Category: Politica

Toh, i controlli a Porta Venezia (dopo la lettera a Pisapia e Granelli)

Leggo questa mattina sulle gazzette online di Milano (qui, ad esempio, Corriere e Milano Today) che – udite, udite – è iniziata l'”operazione” Porta Venezia, con i controlli – parola desueta qui come in molte parti d’Italia – delle forze dell’ordine per rendere l’area compresa fra via Tadino e via Lazzaretto una zona onesta. Gaudio, tripudio, popolo in festa. Addirittura i carabinieri nel centro di Milano! Addirittura multe per 34mila euro a negozi che, in determinati casi, a mio insindacabile giudizio, dovrebbero essere chiusi e mai più riaperti.

Pare quindi che, nonostante nessuno mi abbia mai risposto (lo prescriverebbe la netiquette, si veda il punto 4 al link, sezione “I comandamenti dell’e-mail”) qualcosa si sia mosso, perlomeno in termini temporali se non consequenziali (sarebbe in ogni caso una gradita coincidenza), dopo una mia e-mail, che rendo pubblica in questo post, a uso e consumo dei concittadini e compagni di sventura che hanno osato decidere di vivere nella pur bella zona del Lazzaretto.

La lettera è partita il 29 luglio all’indirizzo del sindaco Giuliano Pisapia, dell’assessore alla Sicurezza Marco Granelli, del comando della Polizia Locale e di altri indirizzi di funzionari e associazioni di volontariato, fra cui Fondazione Progetto Arca onlus, attiva in zona.

Lazzaretto le jour, via Lazzaro Palazzi angolo largo Bellintani. Foto di Alberto Annicchiarico

Lazzaretto le jour, via Lazzaro Palazzi angolo largo Bellintani. Foto di Alberto Annicchiarico

