Category: Milano

Toh, i controlli a Porta Venezia (dopo la lettera a Pisapia e Granelli)

Leggo questa mattina sulle gazzette online di Milano (qui, ad esempio, Corriere e Milano Today) che – udite, udite – è iniziata l'”operazione” Porta Venezia, con i controlli – parola desueta qui come in molte parti d’Italia – delle forze dell’ordine per rendere l’area compresa fra via Tadino e via Lazzaretto una zona onesta. Gaudio, tripudio, popolo in festa. Addirittura i carabinieri nel centro di Milano! Addirittura multe per 34mila euro a negozi che, in determinati casi, a mio insindacabile giudizio, dovrebbero essere chiusi e mai più riaperti.

Pare quindi che, nonostante nessuno mi abbia mai risposto (lo prescriverebbe la netiquette, si veda il punto 4 al link, sezione “I comandamenti dell’e-mail”) qualcosa si sia mosso, perlomeno in termini temporali se non consequenziali (sarebbe in ogni caso una gradita coincidenza), dopo una mia e-mail, che rendo pubblica in questo post, a uso e consumo dei concittadini e compagni di sventura che hanno osato decidere di vivere nella pur bella zona del Lazzaretto.

La lettera è partita il 29 luglio all’indirizzo del sindaco Giuliano Pisapia, dell’assessore alla Sicurezza Marco Granelli, del comando della Polizia Locale e di altri indirizzi di funzionari e associazioni di volontariato, fra cui Fondazione Progetto Arca onlus, attiva in zona.

Lazzaretto le jour, via Lazzaro Palazzi angolo largo Bellintani. Foto di Alberto Annicchiarico

Lazzaretto le jour, via Lazzaro Palazzi angolo largo Bellintani. Foto di Alberto Annicchiarico

