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Superare nei prossimi dieci anni la Germania

http://www.europaquotidiano.it/2013/08/07/matteo-renzi-alla-festa-dem-di-bosco-albergati-video/

Matteo Renzi è tornato dopo un lungo silenzio. Dal minuto 18.45 al 19.15 parla di Grecia per non deprimersi, Germania per crederci e Italia che non è da serie B. I giornali ovviamente hanno titolato su altro, ma a me è piaciuto, più di quando è tornato a parlare degli equilibrismi di partito e di palazzo. Che pure sono lì, ci mancherebbe, e logorano molto più tutti noi che Enrico Letta.

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La malvagità premeditata di Standard and Poor’s

Il report di Standard and Poor’s

Eh sì, dopo avere letto l’analisi che ha spinto Standard and Poor’s ad avvicinare ulteriormente al livello spazzatura il rating sovrano dell’Italia (un taglietto, per ora, solo quel piccolo segno + davanti alla tripla B) non si può che arrivare a una conclusione: sono cattivi dentro. Ma come, proprio adesso che la luce in fondo al tunnel, fioca magari, si vedeva distintamente? Del resto basta scorrere le prime righe per capire:

“The rating action reflects our view of a further worsening of Italy’s economic prospects coming on top of a decade of real growth averaging minus 0.04%”. Qualcuno può aver frainteso. Non è che quel “further worsening” vuol dire quadro in miglioramento?

Non ha influito, certamente, sul giudizio dell’agenzia la notizia della Cassazione in corsia di sorpasso sulla sentenza Mediaset. Troppo recente. Molto di più hanno pesato i mille distinguo nel governo delle cosiddette larghe intese, i rinvii degli ultimi mesi su Imu e Iva, l’assenza di decisioni definitive e scelte chiare. Ha evitato il peggio, forse, la promessa del premier Enrico Letta di mettere fretta alla P.a. sui pagamenti dell’arretrato alle imprese. “Could contribute to a recovery in investment, particularly during the first half of 2014”.

E adesso? Adesso ci possiamo aspettare altri tagli, scrive S&P’s nel report che boccia l’Italia, già nel corso del 2013 o al più tardi nel 2014, se le cose – come sembra – continueranno a non cambiare in maniera sostanziale. Poi non resterà che il piano Draghi, che si chiami Omt o no. In ogni caso il nostro futuro non dipenderà più da noi. Non manca molto.

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Brasile-Italia, ma non è la partita di stasera

“Love and panic on the streets of Sao Paulo, Rio, Fortaleza, Belo Horizonte…”

“Amor proprio”. “La goccia che fa traboccare il vaso”. “Ribellione dell’amore (che un po’ evoca il partito dell’amore, ma non quello di Cicciolina e Moana)”. Durante la lettura di questo post sull’Independent fioccano paragoni con la realtà italiana. Si parla di fine della dignità, di classe dirigente corrotta e disinteressata ai veri bisogni del Paese, di fiumi di denaro pubblico che vanno ovunque tranne che nella direzione giusta, quella dei trasporti pubblici, dell’istruzione, della sanità.

Che la ribellione deflagrata in Brasile durante la Confederations Cup – trasversale, non limitata ai meno abbienti, come ben descritto da James Young nel post – abbia giustificazioni più che comprensibili (e non velleitarie o utopiche) lo dimostra il fatto che imbarazza non poco il governo del Partito dei Lavoratori del presidente Dilma Rousseff e prima ancora dell’ex presidente Luiz Inàcio Lula da Silva, lo stesso da cui si sentirono traditi anni fa i Senza terra. Rousseff è uscita allo scoperto in grave ritardo, forse perché si è accorta che le manifestazioni in corso da Rio de Janeiro a San Paolo, da Fortaleza a Salvador de Bahia non sono un fuoco di paglia e rappresentano un ventaglio di istanze sociali molto concrete e radicate.

Che nei Paesi emergenti – non dimentichiamoci la Turchia, anche se la dura repressione del governo di Recep Tayyip Erdogan per ora ha messo il silenziatore alla rivolta – ci sia un problema grande come una casa è ormai molto chiaro: anni di crescita economica impetuosa di cui primi beneficiari sono stati le classi dirigenti e gli investitori esteri (industriali e finanziari), molto meno le popolazioni locali. E’ bastata una frenata dell’economia mondiale a fare venire a galla le contraddizioni. Perché chi ha conosciuto un improvviso benessere, avrebbe detto Catalano, non ci sta a fare marcia indietro altrettanto rapidamente.

