Happy hour e profughi. A Milano

Ieri sera a mezzanotte, tornando a casa. I bar dell’happy hour e i ristoranti ancora aperti. Musica, gente bella e meno, gay community. Dall’altro lato della strada, Bastioni di Porta Venezia, a spanne una trentina di ombre nei giardini, coperte, cartoni. Un van rosso distribuisce cose. I ragazzi neri salgono e scendono le scale che dalla strada portano ai cespugli. Di giorno chi abita da queste parti ci fa, al massimo, la passeggiata con il cane. I giardini Montanelli, mi spingo a dire le Tuileries di Milano (per chi non fosse di qui), sono appena oltre lo stradone che separa l’area del Lazzaretto (nome perfetto per la situazione) dal pieno centro città. Al Quadrilatero della moda, via Spiga, ci si arriva a piedi in minuti.

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Attraverso via Vittorio Veneto, le rotaie del tram, sono in mezzo a loro. Salgo le scale a due a due e chiamo i City Angels che stanno per sgasare e andarsene. “Scusate, ma chi sono queste persone che dormono all’aperto?”. I volontari con maglietta e basco stanno là, fra sorpresa e imbarazzo. “Profughi”. “Ma è un accampamento, vi pare normale? Siamo in centro”. “Sono persone che hanno bisogno di aiuto – una donna si altera anche un po’ mentre risponde – e noi le aiutiamo”. “So quello che fate, sto solo chiedendo, abito qui”. Spunta un altro dal retro: “ll Comune è al corrente della situazione”. “Ah ecco, quindi l’assessore M sa che sono qui da giorni”. “A questo non possiamo rispondere, sa”. “Certo, capisco, ma ho capito anche che il Comune sa”. Il finestrino si alza, il van parte.

Scendo le scale. L’odore di umanità sofferente è forte. I profughi, credo eritrei visto che al Lazzaretto la loro comunità è presente da decenni e molto numerosa, dormono sulla ghiaia dei vialetti, uno accanto all’altro. Non ci sono bagni chimici. Alle ore pasti si riuniscono dietro la vicina chiesetta raccontata da Manzoni, oggi in pessime condizioni, circondata dal traffico e dai palazzi umbertini. In silenzio, per il servizio mensa, all’aperto anche quello. Mi chiedo se questo si possa definire accoglienza, se sia dignitoso. Per loro e per noi.

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Ripenso alle parole dell’assessore Majorino quando qualche giorno fa si appellò al governo chiedendo un intervento, perché, disse, a Milano sono finiti i posti per ospitare altri profughi nelle strutture comunali. E di soldi per soluzioni alternative, pare, non ce ne sono più. Quindi qualcuno ha pensato bene di affrontare l’emergenza lasciando che i ragazzi scesi dai barconi dormano qui, all’aperto, in centro, sulle aiuole. Di fronte ai bar degli aperitivi. Da una parte della strada Suv in doppia fila, margarita, tapas e tacchi 12, dall’altra l’Africa più disperata che si aggrappa al futuro.

Poi cerco su Google ed ecco la risposta: “Didn’t cross the desert to live in a square”. Tutto torna, credo.

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