Lazzaretto la nuit, via Panfilo Castaldi. Foto di Alberto Annicchiarico

Lazzaretto la nuit, via Panfilo Castaldi. Foto di Alberto Annicchiarico

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Gentilissimi,

do seguito all’ottimo incontro di maggio … per farvi presente che l’ordinanza del sindaco Pisapia in allegato non viene fatta adeguatamente rispettare per assenza di controlli.
È disdicevole:
– che non si riscontri (a me non è mai capitato finora) la presenza sul terreno della Polizia Locale.
– che alle telefonate di segnalazione allo 020208 non segua ALCUNA azione preventiva o di contrasto alle violazioni segnalate, in particolare da parte dell’esercizio XXX (e qui mi limito a pochi elementi per ragioni di riservatezza) in via Panfilo Castaldi, che vende alcolici in bottiglia (prevalentemente birra) all’accolita di ubriaconi accampata in maniera PERMANENTE all’angolo CASTALDI/LECCO.
Mi è stato spiegato dal gentile e paziente addetto del centralino di Beccaria di turno martedì 28 luglio, ore 21.30, che inviare una pattuglia entro le 22 ora di chiusura dell’esercizio non sarebbe stato possibile e che piuttosto sarebbe appropriato un intervento programmato dell’ANNONARIA. Se ne dedurrebbe che la violazione di un’ordinanza del primo cittadino volta a “contrastare il degrado urbano nonché a tutelare la sicurezza urbana e l’incolumità pubblica” (si legga il testo in allegato se non lo si avesse a portata di mano) viene considerata meno grave di un incidente stradale. La telefonata è stata registrata, potete ascoltarla, si capisce che non l’ho presa molto bene, visto che da ANNI chiediamo attraverso singoli e associazioni che in estate si cammini al Lazzaretto senza dover subire la vista del degrado umano che fa da potente contrasto alla movida e soprattutto gli odori rivoltanti di urina per ogni dove – ben sostenuti dalla temperatura – che invece noi residenti siamo costretti a subire.
– che alla richiesta di intervento alla ANNONARIA tel. 0277272312 mercoledì 29 luglio mattina l’addetto infastidito abbia ribattuto chiedendo l’invio di una segnalazione VIA FAX (nel 2015 chiedere di mandare un fax è semplicemente grottesco). Soltanto su mia richiesta specifica (“ma non esiste una email?”) l’addetto ha concesso la dettatura di un indirizzo di posta elettronica impossibile da comprendere per il cittadino medio.
Siccome gli faceva fatica ripeterlo con lo spelling perché forse aveva troppo da fare io ho capito questo:
Ho tentato di inviare la mail e vi ho messo in copia conoscenza, ma senza successo, perché la mail non esiste, pare.
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Ho richiamato per chiarimenti sulla email e mi è stato risposto (ore 14):
“Provi senza punto dopo PL. Quella esposta è quella, poi che sia disattivata non lo so”. Inesistente anche questa.
Il testo della mia comunicazione alla ANNONARIA mai inviato sarebbe stato:
Si richiede vostro intervento a tutela dei cittadini e per il rispetto dell’ordinanza del sindaco Giuliano Pisapia, che invio in allegato.
La richiesta è determinata dalla urgente necessità di verificare ed eventualmente sanzionare il reiterarsi della vendita di bevande alcoliche dopo le ore 21, come accertato in diverse occasioni dal sottoscritto, ad opera dell’esercizio XXX in via Panfilo Castaldi.
La rivendita di alcolici in bottiglia oltre le ore 21 accentua il molto deprecabile stato di degrado dell’area interessata favorendo lo stazionamento di vagabondi in stato di ebbrezza che orinano sul marciapiede, fenomeno persistente da ANNI durante la giornata e che si estende alle ore serali proprio grazie alla ricorrente violazione della suddetta recente ordinanza.
Certo di un Vostro cortese riscontro porgo cordiali saluti
Alberto Annicchiarico
Grazie per l’attenzione. Confido in un sollecito e cortese riscontro, dal momento che la violazione di una ordinanza sarebbe ancora più grave nel caso in cui non trovasse corrispondenza in un’azione adeguata da parte dell’Ente pubblico e di governo del territorio che quella ordinanza ha emesso.
cordiali saluti
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Sin qui la mia lettera.
Per chi non l’avesse mai letta, ecco invece il passaggio più interessante dell’ordinanza numero 37 del sindaco, datata 4 giugno 2015 e in vigore dal 13 giugno al 15 ottobre prossimo:
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Con una fondamentale appendice:
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E sottolineo “continuamente”.
Invece, da giugno al 4 agosto, circa due mesi per applicare a dovere un’ordinanza del sindaco. Ma meglio tardi che mai. Ora vediamo come procede l’operazione. L’estate è ancora lunga.

Happy hour e profughi. A Milano

Ieri sera a mezzanotte, tornando a casa. I bar dell’happy hour e i ristoranti ancora aperti. Musica, gente bella e meno, gay community. Dall’altro lato della strada, Bastioni di Porta Venezia, a spanne una trentina di ombre nei giardini, coperte, cartoni. Un van rosso distribuisce cose. I ragazzi neri salgono e scendono le scale che dalla strada portano ai cespugli. Di giorno chi abita da queste parti ci fa, al massimo, la passeggiata con il cane. I giardini Montanelli, mi spingo a dire le Tuileries di Milano (per chi non fosse di qui), sono appena oltre lo stradone che separa l’area del Lazzaretto (nome perfetto per la situazione) dal pieno centro città. Al Quadrilatero della moda, via Spiga, ci si arriva a piedi in minuti.

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Attraverso via Vittorio Veneto, le rotaie del tram, sono in mezzo a loro. Salgo le scale a due a due e chiamo i City Angels che stanno per sgasare e andarsene. “Scusate, ma chi sono queste persone che dormono all’aperto?”. I volontari con maglietta e basco stanno là, fra sorpresa e imbarazzo. “Profughi”. “Ma è un accampamento, vi pare normale? Siamo in centro”. “Sono persone che hanno bisogno di aiuto – una donna si altera anche un po’ mentre risponde – e noi le aiutiamo”. “So quello che fate, sto solo chiedendo, abito qui”. Spunta un altro dal retro: “ll Comune è al corrente della situazione”. “Ah ecco, quindi l’assessore M sa che sono qui da giorni”. “A questo non possiamo rispondere, sa”. “Certo, capisco, ma ho capito anche che il Comune sa”. Il finestrino si alza, il van parte.

