Category: Media

Saldi di fine informazione

Ci stringiamo certamente attorno a Michael Schumacher, in lotta per la vita dopo una rovinosa caduta sugli sci, ma che tutte le aperture dei principali quotidiani online (ci metto anche Il Post) da giorni siano stabilmente dedicate a lui non sarà un po’ esagerato?

Esempio: la lettura delle clamorose novità sullo scandalo delle tangenti milionarie in Grecia (con le rivelazioni dell’ex numero uno della Direzione armamenti del ministero della Difesa su come i tedeschi vendevano sottomarini e carri armati ad Atene) ieri sera era possibile solo sul Fatto quotidiano, che non a caso online sta vivendo un momento d’oro.

Anche questa mattina notizie molto rarefatte o relegate (per dire, la crisi in Congo con gli italiani bloccati) ai piani molto bassi dei siti principali, che danno ampio spazio ai bollettini medici sullo stato di salute del 7 volte campione mondiale di Formula 1.

In compenso sulla Germania ieri il Corriere, che pure resta di gran lunga il sito d’informazione più letto, non aveva trovato di meglio che pubblicare l’ennesima galleria fotografica sul “solito look” di Angela Merkel al discorso di fine anno. E buon 2014 a tutti.

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Il caso Scaglia e il Ventennio perduto

Si è detto e scritto davvero troppo poco, certamente non  abbastanza, dell’assoluzione di Silvio Scaglia. Il fondatore di Fastweb ha pagato le accuse iperboliche dei magistrati nell’inchiesta Phuncards-Broker con un anno di carcerazione del tutto ingiustificata, ed è poi stato completamente scagionato. Era successo in precedenza anche all’amministratore delegato dell’azienda milanese di telecomunicazioni, oggi controllata da Swisscom, Stefano Parisi, costretto a dimettersi (per evitare il commissariamento della società) su un’accusa poi venuta a cadere.

Sergio Scalpelli tratta la vicenda su Europa lanciando un messaggio alla sinistra (cosiddetta) riformista: si occupi seriamente della questione giustizia, non continui ad avallare la il-logica del teorema così italiano “non poteva non sapere”. Non dimentichiamolo mai: questa anomalia affonda le radici nella follia autolesionista del Ventennio perduto. Gli anni in cui invece di spendere paginate di quotidiani su putiniani lettoni e olgettine si sarebbe dovuto progettare il futuro. Gli anni in cui l’Italia ha scelto, consapevolmente o meno, di non stare al passo con la modernità e uscire dal ristretto novero delle maggiori economie.  Mica poco.

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Obama, Amazon, la fine dei giornali

“Il passato non tornerà”. Lo ha spiegato ieri Barack Obama, con il piglio figo che tutti gli riconosciamo, in un’intervista ad Amazon, diffusa ovviamente online. Il presidente si riferiva alla brutta fine che stanno facendo i giornali locali (ma anche gli altri, i quotidiani nazionali, non stanno poi tanto bene) in America.

Ricordo che poco più di dieci anni fa i guru del settore vedevano proprio nell’informazione locale, di quartiere perfino, il futuro più roseo della stampa. Sappiamo come è andata a finire. I giganti del web, da Google a Facebook, alla stessa Amazon, si sono presi il 60-70% del mercato della pubblicità senza che si osasse parlare di monopoli e concentrazioni. Testate gloriose  escono a singhiozzo o chiudono, lasciando a casa interi staff redazionali.

Dice Obama, citato in un bel post di Will Bunch sul Philly.com: “It used to be there were local newspapers everywhere. If you wanted to be a journalist, you could really make a good living working for your hometown paper. Now you have a few newspapers that make a profit because they are national brands, and journalists are having to scramble to piece together a living, in some cases as freelancers and without the same benefits that they had in a regular job for a paper, What’s true in journalism is true in manufacturing and is true in retail. What we have to recognize is that those old times aren’t coming back”.

Bene. Anzi, no male. Molto male. Il presidente degli Stati Uniti forse più amato e meno criticato regala un ulteriore assist a uno dei tre-quattro big player della rete (tra l’altro nel mirino in Europa perché elude ad arte il pagamento delle tasse) e va in soccorso del modello di business stravincente. Da cui le giuste obiezioni dei librai americani alle dichiarazioni contraddittorie del Potus.