Lazzaretto la nuit, via Panfilo Castaldi. Foto di Alberto Annicchiarico

Lazzaretto la nuit, via Panfilo Castaldi. Foto di Alberto Annicchiarico

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Gentilissimi,

do seguito all’ottimo incontro di maggio … per farvi presente che l’ordinanza del sindaco Pisapia in allegato non viene fatta adeguatamente rispettare per assenza di controlli.
È disdicevole:
– che non si riscontri (a me non è mai capitato finora) la presenza sul terreno della Polizia Locale.
– che alle telefonate di segnalazione allo 020208 non segua ALCUNA azione preventiva o di contrasto alle violazioni segnalate, in particolare da parte dell’esercizio XXX (e qui mi limito a pochi elementi per ragioni di riservatezza) in via Panfilo Castaldi, che vende alcolici in bottiglia (prevalentemente birra) all’accolita di ubriaconi accampata in maniera PERMANENTE all’angolo CASTALDI/LECCO.
Mi è stato spiegato dal gentile e paziente addetto del centralino di Beccaria di turno martedì 28 luglio, ore 21.30, che inviare una pattuglia entro le 22 ora di chiusura dell’esercizio non sarebbe stato possibile e che piuttosto sarebbe appropriato un intervento programmato dell’ANNONARIA. Se ne dedurrebbe che la violazione di un’ordinanza del primo cittadino volta a “contrastare il degrado urbano nonché a tutelare la sicurezza urbana e l’incolumità pubblica” (si legga il testo in allegato se non lo si avesse a portata di mano) viene considerata meno grave di un incidente stradale. La telefonata è stata registrata, potete ascoltarla, si capisce che non l’ho presa molto bene, visto che da ANNI chiediamo attraverso singoli e associazioni che in estate si cammini al Lazzaretto senza dover subire la vista del degrado umano che fa da potente contrasto alla movida e soprattutto gli odori rivoltanti di urina per ogni dove – ben sostenuti dalla temperatura – che invece noi residenti siamo costretti a subire.
– che alla richiesta di intervento alla ANNONARIA tel. 0277272312 mercoledì 29 luglio mattina l’addetto infastidito abbia ribattuto chiedendo l’invio di una segnalazione VIA FAX (nel 2015 chiedere di mandare un fax è semplicemente grottesco). Soltanto su mia richiesta specifica (“ma non esiste una email?”) l’addetto ha concesso la dettatura di un indirizzo di posta elettronica impossibile da comprendere per il cittadino medio.
Siccome gli faceva fatica ripeterlo con lo spelling perché forse aveva troppo da fare io ho capito questo:
Ho tentato di inviare la mail e vi ho messo in copia conoscenza, ma senza successo, perché la mail non esiste, pare.
Immagine incorporata 1
Ho richiamato per chiarimenti sulla email e mi è stato risposto (ore 14):
“Provi senza punto dopo PL. Quella esposta è quella, poi che sia disattivata non lo so”. Inesistente anche questa.
Il testo della mia comunicazione alla ANNONARIA mai inviato sarebbe stato:
Si richiede vostro intervento a tutela dei cittadini e per il rispetto dell’ordinanza del sindaco Giuliano Pisapia, che invio in allegato.
La richiesta è determinata dalla urgente necessità di verificare ed eventualmente sanzionare il reiterarsi della vendita di bevande alcoliche dopo le ore 21, come accertato in diverse occasioni dal sottoscritto, ad opera dell’esercizio XXX in via Panfilo Castaldi.
La rivendita di alcolici in bottiglia oltre le ore 21 accentua il molto deprecabile stato di degrado dell’area interessata favorendo lo stazionamento di vagabondi in stato di ebbrezza che orinano sul marciapiede, fenomeno persistente da ANNI durante la giornata e che si estende alle ore serali proprio grazie alla ricorrente violazione della suddetta recente ordinanza.
Certo di un Vostro cortese riscontro porgo cordiali saluti
Alberto Annicchiarico
Grazie per l’attenzione. Confido in un sollecito e cortese riscontro, dal momento che la violazione di una ordinanza sarebbe ancora più grave nel caso in cui non trovasse corrispondenza in un’azione adeguata da parte dell’Ente pubblico e di governo del territorio che quella ordinanza ha emesso.
cordiali saluti
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Sin qui la mia lettera.
Per chi non l’avesse mai letta, ecco invece il passaggio più interessante dell’ordinanza numero 37 del sindaco, datata 4 giugno 2015 e in vigore dal 13 giugno al 15 ottobre prossimo:
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Con una fondamentale appendice:
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E sottolineo “continuamente”.
Invece, da giugno al 4 agosto, circa due mesi per applicare a dovere un’ordinanza del sindaco. Ma meglio tardi che mai. Ora vediamo come procede l’operazione. L’estate è ancora lunga.

Pensioni, dove ci porta la Consulta?

E così eccoci alle prese con una nuova sentenza che mette il Paese nei guai. Grossi guai. Tra l’altro, non sfugga che a gioire con scarso contegno per il pronunciamento della Corte costituzionale sulla mancata rivalutazione delle pensioni negli anni 2012-13 sono gli stessi che, seduti ai banchi del governo o alla guida delle Regioni, avevano spinto l’Italia sull’orlo dell’abisso finanziario. Certo, non fece del bene la norma Fornero che, nel decreto Salva-Italia di Monti (articolo 24, comma 25), limò gli assegni superiori ai 1400 euro lordi, determinando un effetto trascinamento negativo anche per i periodi successivi.

Ricordo che mia madre mi disse di avere notato subito quella differenza, e, dovendo pagare anche un mutuo sulla casa, di averla sofferta non poco. Ma mia madre, a volte con un piccolo aiuto dei figli, ha poi superato quel momento e, con qualche rinuncia, ce l’ha fatta. L’Italia, invece, rischia proprio di non farcela, o, come minimo, di vedersela molto brutta, adesso. Perché se i soldi andranno davvero restituiti (in quanto tempo? con che modalità?) a oltre 5 milioni di pensionati, compresa mia madre, il conto per le casse dello Stato sarà devastante, fino a 10 miliardi considerando il quinquennio.