“L’altra faccia del boom brasiliano … di questi ultimi dieci anni, – scrive Roberto Da Rin sul Sole 24 Ore parlando di “miracolo interrotto” nel gigante sudamericano, oggi sesta potenza globale, ma nello stesso tempo Brics in crisi di identità – apre interrogativi che si riverberano su un intero modello di sviluppo. La crescita economica guidata da tre presidenti, Fernando Henrique Cardoso, Lula e Rousseff, ha trascinato fuori dalla miseria 30 milioni di brasiliani. Vero. Ma ha conferito loro uno status di consumatori, non di cittadini. Ai crediti, agli incentivi al consumo che hanno spinto il volano dell’economia, non ha fatto seguito un aumento della qualità dei servizi sociali, educazione, sanità, scuola”.

Ascesa e declino. Con sfumature diverse e una tempistica colpevolmente diversa (addirittura vent’anni, non dieci, sprecati in diatribe personalistiche e dispute giudiziarie a scapito di riforme e modernizzazione del Paese) sembra un po’ la nostra storia di Paese improvvisamente felice, nei favolosi anni 80 e negli edonistici 90, ma ora destinato a un doloroso e inesorabile impoverimento.

Ed è impossibile non arrivare alla conclusione: ma com’è che invece in Italia non succede ancora nulla?

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#buon1maggio. Ma la commedia la lascino al Bepi

Non poteva mancare neppure il Primo maggio alla collezione di post contro tutto e contro tutti sul blog di Beppe Grillo. Non è mancato, infatti.

«Il primo maggio era la festa dei lavoratori. Ora è la festa dei disoccupati e del concertone a Roma. Chiude un’azienda al minuto, la disoccupazione giovanile “ufficiale” ha raggiunto il 38,4%. L’Italia è diventata una Nazione di cassintegrati, esodati, disoccupati, precari e emigranti».

Puntualmente il comico diventato leader politico ha sciorinato sul suo Tazebao una sequela di battute, pregiudizi, analisi economica e politica sui generis (ovvero in parte aderente alla realtà in buona parte manipolata). Problemi di cui tutti noi siamo perfettamente al corrente, rielaborati per la classica filippica a metà strada fra la politica e l’infotainment, lo schema nel quale in fondo l’italiano medio si riconosce più facilmente.

E quindi, giù randellate. «Il Paese si regge sul nulla. Chiacchiere e inciucio. Il gettito fiscale e Irpef sta crollando per la scomparsa di aziende e lavoratori dipendenti. Il traffico su strada è diminuito in un anno del 34%, gli autogrill sono deserti. L’Italia si sta fermando come una grande macchina colpita dalla ruggine, un componente dopo l’altro, fino all’immobilità».

Poi l’attacco a chi ha lavorato e magari dovrebbe scegliere l’autodistruzione per pesare meno sulle casse dello Stato e quello a chi il lavoro ce l’ha ma rientra nel profilo ormai criminale del dipendente ultraprotetto. «Quattro milioni di dipendenti pubblici, 19 milioni di pensionati, mezzo milione di persone che vive di politica sono insostenibili per un Paese senza sviluppo da 15 anni, con un Pil in discesa libera ben prima della crisi del 2008».

Cose arcinote. E’ ormai chiaro a tutti che il governo appena nato dovrà farsene carico, pena la dissoluzione di un Paese e della classe politica per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Lo ha scritto chiaro e tondo il Sole 24 Ore anche oggi nell’editoriale del vicedirettore Fabrizio Forquet. Ovviamente fa meno ridere, anche se parla di governo Frankenstein.

Grillo, da par suo, ci mette colore mettendo nel pentolone sindacati e industriali (“prenditori di appalti pubblici”, come se la cosa in sé fosse un reato). Tutti brutti sporchi e cattivi allo stesso modo.

Non può mancare, si capisce, la solita gogna dei nomignoli, come l’ha definita Francesco Merlo. Così, il premier Enrico Letta che ha osato chiedere ai parlamentari Cinquestelle di «scongelarsi» e «mescolarsi» diventa «Capitan findus Letta», quello che «promette tagli e ritagli senza alcuna copertura economica». Intanto «in piazza si balla mentre la cassa integrazione sta finendo. Un’allegria di un giorno che ha il profumo forte e rancido del 2 novembre dei lavoratori».