Che poi Amazon sia stata sfiorata dalla controversa vicenda legata al caso Snowden-Prism e alle rivelazioni sul controllo capillare delle informazioni personali riguardanti ogni singolo utente in rete potrebbe essere un altro paio di maniche. Oppure anche no. Sbaglierò, ma non mi pare che, in generale, le conseguenze della certificazione di un sistema di intercettazione globale (giustificata dalla lotta al terrorismo, s’intende) abbia prodotto gli stessi effetti dello scandalo che ha terremotato l’impero delle news di Rupert Murdoch giusto un paio d’anni fa. Ai più è parso normale che quelli che sanno tutto di te lo raccontino senza problemi a un big brother con regolare distintivo.

Meno normale, allora, è che un sincero democratico perda le staffe perché le notizie escono (e casualmente non su Amazon, Facebook o Google) grazie a insider come Snowden o Manning e che finiscano sui giornali. Casualmente, proprio gli old media in via di estinzione (il che pare non dispiacere troppo al Potus), certo per colpe anche loro ma non solo.

Prism, Snowden e le opportune coincidenze temporali

Prism, Snowden e le opportune coincidenze temporali

La bomba giornalistica del momento, ovvero le rivelazioni di Guardian e Washington Post sui servizi americani che spiano tutto e tutti (ma gli stranieri di più, si capisce), è esplosa ore prima del vertice scravattato e de-michellizzato tra Obama e Xi. Ovviamente i presidenti delle due super potenze fra un tè e un pasticcino hanno anche litigato sui cyber attacchi e i cyber dispetti. Senza venirne a capo, per quanto ne possiamo sapere. Intanto l’informatore che ha passato le carte “segrete” dell’Nsa ai giornali, Edward Snowden, si è addirittura fatto video intervistare. E’ scappato a Hong Kong, nota – ha spiegato l’ormai ex assistente tecnico della Cia oggi alfiere dell’inalienabile diritto alla privacy – per la sua tradizione in fatto di libertà civili e di espressione. Che poi tutto intorno sia Cina, sarà anche un fatto secondario, no?

Warnakulasurja non c’era, ecco perché

Ah, adesso ho capito!

Dall’agenzia Ansa di ieri ore 19.30:

“Dopo l’annullamento, da parte della Corte di Cassazione, della sentenza di fallimento della società Micop di Danilo Coppola, l’ufficio della procura non ha riproposto istanza di fallimento in quanto nel corso del processo penale l’imputato aveva versato all’erario le somme dovute dalla Micop e dunque la società non risultava più, dopo tale pagamento, insolvente”.
Lo afferma, in una nota, il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, prendendo spunto dalle notizie relative all’assoluzione dell’immobiliarista romano dall’accusa di bancarotta e da alcuni suoi commenti come “un arresto creato ad arte” ed un “tentativo della procura di Roma di far fallire” alcune sue società, riproponendo la tesi di una persecuzione giudiziaria ai suoi danni.
Nel comunicato Pignatone ricorda che la Micop era stata dichiarata fallita per un debito nei confronti dell’erario di 18 milioni di euro. Al momento del fallimento – è detto nel comunicato – risultava amministrata da tale Warnakulasurja, soggetto indicato da alcuni testimoni come il posteggiatore abusivo nei pressi dello studio di Daniela Candeloro, commercialista di Coppola. “In ragione della irreperibilità di Warnakulasurja sul territorio italiano le notifiche relative al procedimento fallimentare – afferma Pignatone – erano state effettuate con deposito presso la casa comunale. La sentenza di fallimento è stata annullata in quanto, secondo la Corte di Cassazione, l’ufficio fallimentare avrebbe dovuto tentare la notifica anche all’indirizzo nello Sri Lanka risultante dal passaporto esibito da Warnakulasurja al momento dell’assunzione della carica”.
“L’annullamento, per le ragione sopra indicate della sentenza di fallimento della società Micop – conclude Pignatone – ha determinato il venir meno del presupposto del diritto di bancarotta”. Il procuratore della Repubblica di Roma ricorda poi che con recente decreto del gup è stato disposto il rinvio a giudizio di Danilo Coppola e di altri per associazione a delinquere, reati fiscali e per bancarotta fraudolente con riferimento al fallimento di 12 società. L’ammontare complessivo delle distrazioni contestate è di oltre 300 milioni di euro.(ANSA).
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Marò, (almeno) sei cose da chiarire

Vicenda marò, giornata movimentata. Soprattutto grazie all’informativa del governo, ben testimoniata su #opencamera. Il ministro Giulio Terzi ha dato le dimissioni nel pieno della sua relazione, in aperta polemica con il resto dell’esecutivo. Giorni fa, su questa storia complicatissima, ho avuto un vivace scambio di opinioni via twitter con @mazzettam. Utilissimo. Questa mattina ho avuto una lunga conversazione via skype con @majunteo, alias Matteo Miavaldi, che sul caso ha indagato non poco. Basta leggersi la ricca sezione marò su Chinafiles.