Capite? Il governo aveva appena finito di prospettare nel Def consegnato alla Commissione europea un tesoretto virtuale di 1,6 miliardi (al quale io credevo poco, lo ammetto) che una sentenza della Consulta riporta gli orologi al 2011, all’estate dello spread stellare, e fa saltare il banco. Sappiamo benissimo che la spesa pensionistica in Italia è una montagna che compromette il futuro, che periodicamente veniamo redarguiti sulla necessità di tagliare. E però la Consulta niente, non molla (questa volta per un solo voto). Ciò che è acquisito deve rimanere intoccabile, sulla base del fatto che “il diritto a una prestazione previdenziale adeguata … costituzionalmente fondato…” non può essere “irragionevolmente sacrificato”.

Quindi, per fare ripartire il Paese non si potranno mai e poi mai prendere in considerazione le pensioni in essere. Nonostante tutto e a dispetto di chi verrà dopo. Sono avvisati il governo e soprattutto Tito Boeri, presidente dell’Inps, che da tempo teorizza la necessità di mettere a punto un avvicinamento (ovviamente sarebbe al ribasso) degli assegni frutto del vecchio sistema retributivo all’attuale sistema contributivo.

Sbaglierò, sarà perché alla pensione non ci sono ancora arrivato, ma a me questa sentenza lascia l’amaro in bocca. È un po’ come se il comandante di una nave da crociera, individuata la presenza di un ostacolo inaspettato sulla rotta, decidesse di proseguire a oltranza, scegliendo scientemente il naufragio, pur di non violare il sacrosanto diritto dei passeggeri alla vacanza. O come se il veterinario preferisse non uccidere i parassiti, condannando l’ospite, pur di tutelare il diritto alla vita di ogni essere.

Siamo tutti sicuri, noi italiani, di voler fare questa fine?

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Emergenza sbarchi, continuiamo a non capirci

A parte la faccenda della celebrazione della diversità e delle molte identità, quindi del crogiuolo di culture di millenni or sono, ché invece ce le davamo di santa ragione con quelli dell’altra sponda e non solo, l’editoriale di Renzi sul New York Times a me sembra non dica bischerate, anzi. Con un importante richiamo al fatto che se non ci occuperemo opportunamente del futuro dell’Africa sarà il futuro dell’Africa a occuparsi di noi.

Non ho scorto traccia della retorica sugli italiani che emigravano in America, alla Gianni Morandi, per capirci, ma un tentativo equilibrato di guardare a un quadro geopolitico complessivo, profondamente diverso da quello di decenni fa. È vero che milioni di italiani hanno tentato la fortuna partendo verso altri continenti, ma allora dall’altra parte c’erano Paesi che garantivano spazio, tanto spazio, e molte più opportunità (con enormi sacrifici, certo, e tutte le contraddizioni del caso) di quante ne possa offrire l’Europa e soprattutto l’Italia, oggi.

Penso che non basti versare lacrime al grido “salviamoli tutti”. Né può tranquillizzare il bieco calcolo demografico dei tecnocrati che si preoccupano di chi pagherà la previdenza per sostenere le pensioni nei decenni a venire (sarebbe stato più lungimirante predisporsi per tempo a farci fare più figli). Un’accoglienza dignitosa è anche il frutto di un progetto politico ed economico chiaro per un futuro comune. Oppure vogliamo accontentarci di regalare ai nuovi arrivati la prospettiva di andare a popolare altri ghetti nelle nostre città o di vedere infrangere i loro sogni nelle baraccopoli indecenti gestite dal caporalato delle agromafie?

Ora, comunque, tocca al litigioso condominio dell’Unione europea far vedere di cosa è davvero capace. Dalle conclusioni del Consiglio straordinario di oggi, purtroppo, non mi pare si prospetti una svolta seria.

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Ultralarga la banda, sempre stretta la via

L’ultimo piano sulla banda larga per cancellare il ritardo cronico dell’Italia in fatto di digital divide, montagna da scalare sulla via stretta dello sviluppo e dell’innovazione, risale al 2009. Ricordate? Erano i tempi di Paolo Romani, allora viceministro per lo Sviluppo con delega alle Comunicazioni. Un progetto da 1,47 miliardi, più realisticamente 800 (ma realmente disponibili 400), precipitati a zero. Si disse: abbiamo altre priorità, rinviamo alla fine della crisi. Bastò un attimo per non pensarci più.