Letta prenda nota, Berlusconi anche. La commedia dell’arte adesso la lascino a Grillo. Definitivamente. Un’altra strada non c’è, altrimenti il prossimo Primo maggio sarebbe meglio non festeggiarlo neppure. Ok, pensate che io creda davvero che lo faranno? Soltanto un po’.

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Una sola pallottola per l’Italia: Renzi

Imperversa il dibattito Matteo Renzi premier sì o no. I lettori del Sole 24 Ore dicono sì, per esempio. Premesso che deciderà re Giorgio Napolitano II, io pure dico sì. Comprendo molto bene le ragioni di chi sostiene che è troppo presto, che potrebbe bruciarsi, che potrebbe essere una trappola (l’ennesima) dei suoi nemici (tanti) nel Pd, che meglio sarebbe mandare avanti una figura più adatta a una (peraltro grigia) transizione verso cosa non è dato sapere.

Ragazzi, chiariamoci un fatto: in autunno la Germania deciderà il destino dell’euro. Servono scelte eccezionali per tempi eccezionali. Serve uno che abbia anche una certa dose di sana incoscienza, ma non troppa, e (consiglio spassionato e interessato al tempo stesso) un’arroganza mitigata dalla buona educazione (il carrello all’Ikea lo spingo io, non mia moglie). Insomma, sarebbe proprio il momento di Matteo Renzi. Perfino Sandro Bondi se n’è accorto (gliel’avrà mica suggerito Berlusconi?).

Se andasse bene, e può andare bene, avremmo un premier fatto e finito per i prossimi cinque anni. Hai detto poco. Ecco, proviamo a guardarlo mezzo pieno il bicchiere. Ne abbiamo un gran bisogno. Anche perché di pallottole in canna non ne abbiamo tante. Forse una sola.

Stazione Leopolda, Matteo Renzi - viva l'italia viva

Quel che dovrebbe succedere adesso. Cominciando da Bersani

Non poteva andare peggio di così. Il Porcellum ha espresso tutta la sua forza devastratrice ed ecco che il Paese è di fatto ingovernabile. La conferma? Spread (quel numerino inutile e ininfluente, secondo Jocker B) subito su di 80-90 punti, rendimenti  dei Bot a 6 mesi (certo fissare un’asta per oggi, ce ne vuole di incoscienza) praticamente raddoppiati, indici di Piazza Affari affondati dalle banche. Siamo solo a metà giornata.

E adesso? Io la vedo così. Lasciar perdere qualunque sirena berluscona di larghe intese che porta diritto al baratro definitivo. Lo smacchiato di Bettola (Bersani ha perso anche lì, dicono che non è una novità, ma tant’è) rifletta qualche ora, poi rassegni le dimissioni e convochi un bel congresso straordinario del Pd in cui si danno le chiavi di casa a Matteo Renzi. Il rottamatore corra da Grillo e gli proponga il seguente patto: un anno (poi tutti liberi come prima) per fare le cose toste: dalla legge elettorale al conflitto d’interessi, dall’inasprimento della legge anti-corruzione alla riforma della riforma Fornero.

Ovviamente la parte regina la deve fare un piano di politica economica, che però non preveda agricoltura biologica per tutti e macchine a vapore. Ancora no, Beppe. Pensiamo prima al cuneo fiscale, per dire. Partiamo da imprese e lavoro. Per disinquinare c’è ancora un po’ di tempo.

Io credo che con buona volontà e umiltà (del Pd, che di fatto le elezioni – non so se lorsignori lo capiscono fino in fondo – le ha perse, come tutta la politica di Palazzo) si possa fare. Perché è chiaro che se invece non si fa (o peggio, si opta per l’accordo suicida con il Pdl, vissuto nel mondo civilizzato come sinonimo di disastro) non arriviamo vivi all’autunno. Forse nemmeno all’estate. E mi dite voi cosa ci si accomoda a fare in salotto, parlo ai Cinquestelle, se poi si appicca il fuoco?

L’alternativa al patto Pd-M5S è una tragedia greca (ogni riferimento è fortemente voluto) in cui i poteri forti con la P maiuscola – penso alle trame, anche internazionali, con cui abbiamo familiarizzato qualche decennio fa – potrebbero lasciarsi attraversare la mente dalla prospettiva di usare dei modi, diciamo, inurbani per rimettere le cose a posto, almeno per un po’. Vogliamo correre questo rischio? Davvero?