Ora, sollevato dal fatto che il rischio della pena di morte non esisterebbe e che, con grande probabilità, se condannati i due marò potrebbero comunque tornare in Italia, una mia idea me la sono fatta e cerco di riassumerla in pochi punti.

Primo. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non avrebbero dovuto essere in servizio sulla petroliera Enrica Lexie quel 15 febbraio 2012. Enormemente più corretto sarebbe stato che al posto di militari del San Marco, come sciaguratamente stabilito da una legge del 2 agosto 2011 (con il governo Berlusconi ormai agli sgoccioli), ci fossero stati dei contractor. Nave commerciale, personale privato per la sicurezza.

Questo pasticcio tutto italiano ha provocato (ne parla con competenza e chiarezza oggi sulla Stampa l’ex ambasciatore a Teheran e a New Delhi, Roberto Toscano) una serie di errori madornali nella fase iniziale della vicenda, con conflitti tra armatore e Marina su quel che andava fatto e quel che non andava fatto in risposta alle richieste delle autorità costiere indiane dopo lo scontro a fuoco. Un mea culpa in merito credo di non averlo mai sentito.

Secondo. Il nodo cruciale è però un altro. Il fuoco contro il peschereccio Saint Antony è stato aperto (l’Italia non ha mai negato che questo sia veramente accaduto e le famiglie dei due pescatori uccisi sono state risarcite, ritirando poi l’accusa) nella cosiddetta Zona Contigua, a 20.5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, come da rilevazioni satellitari. Di fatto, acque internazionali.

Purtroppo, come mi ha ben spiegato Miavaldi “in India il Maritime Zone Act del 1976 estende la giurisdizione alla zona contigua al fine di mantenere la ‘sicurezza della Nazione’. In aggiunta, secondo la section 188a del codice di procedura criminale indiano – introdotta tramite notificazione dal governo –  la giurisdizione è estesa addirittura fino alle 200 miglia nautiche, come negli Stati Uniti durante il proibizionismo e attualmente al largo delle coste della Cina”.

Insomma l’India ha firmato con riserva la Unclos – la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare – e sul punto vuole fare storia a sé. Certamente la cosa è materia per un arbitrato internazionale. Almeno su questo il ministro Terzi (ora ex) aveva ragione.

Terzo. Circa la correttezza delle indagini sono state offerte diverse versioni, alcune più patriottiche, altre meno. Non sto qui a sindacare, è stato già scritto molto. Non prendo le parti di nessuno, potete documentarvi e farvi una vostra idea. Miavaldi mi ha fatto notare, però, come lo stesso sottosegetario Staffan de Mistura abbia dichiarato che la perizia tecnico-scientifica sulle armi sequestrate a bordo della Enrica Lexie sia stata “trasparente”. E’ un punto non da poco, visto che molta stampa italiana ha sostenuto, anche con articoli pubblicati sul giornale per cui lavoro, il Sole 24 Ore, una storia molto diversa. Ricordo che pochi giorni fa la Procura della Repubblica di Roma ha inoltrato una seconda rogatoria internazionale all’India per avere accesso alle prove.

Quarto. Segnalo solo che, a quanto è dato sapere (lo racconta ancora Matteo Miavaldi nel suo dossier su Chinafiles) il peschereccio non esponeva alcuna bandiera. Cosa che potrebbe avere determinato, oltre all’impossibilità di comprendersi (i pescatori parlavano malayam e non inglese), il precipitare degli eventi. Nessuno, peraltro, ha mai parlato di reazione inconsulta o ingiustificata o eccessiva dei marò. Ma questo andrà appurato in sede processuale.

Quinto. Interessante sottolineare che la Corte speciale di New Delhi che giudicherà i fatti non è un tribunale istituito per punire i marò ma un organo al quale il cosiddetto Centro dell’Unione indiana, ovvero lo Stato centrale, ricorre quando avoca a sé la competenza sui procedimenti avviati dai singoli stati. E’ già stato fatto al proposito l’esempio, calzante, della giustizia federale Usa opposta a quella dei singoli stati dell’Unione. Fbi contro sceriffi, per capirci. Nulla di strano, di anomalo, di vessatorio nei confronti dei due fucilieri italiani.