Corre l’anno 2015, la crisi non è affatto finita (Romani – e non solo lui – pensava potesse durare al massimo mesi, mica anni), anche se nuove stime sulla crescita del Paese la danno puntualmente sul punto di essere archiviata. E torna imperiosamente di moda la banda larga. Nel frattempo è diventata ultralarga, velocità superiore ai 30 Mbps, perché larga e basta – sopra 2 Mbps, dove peraltro vantiamo il livello di copertura più basso della Ue – non è più sufficiente.

Gli altri Paesi, ovvio, mica sono rimasti a guardare.

L’Italia, invece, in paziente attesa dei comodi di un grande operatore ex monopolista a caso – che neppure questa volta viene vessato, ci mancherebbe altro – è riuscita a scivolare al venticinquesimo posto su 28 nel Digital economy and society index della Commissione europea. Piena zona retrocessione. Per dire, nell’ultralarga contiamo solo un 2,2% degli abbonamenti, contro il 22% di media Ue. La Commissione, tanto per cambiare, ci ha strigliato: quando ve la date una mossa?

Così il governo ha esaminato ieri sera il suo piano per riportarci in vetta. Slide ben curate a parte qualche refuso poi sistemato, l’onesta presa d’atto della Caporetto, nuovi ambiziosi obiettivi in linea con quelli europei, termini smart tipo cluster o blue sky case, e soprattutto la prospettiva di muovere risorse pubbliche e private fino a 12 miliardi di euro in 7 anni (tipo le calende greche, ma prendiamola per buona) con l’aiuto dei santi fondi Ue e di quel certo piano Juncker così vago e poco promettente. Che poi, i fondi europei sono proprio quelli che noi italiani non riusciamo mai a spendere.

Tutto per quando? Entro il 2020. Di mezzo c’è appena la fase di attuazione e forse per allora avremo un altro governo.

Sarà anche che questa è #lavoltabuona, ma alla fine ci avremo messo tre lustri. Speriamo bene.

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La certezza del pasticcio

Ok la questione del 3% aggiunta a mano di notte in corridoio che sembra cucita addosso a uno che non si può discutere (semicit.) sia leader di una forza politica di co-gestione (opposizione proprio no). Ok un premier che cade dalle nubi e, pur essendo laureato in giurisprudenza, si dichiara stupito per le conseguenze di un provvedimento a cui avrebbe messo mano per sua ammissione (“Non mi pare realistico che una nuova legge possa cancellare una condanna passata in giudicato”. Ma va?). 

Chiarito questo, vogliamo discutere di un provvedimento che prevederebbe soglie invero piuttosto altine, che ai profani non addentro a sofisticate strategie legali per farla franca e a Vincenzo Visco suonano come un invito a eludere il molto ancora eludibile? Se sacrosanto è:

1 – evitare la galera per somme ridicole a onesti e poverissimi commercianti artigiani e via discorrendo

2 – rendere molto più brevi i termini di accertamento (essere inseguiti dal Fisco fino alla vecchiaia non è degno di uno stato civile),

leggendo il molto che si è scritto sul tema si viene assaliti dal dubbio che depenalizzare a tutto tondo non sia propriamente andare nella direzione della certezza del diritto. Piuttosto, resta quel retrogusto di certezza che le tasse continueranno a pagarle certissimamente i soliti pirla.

Soprattutto, mesi e mesi di indefesso lavorio sulla delega fiscale sembrano non essere bastati a trovare soluzioni che semplifichino la vita del contribuente, anzi. A cominciare dalla madre di tutte le semplificazioni: il taglio delle tasse e delle complicazioni per pagarle senza farsi venire l’ipertensione. A questo, si sa, si è rapidamente preferito lo spreco di 10 miliardi per gli 80 euro in busta e l’elemosina sull’Irap. Con in più il crudele marameo alle partite Iva.

Alluvione, the times they are a-changin’ (o no?)