Scendo le scale. L’odore di umanità sofferente è forte. I profughi, credo eritrei visto che al Lazzaretto la loro comunità è presente da decenni e molto numerosa, dormono sulla ghiaia dei vialetti, uno accanto all’altro. Non ci sono bagni chimici. Alle ore pasti si riuniscono dietro la vicina chiesetta raccontata da Manzoni, oggi in pessime condizioni, circondata dal traffico e dai palazzi umbertini. In silenzio, per il servizio mensa, all’aperto anche quello. Mi chiedo se questo si possa definire accoglienza, se sia dignitoso. Per loro e per noi.

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Ripenso alle parole dell’assessore Majorino quando qualche giorno fa si appellò al governo chiedendo un intervento, perché, disse, a Milano sono finiti i posti per ospitare altri profughi nelle strutture comunali. E di soldi per soluzioni alternative, pare, non ce ne sono più. Quindi qualcuno ha pensato bene di affrontare l’emergenza lasciando che i ragazzi scesi dai barconi dormano qui, all’aperto, in centro, sulle aiuole. Di fronte ai bar degli aperitivi. Da una parte della strada Suv in doppia fila, margarita, tapas e tacchi 12, dall’altra l’Africa più disperata che si aggrappa al futuro.

Poi cerco su Google ed ecco la risposta: “Didn’t cross the desert to live in a square”. Tutto torna, credo.

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Uber contro i taxi senza pregiudizi e con qualche soluzione

Non sono nella posizione migliore per affrontare questo argomento. Primo, perché so bene da che parte stavano i tassisti a Milano quando la Lega gettava macigni nello stagno della politica italiana. Lega dura e pura, quella di Roma ladrona, del via i teroni (con una erre, rigorosamente) dalla Padania e delle minacce fisiche ai “giornalisti di regime”.  Secondo, perché, tornando ai giorni nostri, uso uno smartphone con sistema operativo Android, quello di Google, per capirci. E mi ci trovo molto bene.

Quindi, per venire al punto, dovrei avercela con i tassisti. E godere parecchio del fatto che Uber, servizio di trasporto privato made in California finanziato da Google, esiste, ha messo piede a Milano come in molte altre città del mondo e presto o tardi spazzerà via la casta delle auto bianche. E invece no. Prendere le parti di quelli che hanno inscenato la guerriglia sabato ai Giardini Montanelli, sia chiaro, mai. Credo che le buone ragioni non  si affermino con la violenza. La protesta, però, la trovo fondata. Spiegherò non tanto in breve perché.

Quando mi capita di titolare articoli sulla vicenda, che va avanti da ormai da molti mesi, spesso la inquadro alla voce “Old economy contro App economy”. Da una parte c’è una categoria professionale (come molte altre, in Italia) che ha segnato il territorio, che non ammette interferenze, che preferisce un perimetro di regole immutabili e tariffe concordate (tipo quella indecente da Milano all’aeroporto della Malpensa, 90 euro), che basa il ricambio del personale sulla compravendita di licenze a numero limitato e carissime perché considerate surrogati del Tfr.

Dall’altra c’è il nuovo, c’è il futuro. La meravigliosa App economy, la comodità di prenotare aerei e alberghi, fare acquisti, video, foto, comunicare a ogni ora. Insomma, tutto il nostro mondo in un parallelepipedo leggero e sottile, lo smartphone. In principio fu l’iPhone. Solo 7 anni fa, ma sembra passato un secolo, vero? Sembra che ci siano da sempre, questi cosi che ci ipnotizzano anche mentre camminiamo, mangiamo, scendiamo le scale (il mio vicino è caduto è si è fracassato la caviglia proprio tre giorni fa).

Tutto bello? Insomma. Silicon Valley vuole entrare nelle nostre case, nelle nostre camere da letto, nelle nostre cucine (Google ha appena lanciato in Italia il suo arsenale di applicazioni) nelle nostre automobili (Apple con CarPlay). Vuole gestire le nostre relazioni personali, anche le più intime (Facebook domina la messaggistica dopo l’acquisto di Whatsapp). Vuole farlo con strutture logistiche leggere, quasi evanescenti. Lo schema è noto. Pochi dipendenti, filiali che offrono apparentemente solo servizi alla controllante e in questo modo permettono di pagare una quantità irrisoria di tasse nel Paese in cui invece operano e fanno business. Problemi in questo senso li ha creati anche l’app Airbnb, e negli Stati Uniti, non a Milano.