Sesto. Da ultimo (ci sarebbero tantissime altre questioni, dalla lungaggine tipica della burocrazia indiana intrecciata con le ragioni politiche legate alla figura di Sonia Gandhi, fino agli infiniti pasticci della diplomazia italiana, ma mi limito solo alle più controverse) le limitazioni imposte all’ambasciatore italiano Daniele Mancini. L’immunità diplomatica non avrebbe mai potuto essere messa in discussione. L’India ha corso sul filo del rasoio, rischiando un gravissimo incidente diplomatico. Insomma, solo e soltanto minacce, comunque in violazione della Convenzione di Vienna. (post aggiornato alle 16,11 del 26 marzo 2013)

India Ship Firing

Caro presidente, ma che squadra è?

Caro presidente, ma che squadra è?

Mi sono rivisto con calma Silvio Berlusconi versus Giovanni Floris, in onda ieri sera a Ballarò.

Ecco, Floris ha reinventato un format, l’intervista in postura eretta. Domande vere. Tipo: perché lei non è candidato presidente del consiglio? Può aver dato l’impressione di aver perso il controllo (riferimento alla fase bunga-bunga)? Perché non lo ha fatto prima (i tagli promessi oggi alla spesa pubblica)? Ha governato 8 anni su 11, rinnoverebbe il contratto a un allenatore che la porta all’ultimo posto?

Berlusconi ha risposto senza eccessive sbavature. Non perché sedato o meno pugnace del solito, ma perché ha percepito con chiarezza che davanti aveva un mastino. Uno che di sicuro non sarebbe sceso sul terreno della rissa, tantomeno su quello del cabaret (l’ex premier – in verità – ci ha provato, con quel “Sì, ma io sono irresistibile, caro Floris”; il colpo è andato a vuoto).

Al dodicesimo round Floris è arrivato più fresco e ha piazzato un ragguardevole uno-due che ha fatto vacillare l’intervistato. Prima ha portato il leader del centro-destra a dovere convenire, candido e mansueto, che “ogni tanto” qualcuno lo tradisce. Ergo, perché non dovrebbe accadere anche questa volta? Poi che in fondo gli alleati, per quanto storicamente inaffidabili, “sono quelli che sono sul campo”. Quindi, il programma c’è, scolpito nella roccia, ma nessuno può garantire che questa volta andrà meglio di tutte le altre.

Il re si è trovato, nudo, a ripetere che il tutto “è determinato dalla Costituzione italiana“. E che lui ovviamente intende cambiare le regole, purché gli italiani votino in massa Pdl, affidandogli pieni poteri. Un’eventualità, in effetti, tuttora remota.

Gong e fine. Sui titoli di coda Berlusconi ha perfino abbracciato Floris, come il pugile che finisce il match in piedi ma sa di avere perso, per una volta, nella sua arena preferita. Anche se non per ko, ma soltanto ai punti.

berlusconi-ballarò

Santoro ci ha riconsegnato a B, ora ci salvi la Gabanelli

Vent’anni di attesa, la finalona raggiunta e poi una clamorosa sconfitta davanti al pubblico amico. Non sarebbe potuta finire peggio di così. “Servizio Pubblico” ha tradito se stesso, il coach ha sbagliato completamente la tattica, l’avversario dopo un inizio in salita ha preso il campo, lo ha dominato, dilagando nel finale. Fino all’irrisione.

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E non è che ci si possa consolare esultando per lo share da record. Cosa se ne fanno decine di migliaia di imprese e di famiglie ridotte sul lastrico, tre milioni di disoccupati e una generazione che non avrà mai un lavoro decente del ricordo di una trasmissione che avrebbe dovuto mettere alle corde, dati e fatti alla mano, lo scellerato timoniere del naufragio Italia – Silvio “Schettino” Berlusconi – e, colmo della beffa, ha ridato vigore e slancio alla sua rimonta?

Michele Santoro e Marco Travaglio hanno enormi responsabilità, altro che gioire di quel 33%, di quei nove milioni in trance ipnotica davanti agli schermi de La7. Il primo perché ha provato a trasformare il ring (l’ex premier ha iniziato teso, con la bocca impastata, lo sguardo basso, come un pugile che teme di essere picchiato duro) in uno sciagurato cabaret. E per giunta si è visto poi sfuggire di mano la situazione, addirittura concedendo al nemico di sempre l’onore di sedere al posto del socio gran fustigatore.

Il secondo, Travaglio, perché ha dimostrato di non saper andare oltre il trito (e per nulla televisivo) gioco di ruolo: lui che legge la solita infinita serie di accuse a B. Ma non le accuse che contano, gli errori commessi in anni di governo, bensì quelle di cronaca rosa, quelle sulle Olgettine. Argomenti fatui, in fondo, lievi, ancora per la maggioranza degli italiani.