«Italiasicura», la struttura di missione di Palazzo Chigi pensata per porre un argine (è il caso di dirlo) a inondazioni e frane ormai continue, è stata avviata ai primi di luglio. Fino a questo momento molti sono stati gli annunci, si è parlato anche di miliardi da investire, di cantieri da aprire. Questa mattina a Roma sono iniziati addirittura gli Stati generali del dissesto idrogeologico. Viene presentato, dice il capo della struttura Erasmo D’Angelis, un “piano di opere e interventi per i prossimi sei anni, con un considerevole investimento economico”. Obiettivo: “Fare prevenzione in maniera appropriata, efficace, perché ormai molti territori non reggono più l’urto nemmeno di piogge appena più abbondanti della norma”.

Il sottosegretario Delrio ha moltiplicato i pani e i pesci, visto che adesso i miliardi da investire sarebbero non 1,7, non 2,4, non 4 – come prospettato a più riprese in estate – ma addirittura 9 (per quei due di cofinanziamento che dovrebbero arrivare dalle Regioni serve, a volerci credere, una dose da cavallo di ottimismo). Intanto lo Sblocca Italia ne ha stanziati 100, di milioni però, e da spartire con la messa in sicurezza degli edifici pubblici, le scuole per esempio (articolo 3 comma 3).

Bene. Non resta che aspettare e vedere (lo so, l’ho già scritto a settembre dopo l’alluvione del Gargano). E certo, dopo mesi di belle parole qualche fatto non guasterebbe. Perché nel frattempo la Liguria sembra in guerra, a Carrara si è rischiato il linciaggio del sindaco, dopo la rottura di un argine presumibilmente mal costruito, e ormai ogni minima pioggia in buona parte del Paese è fonte d’ansia e danni.

Ecco un paio di grafici da Google Trends. Fotografano quanto è aumentato in rete l’uso della parola alluvione dal 2004 ad oggi. Direi che c’è di che preoccuparsi. C’è anche un grafico su bomba d’acqua, ma questo riguarda l’uso e l’abuso delle parole da parte della stampa.

L’uso del termine “alluvione” dal 2004 a oggi (fonte Google Trends)

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L’uso del termine bomba d’acqua. Fonte Google Trendy

P.S. Bob Dylan aveva visto lungo, in The Times They Are a-Changin’

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#ItaliaSicura e #AlluvioneGargano, le cifre e la realtà

Mentre l’alluvione che ha semidistrutto il Gargano sembra alle prese con il virus dell’algoritmo (ricordate il caso Ferguson?) che limita la diffusione delle notizie negative sui social, sono andato a cercare cosa si sta facendo in Italia, in concreto, per affrontare la molto annosa piaga del dissesto idrogeologico.

Breve riepilogo:

A fine aprile l’ex sottosegretario alle Infrastrutture del governo Letta, Erasmo D’Angelis, è nominato a capo della unità di missione di Palazzo Chigi contro il dissesto idrogeologico. «Milioni di cittadini – spiega – aspettano da noi risposte credibili e concrete e aperture di cantieri utili. Ringrazio il presidente Renzi per avermi conferito l’incarico di capo struttura di missione che dovrà coordinare e dare impulso agli interventi bloccati, ad oggi 1.500, spendendo i circa 1,7 miliardi disponibili e non spesi da anni. Farcela è un obbligo morale prima che politico». Dunque, 1,7 miliardi.

Il 9 luglio parte #ItaliaSicura. Diventa operativa la task force dell’Esecutivo contro frane e alluvioni: “Budget da 4 miliardi per i cantieri”, titola il Sole 24 Ore. Si tratta di “2,4 miliardi di euro non spesi dal 1998 per ridurre stati di emergenza territoriali (casse di espansione e vasche di laminazione di fiumi e torrenti, argini anti-alluvioni, briglie per regimentazione acque, messa in sicurezza di frane, stabilizzazione di versanti a rischio crollo, riattivazione di linee Fs locali interrotte e di ponti e infrastrutture viarie di Anas). In più nel bilancio dello Stato sono utilizzabili e ancora non spesi né impegnati in fase di cantiere 1,6 miliardi di euro stanziati con Delibera Cipe nel 2012 per opere urgenti di fognature e depuratori nelle Regioni del Sud da concludere entro il 2015”. La task force “si occuperà di 3.395 cantieri anti-alluvioni e anti-frane, di 183 opere per la depurazione degli scarichi urbani e del disinquinamento di fiumi e laghi, per una spesa prevista di circa 4 miliardi di euro in tutte le Regioni”, si legge su Edilportale. Dunque, 4 miliardi. Qui l’infografica sul sito del governo.