Questo meccanismo ha consentito alle startup e ai colossi del web, in pochi anni, di arricchirsi a dismisura, di accumulare tesori di decine di miliardi di dollari e così potersi permettere acquisizioni miliardarie per fagocitare la concorrenza e spartirsi il mercato. A discapito delle entrate tributarie e dell’occupazione stabile nei Paesi “colonizzati” (l’Irlanda, base europea largamente preferita per il suo regime fiscale compiacente, fa eccezione. Ma gli irlandesi che non lavorano nell’hi-tech emigrano).

È un problema talmente sentito, ormai, che se ne sta occupando l’Ocse. Si studiano nuove regole (pronte, pare, entro dicembre 2015), perché in tempi di crisi del debito gli Stati si sono finalmente accorti che un manipolo di ragazzi secchioni in prevalenza californiani ha dato scacco quasi matto al sistema pre-esistente.

In tutto questo nessuno batte Google. Da motore di ricerca numero uno domina il mercato della pubblicità sul web e così limita sempre più le risorse per tutti gli altri media. È nei nostri telefonini (Android è l’80% del mercato dei sistemi operativi mobili) e di fatto sa cosa facciamo dal risveglio alla sera, forse anche di più. Come Facebook vuole sapere tutto di noi e in cambio della nostra identità e delle nostre abitudini ci offre la gratuità di mappe, posta elettronica, video entertainment. Mountain View è entrata da poco anche nella tv di casa con Chromecast.

E sovvenziona Uber. I tassisti (anche quelli di Bruxelles, Londra o Parigi, e perfino quelli di San Francisco, a casa di Uber) hanno capito che questa volta la minaccia è, darwinianamente, seria. Potenzialmente letale. Infatti gli scioperi non li hanno fatti contro il fiorire di servizi di car sharing promossi anche dal Comune. È Uber ad agitare i loro sonni perché con la sua app offre un servizio magari un po’ più caro ma perfetto, comodo, adeguato ai tempi. Con auto spesso migliori e pagamenti elettronici. E che Uber, come dicono, non rispetti la legge non è neppure del tutto vero (anche se proprio a San Francisco qualche problema è emerso a proposito delle modalità assicurative dei conducenti che lavorano per Uber) visto che, a causa dei colpevoli ritardi delle istituzioni, la normativa in Italia è frammentata e immancabilmente soggetta a interpretazioni.

Quindi?

Sul Sole 24 Ore si è scritto di altre esperienza analoghe nel mondo e di come, ad esempio in Cina, si sia percorsa una strada che non punta a staccare la spina al servizio ex incumbent (con relative famiglie a carico) oggi minacciato di repentina estinzione dall’App economy.

Dopo l’aggressione e le minacce fisiche alla regional manager di Uber Italia, Benedetta Arese Lucini, e dopo lo sciopero bianco dei taxi di questi giorni è atteso un incontro delle parti con il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi. C’è da augurarsi che il buon senso prevalga. Perché i taxi non possono ignorare che il mondo cambia e Lucini non può fare finta che l’innovazione tecnologica non mandi in crisi equilibri decennali e non metta a rischio la pace sociale.

Per dire, Uber e insieme UberPop (servizio di car pooling a pagamento in cui l’autista è un altro utente) insieme sono davvero troppo in pochi mesi. Equivale a una dichiarazione di guerra che può anche provocare (come è avvenuto a Milano) risposte violente. Il Comune di Milano (sindaco Pisapia e assessore Maran, ci siete?) dica questa volta con chiarezza che l’autostop a pagamento a Milano non si può fare e non si farà per un po’ di tempo. Fine.

