I teorici accreditati dei vantaggi che ne deriverebbero (in misura minore rispetto agli inevitabili severi svantaggi) non mancano. E ricordate quello studio di Merrill Lynch secondo cui alla Germania tremerebbero i polsi all’idea? Per non farmi dare del matto potrei anche citare le prese di posizione del Nobel Joe Stiglitz, quelle contro il sadismo egoista dell’austerity alla tedesca.

Ecco, l’ho detto. Ora fate voi.

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Provaci ancora, Jim

Provaci ancora, Jim

“Goldman Grillo”, leggo su HuffPost Italia. E sobbalzo. Nel mio link, che posso condividere grazie a Fabrizio Goria, trovate la nota integrale firmata da Jim O’Neill, mente finanziaria sopraffina. Per capirci, Jim è l’uomo che ha inventato l’acronimo Bric (poi aggiornato a Brics, le nuove potenze economiche Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Oggi è a capo dei fondi di Goldman Sachs, la banca americana d’affari che da tempo governa la galassia e di cui O’Neill è stato capo economista.

Beh, la sostanza è questa. Sembra che improvvisamente Goldman – la stessa che anni fa vendeva derivati truffa ai clienti sapendo che ci avrebbero rimesso (poi, siccome sono potentissimi, hanno beccato una multa maxi ed evitato il processo) –  tifi per la rivoluzione a cinque stelle. Non credo però che le cose stiano proprio in questi termini. Che lo scenario di cambiamento radicale sia più entusiasmante della palude italiana e della crescita zero può essere. Ma che gli auspici di O’Neill coincidano con quelli di Grillo è altamente improbabile.

Il passaggio su cui riflettere (magari O’Neill chiarirà meglio la settimana prossima al Workshop Ambrosetti, sulle rive del lago di Como) è il seguente:

“Italy needs to reform its product and labour markets, boost nationwide productivity and reform”

Mi sbaglierò, ma non sono sicuro che la riforma del lavoro (che serve per dare una salutare scossa alla produttività) a cui pensa Goldman Sachs coincida con il reddito di cittadinanza e il ritorno a un ritmo di vita slow come quello tratteggiato nel programma del Movimento 5 Stelle.

Ve lo immaginate Jim più povero ma più felice? Io no.

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Santoro ci ha riconsegnato a B, ora ci salvi la Gabanelli

Vent’anni di attesa, la finalona raggiunta e poi una clamorosa sconfitta davanti al pubblico amico. Non sarebbe potuta finire peggio di così. “Servizio Pubblico” ha tradito se stesso, il coach ha sbagliato completamente la tattica, l’avversario dopo un inizio in salita ha preso il campo, lo ha dominato, dilagando nel finale. Fino all’irrisione.

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E non è che ci si possa consolare esultando per lo share da record. Cosa se ne fanno decine di migliaia di imprese e di famiglie ridotte sul lastrico, tre milioni di disoccupati e una generazione che non avrà mai un lavoro decente del ricordo di una trasmissione che avrebbe dovuto mettere alle corde, dati e fatti alla mano, lo scellerato timoniere del naufragio Italia – Silvio “Schettino” Berlusconi – e, colmo della beffa, ha ridato vigore e slancio alla sua rimonta?

Michele Santoro e Marco Travaglio hanno enormi responsabilità, altro che gioire di quel 33%, di quei nove milioni in trance ipnotica davanti agli schermi de La7. Il primo perché ha provato a trasformare il ring (l’ex premier ha iniziato teso, con la bocca impastata, lo sguardo basso, come un pugile che teme di essere picchiato duro) in uno sciagurato cabaret. E per giunta si è visto poi sfuggire di mano la situazione, addirittura concedendo al nemico di sempre l’onore di sedere al posto del socio gran fustigatore.

Il secondo, Travaglio, perché ha dimostrato di non saper andare oltre il trito (e per nulla televisivo) gioco di ruolo: lui che legge la solita infinita serie di accuse a B. Ma non le accuse che contano, gli errori commessi in anni di governo, bensì quelle di cronaca rosa, quelle sulle Olgettine. Argomenti fatui, in fondo, lievi, ancora per la maggioranza degli italiani.