A fine agosto, il 29, arriva in Consiglio dei ministri l’atteso decreto Sblocca Italia, ancora non pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che comprende “misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”. I miliardi sono 3,8, ma per l’intero pacchetto di provvedimenti. E per il dissesto? “Via a 570 cantieri per un valore di 650 milioni di euro“, scrive Nicoletta Cottone sul Sole 24 Ore. Dunque non 1,7 miliardi, non 4 miliardi (di cui 2,4 non spesi dal 1998), ma la più modesta somma di 650 milioni.

Oggi in un comunicato il coordinatore di #ItaliaSicura commenta: “La nuova emergenza nel Foggiano e il dolore per le vittime, per le sofferenze e i molti danni indica la necessità di fare in fretta e recuperare ed investire subito ingenti risorse in prevenzione: è questo l’approccio del Governo Renzi“. E conclude: “L’Italia smette di piangere lacrime di coccodrillo e di rinviare opere di protezione e prevenzione e il decreto Sblocca Italia creerà le condizioni strutturali e finanziarie per voltare pagina”.

Ecco, non resta che aspettare e vedere.

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La riforma del Senato è il passatempo dell’estate

Quando pronti via i senatori hanno avviato l’iter per abolire se stessi in tanti ci eravamo fatti l’idea che la fine del bicameralismo perfetto sarebbe stata l’occasione da non perdere per semplificare, finalmente, il percorso di nascita delle leggi.

Invece, a leggere quanto scritto da Antonello Cherchi sul Sole 24 Ore, non sembra che le cose stiano andando così. Almeno a giudicare dal risultato ottenuto alla fine del già tormentato percorso di approvazione nella prima delle quattro letture. “Con la riforma sono state introdotte in Costituzione materie proprie dei regolamenti parlamentari, appesantendo il testo e rendendolo poco chiaro. È stato consumato uno scempio estetico e lessicale che è difficile funzioni”.

E se lo dice uno che di porcate normative se ne intende, ovvero Roberto Calderoli, c’è di che preoccuparsi. Se però siete in spiaggia e vi volete cimentare con qualcosa a metà tra un rompicapo enigmistico e la ricerca della via d’uscita da un labirinto, potete giocare con l’infografica qui sotto, una lenzuolata che mi ci sono voluti due screenshot della pagina del Sole per comprenderla tutta.

È di una complicazione sorprendente, perfino. Buon divertimento.

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Il meglio può ancora venire. Oppure elezioni

E così Matteo Renzi ha superato la prova del voto, il dato è clamoroso e incontestabile. Non lo dico per piaggeria. La vittoria a valanga del Pd (sottolineo) sorprende soprattutto in un quadro europeo di macerie per i partiti delle grandi famiglie politiche, i popolari e i socialisti. Travolti in Gran Bretagna dal partito anti-Ue, l’Ukip del guascone (assiduo frequentatore di birrerie) Nigel Farage. Spazzati via in Francia dall’onda di piena del Front National (i post-fascisti che qui sono evaporati, ricordiamolo eh?) di Marine Le Pen. Ma anche in Spagna i due maggiori partiti perdono vistosamente colpi e non ho dimenticato la Grecia con Syriza.

A questo punto, ancora abbastanza a caldo, vedo soprattutto due scenari possibili.

In Europa nulla potrà essere come prima. Per quanto i Barroso e i Van Rompuy possano sostenere che le forze euroscettiche non hanno sfondato nel nuovo Parlamento di Strasburgo e finiranno per azzardare mosse gattopardesche. Angela Merkel oggi sa di avere un’unica sponda per evitare il dissolvimento dell’Eurozona ed è l’Italia di Matteo Renzi. Alla cancelliera non resta moltissimo tempo per tentare di riprendere il controllo dell’aereo. Dovrà fare concessioni. Vedremo quali e di che entità, ma non potranno essere pannicelli caldi. Ne sapremo qualcosa di più anche in base alle decisioni della Banca centrale europea, magari a cominciare da giovedì 5 giugno.