All’incontro con Lupi (dove Maran si presenterà con una proposta di cui parla Martina Pennisi su Wired) e nelle discussioni a venire Uber, piuttosto, offra in segno di pace (è un esempio) lo sviluppo di una app parimenti efficace e che metta i taxi in condizioni di competere. Oppure dia sei mesi di tempo per produrla (quelle che ci sono ora non reggono il confronto) e nel frattempo si adegui temporaneamente alle richiesta di proporsi solo come servizio Ncc (Noleggio con conducente) a tutti gli effetti, quindi non con auto già in strada.

I tassisti, da parte loro, non facciano muro né sulla disponibilità a essere chiamati anche via smartphone né all’utilizzo obbligatorio dei pagamenti elettronici. Quanto alle tariffe, abbandonino definitivamente l’idea di un mercato mummificato. Altrimenti, in ogni caso, il tempo darà loro torto.

Postilla: ecco come è andata, come finirà è ancora tutto da vedere.

 

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Colpo durissimo per chi governa Milano

For fuck’s sake, it was we neoliberals at the ASI who nurtured the idea of the London Congestion Charge for decades: it was, recall, originally invented by Alan Walters, Maggie’s economic representative on Earth.

Lo scrive Tim Worstall sul suo blog. Ora, ricordatelo voi a Giuliano Pisapia e all’assessore Maran che la London congestion charge, antesignana dell’Area C di Milano, tra le poche cose di cui vadano davvero fieri gli amministratori in carica dell’ex capitale industriale e morale, se l’è inventata il consigliere economico di Maggie Thatcher, e non Ken Livingstone, detto il rosso.

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Banzai, Tares! (parte seconda, ma ora si chiama Tari)

Ve lo devo. Mi hanno poi richiamato, dal Settore Finanze del Comune di Milano. Sono serviti molti solleciti e un anno di attesa. Naturalmente nel frattempo la Tares, la tassa sui rifiuti, l’ho pagata ancora una volta su più metri quadrati di quello che mi spetterebbe. La scadenza era il 30 settembre e l’addetta del Comune mi ha chiamato solo qualche giorno fa. Mi ha invitato a scrivere una letterina raccomandata per ribadire la segnalazione dell’errore da me commesso in fase di comunicazione e la successiva rettifica, regolarmente spedita elettronicamente e protocollata il 12 dicembre 2012.

Detto, fatto. Ho scritto un messaggio di posta elettronica certificata (al quale non si sono degnati di rispondere ma che è certamente stato consegnato e letto, perché la mia Pec me lo riferito) e spedito la magica raccomandata A/R. Ora resto sulla riva del fiume e aspetto paziente. Anche perché nel frattempo la Tares, con la Legge di stabilità, è stata ribattezzata Tari ma continuerà imperterrita a essere calcolata sui metri quadrati e non sulla reale quantità di immondizia prodotta.

Settimane fa, nella più recente telefonata con il centralino comunale 020202 (dove ormai sono di casa), un’addetta dal piglio sicuro tipo Tata Lucia mi ha tolto ogni fantasia al riguardo: “Si figuri se faranno mai una cosa del genere. Dovrebbero approntare un nuovo sistema di raccolta interrato e dotato di chip in ogni condominio”. Fra me e me ho pensato: e certo, la vedo molto dura, ma allora i dirimpettai che fanno l’asilo nido per i figli degli amici e buttano tonnellate di immondizia più di me continueranno a pagare di meno per sempre visto che l’appartamento è più piccolo! Ma pazienza.

Domenica, poi, in redazione ne ho parlato con alcuni colleghi. “Guarda che in Trentino i cassonetti con i chip li hanno introdotti da anni”, mi ha fatto notare l’esperto in materia di tasse e amministrazioni locali. Ah, in Trentino. Da anni. Facendo una rapida ricerca si scopre che la tecnologia Rfid è stata introdotta ormai da molti Comuni. A Venaria Reale ti danno anche i punti da spendere al supermercato o in farmacia se sei virtuoso. A Milano, invece, ci si limita a usare i chip sugli automezzi di raccolta per il riconoscimento e la pesatura. Insomma, a parte il prelievo Irpef elevato recentemente al top, ancora aspettiamo i benefici della Rivoluzione arancione. Ma arriveranno, eh se arriveranno.

rifiuti

Banzai, Tares!