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Eh sì, ci saremmo aspettati una requisitoria seria e affilata sui dieci anni perduti di governo Pdl-Lega. Sul perché l’Italia sia arrivata a quel fatidico passaggio del testimone di quattordici mesi fa tra Berlusconi e Mario Monti. Quindi, su come la crisi finanziaria sia precipitata, non perché improvvisamente la speculazione ci avesse messo nel mirino, ma perché non erano bastati due lunghi governi a larga maggioranza a consentire l’approvazione di riforme vere, dalle liberalizzazioni alla giustizia civile, dal fisco più leggero per le imprese al passaggio dal duopolio televisivo alle autostrade informatiche. Per competere e restare nel gruppetto di testa delle economie mondiali. Anche combattendo sul serio la corruzione, che invece resta il vero tallone d’Achille.

Cose risapute, direte. Forse, ma che valore avrebbe avuto sentirle dire forte e chiaro, con cifre e immagini, proprio davanti al presidente del Consiglio degli anni spensierati, quelli che il mondo ci rinfaccia di avere vissuto dilapidando il patrimonio da mettere a disposizione delle generazioni future.

E invece no. Una vergognosa gara di gag, a chi la spara più grossa. Uno show tragico, perché giocato sulla nostra pelle, la pelle di un popolo che danza sull’orlo del precipizio della storia. L’italico vizio, quello di Santoro, Travaglio e B (paradossalmente perfetti compari d’osteria) di buttarla in vacca, di ridere di tutto e su tutto, di giocare al gioco narciso di chi sa sorprendere di più il pubblico in sala con la battuta più esilarante.

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Adesso, però, pretendiamo la prova di appello. Non per lo spettacolo, ma per l’Italia. Ecco, la Gabanelli. Milena, dai, pensaci tu. Fatti, cifre, episodi, domande affilate, nessuna concessione all’ammiccamento e alla pacca sulla spalla. Preparaci per tempo una trasmissione seria in cui si dia lustro alla verità. Perché l’ultima risata, davvero, potrebbe seppellirci tutti.

L’Agenda Monti e qualche paradosso

Il sacro fuoco della politica che ha ormai rapito il premier uscente ci ha regalato poche ore fa un altro post sul suo sito Agenda Monti, annunciato ovviamente da un tweet. Bene, pian piano alcuni termini della sua salita in politica si rendono più espliciti. Anche se siamo ancora lontani dall’avere dissipato legittimi dubbi, non tanto sulla bontà dei presupposti quanto sull’efficacia dell’azione. Ecco, prendiamo il punto 3 e il 5, per esempio, a mio avviso alquanto contraddittori.

Punto 3. “La nuova formazione politica alla quale stiamo dando vita, adottando l’Agenda Monti come ispirazione per un programma di governo” intende “costituirsi come elemento di spinta per la trasformazione dell’Italia, in contrapposizione alle forze conservatrici”.

Molto bene. L’ambizione è tutto e al professore non fa difetto. Mi chiedo però come Mario Monti potrà convincere gli italiani – dopo averli salassati – a votare in massa e rendere effettivamente forza di governo una formazione politica in cui il principale interprete si guarderà bene dal correre il rischio di un flop elettorale, mandando avanti fanti e luogotenenti ben noti, che certo non entusiasmano (finora eh, aspettiamo le liste) per le qualità di riformatori a tutto tondo. Europeisti in sonno ce ne saranno anche, tra gli elettori, ma basterà a entusiasmarli la vaga promessa di un’Italia capace di tornare a essere “grande nazione”?

Punto 5. “ll nuovo movimento nasce con l’ambizione di raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani”. Nel caso il colpaccio non riuscisse “cercheremo la convergenza con le forze politiche che adottino una linea d’azione compatibile con la nostra strategia europea”. E qui maliziosamente ci si potrebbe chiedere quali, visto che – paradossalmente – poche righe sopra il documento assesta un colpo a destra e uno a sinistra, mettendole congiuntamente nel gran calderone delle “forze conservatrici”, “prone ad interessi particolari,  a protezioni corporative o addirittura dichiaratamente anti-europeiste”.

Infine, a margine ma nemmeno troppo, il punto 4, che cita un punto debole classico delle forze moderate in Italia, il “carattere laico” della nuova formazione. Se lo difenderà con coerenza, Monti al momento buono dovrà fare i conti con la sponsorship d’Oltretevere. Un handicap non da poco. Lo si è visto in maniera ricorrente, per esempio, nel Pd e ancora prima nell’Unione, con le dissertazioni infinite tra partiti e correnti d’ispirazione cattolica e non.

Come dire, speriamo che di qui al varo definitivo delle liste riunite attorno all’Agenda Monti alcune scelte si chiariscano in maniera definitiva. E, soprattutto, la squadra del premier sia pronta ad avviare l’intensa stagione di riforme prospettata.

Monti-Agenda