In Italia chi accusava Renzi di averci stordito di promesse che non avrebbe potuto mantenere ora dovrà cambiare refrain. A questo punto il governo è soltanto nelle mani del premier. L’opposizione interna del Pd è liquefatta, il potere interdittivo degli alleati precipita ai livelli dello zero termico. Dall’altra parte la disfatta potrà avere ripercussioni sulla leadership, sia in Forza Italia che nel Movimento 5 Stelle. Premesso tutto questo, se non dovessero consentirgli di cambiare i connotati al Paese a tempo di record, il segretario del Pd potrebbe serenamente agitare – lui sì – lo spauracchio del voto anticipato (qualcosa tipo “la palude mi blocca, chiedo aiuto agli italiani che davvero vogliono il cambiamento”). Immagino, per dire, che Alfano temendo l’estinzione sarà più malleabile d’ora in avanti e fin verso il 2018.

Ecco perché credo che il meglio possa ancora venire. Oppure elezioni.

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Happy hour e profughi. A Milano

Ieri sera a mezzanotte, tornando a casa. I bar dell’happy hour e i ristoranti ancora aperti. Musica, gente bella e meno, gay community. Dall’altro lato della strada, Bastioni di Porta Venezia, a spanne una trentina di ombre nei giardini, coperte, cartoni. Un van rosso distribuisce cose. I ragazzi neri salgono e scendono le scale che dalla strada portano ai cespugli. Di giorno chi abita da queste parti ci fa, al massimo, la passeggiata con il cane. I giardini Montanelli, mi spingo a dire le Tuileries di Milano (per chi non fosse di qui), sono appena oltre lo stradone che separa l’area del Lazzaretto (nome perfetto per la situazione) dal pieno centro città. Al Quadrilatero della moda, via Spiga, ci si arriva a piedi in minuti.

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Attraverso via Vittorio Veneto, le rotaie del tram, sono in mezzo a loro. Salgo le scale a due a due e chiamo i City Angels che stanno per sgasare e andarsene. “Scusate, ma chi sono queste persone che dormono all’aperto?”. I volontari con maglietta e basco stanno là, fra sorpresa e imbarazzo. “Profughi”. “Ma è un accampamento, vi pare normale? Siamo in centro”. “Sono persone che hanno bisogno di aiuto – una donna si altera anche un po’ mentre risponde – e noi le aiutiamo”. “So quello che fate, sto solo chiedendo, abito qui”. Spunta un altro dal retro: “ll Comune è al corrente della situazione”. “Ah ecco, quindi l’assessore M sa che sono qui da giorni”. “A questo non possiamo rispondere, sa”. “Certo, capisco, ma ho capito anche che il Comune sa”. Il finestrino si alza, il van parte.

Scendo le scale. L’odore di umanità sofferente è forte. I profughi, credo eritrei visto che al Lazzaretto la loro comunità è presente da decenni e molto numerosa, dormono sulla ghiaia dei vialetti, uno accanto all’altro. Non ci sono bagni chimici. Alle ore pasti si riuniscono dietro la vicina chiesetta raccontata da Manzoni, oggi in pessime condizioni, circondata dal traffico e dai palazzi umbertini. In silenzio, per il servizio mensa, all’aperto anche quello. Mi chiedo se questo si possa definire accoglienza, se sia dignitoso. Per loro e per noi.

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Ripenso alle parole dell’assessore Majorino quando qualche giorno fa si appellò al governo chiedendo un intervento, perché, disse, a Milano sono finiti i posti per ospitare altri profughi nelle strutture comunali. E di soldi per soluzioni alternative, pare, non ce ne sono più. Quindi qualcuno ha pensato bene di affrontare l’emergenza lasciando che i ragazzi scesi dai barconi dormano qui, all’aperto, in centro, sulle aiuole. Di fronte ai bar degli aperitivi. Da una parte della strada Suv in doppia fila, margarita, tapas e tacchi 12, dall’altra l’Africa più disperata che si aggrappa al futuro.

Poi cerco su Google ed ecco la risposta: “Didn’t cross the desert to live in a square”. Tutto torna, credo.

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