Lo crediate o no quella con l’Islam è la nostra partita della vita

Per chi ha conosciuto la vita spirituale nel nostro Paese la comunità dei fedeli è un’entità molto definita. Corrisponde alla comunità dei cristiani che vivono e professano la religione cattolica. Per esempio, andando regolarmente a messa, confessandosi, accettando i precetti e le indicazioni del Vicario di Cristo in Terra, il Papa. In Italia sono ormai una minoranza.

Non così nei Paesi musulmani. Nei quali la comunità religiosa, la Umma, coincide con la nazione stessa. L’identificazione è molto più totalizzante. Il laicismo ha attecchito solo parzialmente nel Nordafrica, in Marocco e su tutti nella Tunisia guidata per decenni – tanto per cambiare – da un dittatore, Ben Ali. E però dopo il padre della patria Bourghiba e sotto Ben Ali la Tunisia è cresciuta economicamente, si è aperta al commercio internazionale e ha introdotto le donne nella vita sociale.

Da qualche anno, paradossalmente con lo sfumare delle primavere arabe del 2011, i laici dell’Islam battono nuovamente in ritirata, prevale una visione ortodossa, dove Stato e “Chiesa” coincidono sempre più. Lo Stato finirebbe paradossalmente fuorilegge se non fosse informato dei principi dell’Islam. Non so se rendo l’idea.

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E dire che invece qui in Italia basta che un cardinale o un qualunque Giovanardi esprimano un concetto da sentinella in piedi (che io non condivido) per meritarsi una svelta lapidazione mediatica. Tempi duri per chi, secoli fa, dettava legge. Ora, si può concepire che la nutrita comunità musulmana che vive tra noi in Europa (più spesso a lato, in aree ghetto delle nostre città e di questo siamo corresponsabili, in parte) possa prendere sul serio le distanze dagli stessi insegnamenti e precetti coranici che informano l’azione di Daesh o Isis o sedicente Stato Islamico, che io definisco filibusta islamista?

L’auspicata e invocata moderazione (mai vista qui da noi una manifestazione con masse oceaniche in risposta alle stragi di matrice islamista nel mondo) si traduce, di solito, in adesioni – a volte condite da se e ma – al cordoglio per le vittime. È accaduto anche per la folle strage di Parigi. Temo che in profondità, tralasciando le posizioni di facciata, si sentano moralmente (una morale ad hoc, ovvio) indotti a considerare la società europea laicizzata e conquista come una comunità di infedeli come minimo da convertire (ricordare le missioni cristiane in Sudamerica, per farsi un’idea in proposito).

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Badate, io non sono persuaso che un libro di centinaia di anni fa possa essere inteso proprio alla lettera, ma questi/e signori/e lo fanno, senza remore. Essenzialmente per ragioni geopolitiche – la cancellazione dei confini arbitrariamente creati da Francia e Inghilterra dopo la prima guerra mondiale – e per motivi di acerrima inimicizia interna allo stesso Islam. Insomma, per ragioni di potere. Il che sottrae a questa storia l’alone di mistero, ma tant’è.

Ne ha scritto diffusamente Michel Houellebecq nel suo libro “Soumission“, un termine che spiega meglio di ogni altro quale tipo di dialogo possa instaurarsi concretamente. E con la prospettiva che i musulmani raddoppino in Europa entro il 2030, come hanno calcolato i demografi del Pew Research Center.

In molti spiegano l’orrore di Parigi come una risposta logica e consequenziale (che lo dico a fare) al colonialismo, allo sfruttamento delle masse magrebine e mediorientali in Francia. Li abbiamo fatti soffrire (io no, per nulla, ma vabbé accolliamoci pure una quota parte di responsabilità) perciò accettiamo che possano desiderare la vendetta sopra ogni altra cosa.

Rapido aneddoto. Ricordo di avere tentato di prendere un treno per l’aeroporto a Parigi, circa un anno fa, alle cinque del pomeriggio. Pessima idea. Mai visto una calca simile. E, soprattutto, si faticava a scorgere francesi di pelle bianca. Erano infatti in stragrande maggioranza neri. Africani, che tornavano nei ghetti di periferia. Molti di loro, di certo, anche musulmani. Il treno non l’ho preso perché ho temuto di finire schiacciato, quindi mi sono precipitato a cercare un taxi. Per non perdere l’aereo.

Ora, non mi pare ci siano neri tra gli assassini del Bataclan. Né ce ne sono tra i kamikaze che si sono fatti esplodere allo stadio del Paris Saint Germain*, la squadra di Zlatan Ibrahimović, un dio del calcio in Terra, di padre musulmano e madre cristiana; né tra quelli che hanno aperto il fuoco su persone inermi in un ristorante.

Sono tutti giovani francesi e belgi, gli assalitori. Per esempio lo “stratega”, Abaaoud. E sono di origine araba, nordafricana, non tanto devoti quanto mossi da una ideologia sanguinaria (quella propalata dal Califfo al Baghdadi), che pesca a piene mani nell’interpretazione più estrema del libro sacro dell’Islam. E che si aiuta con massicce dosi di Captagon.

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Cosa voglio dire?

Che, per esempio, esistono altre comunità religiose nel mondo, altri popoli che hanno sofferto la colonizzazione e lo sfruttamento**. Tuttavia non mi risulta che i tibetani sparino sulle folle di un Paese che li ospita al fine di vendicarsi della spietata repressione, materiale e culturale, di Pechino. Al contrario i musulmani uiguri, finiti sotto lo stesso giogo cinese, conoscono e mettono in pratica l’arte degli attentati.

Peraltro molti nigeriani potrebbero lamentarsi, a ragione, di essere stati una colonia inglese e di avere patito nel passato per le deportazioni in America. Eppure solo gli affiliati a Boko Haram, l’organizzazione islamista che minaccia la prima economia africana, spargono terrore e morte nei villaggi del nordest.

Questo per citare alcuni casi eclatanti. Ma lascio che siate voi a far un ulteriore passo. Ad avere uno scatto. A capire che questa partita è la partita decisiva, che qui ci giochiamo secoli di guerre, stragi, lotte intestine e progresso. Tonnellate di sangue e sofferenza, che ci hanno portato a vivere in democrazia. Meglio non prenderla sottogamba, questa partita. Meglio pensare, magari, a una exit strategy che non preveda esclusivamente la trasformazione di Raqqa in un parcheggio. Perché, sì, potrebbe finire in goleada.

Twitter @albe_

*(club calcistico ricchissimo da quando, nel 2011, la proprietà è passata nelle mani del fondo sovrano del Qatar [QIA], paese sunnita dal quale sono partite generose elargizioni a favore dell’ISIS)

**(circostanze odiose, che però consentono ancor oggi a molti europei di godere di un alto tenore di vita, nonostante la crisi economica, soprattutto se rapportato a quello dei Paesi da cui provengono le famiglie degli assassini di Parigi)

 

Letture:

La «Saudi connection» che frena la lotta all’Isis  di Alberto Negri

“Abaaoud, la mente delle stragi di Parigi, non è il frutto del disagio sociale e dell’emarginazione” di Roberto Bongiorni

Parigi, il branco di lupi, lo Stato Islamico e quello che possiamo fare di @marioafrica

“Islam: the democracy dilemma” di Olivier Roy

“L’Islam è compatibile con la democrazia?” di @AlonBenMeir

“Is Islam compatible with democracy?” di Mariana Malinova per Al Jazeera Center for Studies

 

 

 

 

 

 

 

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