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Eh sì, ci saremmo aspettati una requisitoria seria e affilata sui dieci anni perduti di governo Pdl-Lega. Sul perché l’Italia sia arrivata a quel fatidico passaggio del testimone di quattordici mesi fa tra Berlusconi e Mario Monti. Quindi, su come la crisi finanziaria sia precipitata, non perché improvvisamente la speculazione ci avesse messo nel mirino, ma perché non erano bastati due lunghi governi a larga maggioranza a consentire l’approvazione di riforme vere, dalle liberalizzazioni alla giustizia civile, dal fisco più leggero per le imprese al passaggio dal duopolio televisivo alle autostrade informatiche. Per competere e restare nel gruppetto di testa delle economie mondiali. Anche combattendo sul serio la corruzione, che invece resta il vero tallone d’Achille.

Cose risapute, direte. Forse, ma che valore avrebbe avuto sentirle dire forte e chiaro, con cifre e immagini, proprio davanti al presidente del Consiglio degli anni spensierati, quelli che il mondo ci rinfaccia di avere vissuto dilapidando il patrimonio da mettere a disposizione delle generazioni future.

E invece no. Una vergognosa gara di gag, a chi la spara più grossa. Uno show tragico, perché giocato sulla nostra pelle, la pelle di un popolo che danza sull’orlo del precipizio della storia. L’italico vizio, quello di Santoro, Travaglio e B (paradossalmente perfetti compari d’osteria) di buttarla in vacca, di ridere di tutto e su tutto, di giocare al gioco narciso di chi sa sorprendere di più il pubblico in sala con la battuta più esilarante.

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Adesso, però, pretendiamo la prova di appello. Non per lo spettacolo, ma per l’Italia. Ecco, la Gabanelli. Milena, dai, pensaci tu. Fatti, cifre, episodi, domande affilate, nessuna concessione all’ammiccamento e alla pacca sulla spalla. Preparaci per tempo una trasmissione seria in cui si dia lustro alla verità. Perché l’ultima risata, davvero, potrebbe seppellirci tutti.

Giornali vs. Sua Onnipotenza Google

L’Economist si diffonde in un articolo saccentino dei suoi sul rapporto fra giornali malati (anche quando fanno profitti licenziano, si veda il caso El Pais) e Sua Onnipotenza Google.

Ovviamente, secondo i saggi d’Oltremanica, le testate di mezzo mondo, dal Brasile alla Germania, dall’Italia alla Francia, hanno torto marcio  a permettersi di chiedere una qualunque condivisione dei ricavi a Mr. Eric Schmidt.

Ovviamente, nel settimanale più snob del mondo in quanto non è dato sapere chi scriva a volte delle fesserie, l’unico espertone interpellato è Jan Malinowski (non è un ex portiere della nazionale polacca, ma il boss della divisione Media al Consiglio d’Europa, in passato watchdog al CoE sul fronte anti-tortura), secondo il quale opporsi a Google e chiedergli qualche spicciolo è come “provare a fermare Gutenberg per salvare gli amanuensi”.

Solo che Google non è il buon Gutenberg, ma un monopolista di fatto che controlla il web a 360 gradi e non contento ora sta conquistando anche il territorio del mobile con le armate di Android. C’è una certa differenza. E non si capisce perché i vari Antitrust se la siano presa nel tempo soltanto con Microsoft perché osava vendere un sistema operativo con dentro un browser. Oggi Google ti regala, in cambio dell’anima del commercio, la pubblicità, il sistema operativo (con Chromebook pure su pc), il sistema mobile (Android), la posta elettronica e qualunque altra cosa uno possa desiderare in rete, dalla musica all’archivio delle foto di famiglia…

Vale la pena di sottolineare due dati due, uno dei quali citato nello stesso articoletto dell’Economist.

Primo: Google domina il mercato pubblicitario online con quota di mercato spaventevole, il 62 per cento. Non si capisce, quindi, come la sopravvivenza di Google (addirittura) possa essere messa a repentaglio da un’onesta quanto dovuta condivisione dei ricavi (magari un’altra volta parleremo dei carrier telefonici e del molto traffico generato dalle news…).

Secondo, i 150 giornali brasiliani che si sono chiamati fuori dal motore di Mountain View in ottobre hanno visto calare il loro traffico di appena il 5 per cento. 

Ergo, certamente occorre esplorare tutte le strade che portino a fare ricavi ma, sia chiaro, lasciare Google News è tutt’altro che azzardato. Il ricatto di Mr. Schmidt non deve fare paura.