P.S. Per favore, la campagna elettorale è finita. Stop a battutine, nomignoli, bestiario e tutto il resto. Fate sul serio. Tutti. Adesso.

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Santoro ci ha riconsegnato a B, ora ci salvi la Gabanelli

Vent’anni di attesa, la finalona raggiunta e poi una clamorosa sconfitta davanti al pubblico amico. Non sarebbe potuta finire peggio di così. “Servizio Pubblico” ha tradito se stesso, il coach ha sbagliato completamente la tattica, l’avversario dopo un inizio in salita ha preso il campo, lo ha dominato, dilagando nel finale. Fino all’irrisione.

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E non è che ci si possa consolare esultando per lo share da record. Cosa se ne fanno decine di migliaia di imprese e di famiglie ridotte sul lastrico, tre milioni di disoccupati e una generazione che non avrà mai un lavoro decente del ricordo di una trasmissione che avrebbe dovuto mettere alle corde, dati e fatti alla mano, lo scellerato timoniere del naufragio Italia – Silvio “Schettino” Berlusconi – e, colmo della beffa, ha ridato vigore e slancio alla sua rimonta?

Michele Santoro e Marco Travaglio hanno enormi responsabilità, altro che gioire di quel 33%, di quei nove milioni in trance ipnotica davanti agli schermi de La7. Il primo perché ha provato a trasformare il ring (l’ex premier ha iniziato teso, con la bocca impastata, lo sguardo basso, come un pugile che teme di essere picchiato duro) in uno sciagurato cabaret. E per giunta si è visto poi sfuggire di mano la situazione, addirittura concedendo al nemico di sempre l’onore di sedere al posto del socio gran fustigatore.

Il secondo, Travaglio, perché ha dimostrato di non saper andare oltre il trito (e per nulla televisivo) gioco di ruolo: lui che legge la solita infinita serie di accuse a B. Ma non le accuse che contano, gli errori commessi in anni di governo, bensì quelle di cronaca rosa, quelle sulle Olgettine. Argomenti fatui, in fondo, lievi, ancora per la maggioranza degli italiani.

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Eh sì, ci saremmo aspettati una requisitoria seria e affilata sui dieci anni perduti di governo Pdl-Lega. Sul perché l’Italia sia arrivata a quel fatidico passaggio del testimone di quattordici mesi fa tra Berlusconi e Mario Monti. Quindi, su come la crisi finanziaria sia precipitata, non perché improvvisamente la speculazione ci avesse messo nel mirino, ma perché non erano bastati due lunghi governi a larga maggioranza a consentire l’approvazione di riforme vere, dalle liberalizzazioni alla giustizia civile, dal fisco più leggero per le imprese al passaggio dal duopolio televisivo alle autostrade informatiche. Per competere e restare nel gruppetto di testa delle economie mondiali. Anche combattendo sul serio la corruzione, che invece resta il vero tallone d’Achille.

Cose risapute, direte. Forse, ma che valore avrebbe avuto sentirle dire forte e chiaro, con cifre e immagini, proprio davanti al presidente del Consiglio degli anni spensierati, quelli che il mondo ci rinfaccia di avere vissuto dilapidando il patrimonio da mettere a disposizione delle generazioni future.

E invece no. Una vergognosa gara di gag, a chi la spara più grossa. Uno show tragico, perché giocato sulla nostra pelle, la pelle di un popolo che danza sull’orlo del precipizio della storia. L’italico vizio, quello di Santoro, Travaglio e B (paradossalmente perfetti compari d’osteria) di buttarla in vacca, di ridere di tutto e su tutto, di giocare al gioco narciso di chi sa sorprendere di più il pubblico in sala con la battuta più esilarante.

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Adesso, però, pretendiamo la prova di appello. Non per lo spettacolo, ma per l’Italia. Ecco, la Gabanelli. Milena, dai, pensaci tu. Fatti, cifre, episodi, domande affilate, nessuna concessione all’ammiccamento e alla pacca sulla spalla. Preparaci per tempo una trasmissione seria in cui si dia lustro alla verità. Perché l’ultima risata, davvero, potrebbe seppellirci tutti.