Uber contro i taxi senza pregiudizi e con qualche soluzione

Non sono nella posizione migliore per affrontare questo argomento. Primo, perché so bene da che parte stavano i tassisti a Milano quando la Lega gettava macigni nello stagno della politica italiana. Lega dura e pura, quella di Roma ladrona, del via i teroni (con una erre, rigorosamente) dalla Padania e delle minacce fisiche ai “giornalisti di regime”.  Secondo, perché, tornando ai giorni nostri, uso uno smartphone con sistema operativo Android, quello di Google, per capirci. E mi ci trovo molto bene.

Quindi, per venire al punto, dovrei avercela con i tassisti. E godere parecchio del fatto che Uber, servizio di trasporto privato made in California finanziato da Google, esiste, ha messo piede a Milano come in molte altre città del mondo e presto o tardi spazzerà via la casta delle auto bianche. E invece no. Prendere le parti di quelli che hanno inscenato la guerriglia sabato ai Giardini Montanelli, sia chiaro, mai. Credo che le buone ragioni non  si affermino con la violenza. La protesta, però, la trovo fondata. Spiegherò non tanto in breve perché.

Quando mi capita di titolare articoli sulla vicenda, che va avanti da ormai da molti mesi, spesso la inquadro alla voce “Old economy contro App economy”. Da una parte c’è una categoria professionale (come molte altre, in Italia) che ha segnato il territorio, che non ammette interferenze, che preferisce un perimetro di regole immutabili e tariffe concordate (tipo quella indecente da Milano all’aeroporto della Malpensa, 90 euro), che basa il ricambio del personale sulla compravendita di licenze a numero limitato e carissime perché considerate surrogati del Tfr.

Dall’altra c’è il nuovo, c’è il futuro. La meravigliosa App economy, la comodità di prenotare aerei e alberghi, fare acquisti, video, foto, comunicare a ogni ora. Insomma, tutto il nostro mondo in un parallelepipedo leggero e sottile, lo smartphone. In principio fu l’iPhone. Solo 7 anni fa, ma sembra passato un secolo, vero? Sembra che ci siano da sempre, questi cosi che ci ipnotizzano anche mentre camminiamo, mangiamo, scendiamo le scale (il mio vicino è caduto è si è fracassato la caviglia proprio tre giorni fa).

Tutto bello? Insomma. Silicon Valley vuole entrare nelle nostre case, nelle nostre camere da letto, nelle nostre cucine (Google ha appena lanciato in Italia il suo arsenale di applicazioni) nelle nostre automobili (Apple con CarPlay). Vuole gestire le nostre relazioni personali, anche le più intime (Facebook domina la messaggistica dopo l’acquisto di Whatsapp). Vuole farlo con strutture logistiche leggere, quasi evanescenti. Lo schema è noto. Pochi dipendenti, filiali che offrono apparentemente solo servizi alla controllante e in questo modo permettono di pagare una quantità irrisoria di tasse nel Paese in cui invece operano e fanno business. Problemi in questo senso li ha creati anche l’app Airbnb, e negli Stati Uniti, non a Milano.

Questo meccanismo ha consentito alle startup e ai colossi del web, in pochi anni, di arricchirsi a dismisura, di accumulare tesori di decine di miliardi di dollari e così potersi permettere acquisizioni miliardarie per fagocitare la concorrenza e spartirsi il mercato. A discapito delle entrate tributarie e dell’occupazione stabile nei Paesi “colonizzati” (l’Irlanda, base europea largamente preferita per il suo regime fiscale compiacente, fa eccezione. Ma gli irlandesi che non lavorano nell’hi-tech emigrano).

È un problema talmente sentito, ormai, che se ne sta occupando l’Ocse. Si studiano nuove regole (pronte, pare, entro dicembre 2015), perché in tempi di crisi del debito gli Stati si sono finalmente accorti che un manipolo di ragazzi secchioni in prevalenza californiani ha dato scacco quasi matto al sistema pre-esistente.

In tutto questo nessuno batte Google. Da motore di ricerca numero uno domina il mercato della pubblicità sul web e così limita sempre più le risorse per tutti gli altri media. È nei nostri telefonini (Android è l’80% del mercato dei sistemi operativi mobili) e di fatto sa cosa facciamo dal risveglio alla sera, forse anche di più. Come Facebook vuole sapere tutto di noi e in cambio della nostra identità e delle nostre abitudini ci offre la gratuità di mappe, posta elettronica, video entertainment. Mountain View è entrata da poco anche nella tv di casa con Chromecast.

E sovvenziona Uber. I tassisti (anche quelli di Bruxelles, Londra o Parigi, e perfino quelli di San Francisco, a casa di Uber) hanno capito che questa volta la minaccia è, darwinianamente, seria. Potenzialmente letale. Infatti gli scioperi non li hanno fatti contro il fiorire di servizi di car sharing promossi anche dal Comune. È Uber ad agitare i loro sonni perché con la sua app offre un servizio magari un po’ più caro ma perfetto, comodo, adeguato ai tempi. Con auto spesso migliori e pagamenti elettronici. E che Uber, come dicono, non rispetti la legge non è neppure del tutto vero (anche se proprio a San Francisco qualche problema è emerso a proposito delle modalità assicurative dei conducenti che lavorano per Uber) visto che, a causa dei colpevoli ritardi delle istituzioni, la normativa in Italia è frammentata e immancabilmente soggetta a interpretazioni.

Quindi?

Sul Sole 24 Ore si è scritto di altre esperienza analoghe nel mondo e di come, ad esempio in Cina, si sia percorsa una strada che non punta a staccare la spina al servizio ex incumbent (con relative famiglie a carico) oggi minacciato di repentina estinzione dall’App economy.

Dopo l’aggressione e le minacce fisiche alla regional manager di Uber Italia, Benedetta Arese Lucini, e dopo lo sciopero bianco dei taxi di questi giorni è atteso un incontro delle parti con il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi. C’è da augurarsi che il buon senso prevalga. Perché i taxi non possono ignorare che il mondo cambia e Lucini non può fare finta che l’innovazione tecnologica non mandi in crisi equilibri decennali e non metta a rischio la pace sociale.

Per dire, Uber e insieme UberPop (servizio di car pooling a pagamento in cui l’autista è un altro utente) insieme sono davvero troppo in pochi mesi. Equivale a una dichiarazione di guerra che può anche provocare (come è avvenuto a Milano) risposte violente. Il Comune di Milano (sindaco Pisapia e assessore Maran, ci siete?) dica questa volta con chiarezza che l’autostop a pagamento a Milano non si può fare e non si farà per un po’ di tempo. Fine.

All’incontro con Lupi (dove Maran si presenterà con una proposta di cui parla Martina Pennisi su Wired) e nelle discussioni a venire Uber, piuttosto, offra in segno di pace (è un esempio) lo sviluppo di una app parimenti efficace e che metta i taxi in condizioni di competere. Oppure dia sei mesi di tempo per produrla (quelle che ci sono ora non reggono il confronto) e nel frattempo si adegui temporaneamente alle richiesta di proporsi solo come servizio Ncc (Noleggio con conducente) a tutti gli effetti, quindi non con auto già in strada.

I tassisti, da parte loro, non facciano muro né sulla disponibilità a essere chiamati anche via smartphone né all’utilizzo obbligatorio dei pagamenti elettronici. Quanto alle tariffe, abbandonino definitivamente l’idea di un mercato mummificato. Altrimenti, in ogni caso, il tempo darà loro torto.

Postilla: ecco come è andata, come finirà è ancora tutto da vedere.

 

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