“Ci state chiamando a centinaia. Riceviamo solo telefonate come la sua. Anzi, lei è gentile. La gente è infuriata, spesso parte l’insulto. E non è che si possa dare loro torto: in molti casi è perché hanno comunicato variazioni o segnalato anomalie e sono stati ignorati. Per molti, poi, c’è il problema degli avvisi che riguardano abitazioni lasciate anni fa. Sì certo, è per la Tares“.

Già, Tares. Basta la parola. La nuova tassa comunale che va a sostituire la Tarsu. Sempre di pagare il servizio raccolta dei rifuti si tratta, con in più la quota sui servizi. Sono arrivate nelle buche delle lettere dei milanesi tante buste spedite dal Settore Finanze e Oneri Tributari, via Silvio Pellico 16, a due passi dal Duomo. Un bunker. Impossibile comunicare.

Anni fa si poteva andare a fare, armati di santa pazienza, la coda di ore nella non lontana via S. Tomaso, tra le fermate Cairoli e Cordusio del metrò. Oggi non più. Devi chiamare lo 020202, centralino tuttofare del Comune. Sono loro a subire le sfuriate dei contribuenti per poi prenotare una richiamata “entro 20 giorni lavorativi” (appena) da parte degli uffici.

L’anno scorso io ci ho provato. Mai richiamato, nonostante due solleciti. Così, su indicazione di uno degli operatori dello 020202 con i quali ho fatto amicizia (sono anche addestrati all’assistenza psicologica, pare) ho compilato il modulo online di variazione della dichiarazione malauguratamente erronea per eccesso, dunque a vantaggio dell’Amministrazione, che incassa qualche decina di euro in più dal 2008.

Spedito, protocollato, faxato entro i termini. Niente, tutto inutile. Anche quest’anno i metri quadrati su cui pago la tassa non sono cambiati. Del resto, in tempi di crisi, meglio fare gli gnorri, no? In compenso l’acconto è praticamente pari a quanto pagato un anno fa. Poi ci sarà il saldo, da pagare entro il 30 novembre.

Intanto, per coltivare la speranza, ho chiesto un nuovo codice prenotazione per una telefonata dal bunker di via Silvio Pellico. Mi richiameranno nell’anno della grande stangata? Accetto scommesse.

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Ciao amico, cerco un lavoro

“Ciao amico”. Sole e caldo in una domenica di giugno, nel suq del centro di Milano, dalle parti di via Lazzaretto. Deserto assoluto. “Scusa amico se ti fermo, ma io cerco lavoro”. Ansioso ma cortese, sguardo smarrito. Nordafricano.

Primo pensiero, d’istinto, ma nitido: “Kabobo“. Secondo pensiero: “Se lo snobbo magari la prende a male, se lo ascolto mi faccio agganciare”. Mi sorprendo a svicolare tra rimuginio e fastidio. Però lo sto a sentire. “Sai dove posso trovare agenzia interinale? Io cerco lavoro. Venuto da Reggio Emilia, dove lavoro non c’è. Mi hanno detto: vai a Milano, grande città, là c’è lavoro”.

Chiedo: e come va? Gran sospiro. “Niente. Città è grande ma lavoro non c’è. Io muratore. Stato qui a cantiere Garibaldi stazione, nulla. Andato a Fiera, molti cantieri, zero lavoro. Andato a Rho, uguale. Provato agenzie, tutti mi dicono che momento brutto. Però – occhi al cielo – io un mese che non trovo”.

Pausa, altro sospiro. “Grande problema”. Io dico: “Guarda che ne conosco un paio qui vicino di agenzie, in viale Tunisia e…”. “Già stato, niente, ma adesso molta fame”. Terzo sospiro. “Grande problema”.

Mi spiega che è stato dai francescani ma gli hanno detto che, mi pare di capire, prima deve mettersi in regola con la “residenza”, da Reggio a Milano. Da domani potrà mangiare. Non so se funziona proprio così, ma gli do qualcosa per un panino subito. Mi ringrazia e mentre volta le spalle gli auguro buona fortuna. Perché sento che ne abbiamo tutti un gran bisogno.

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Dire, Fare

Ci sarà da aspettare un po’ prima di poter dare un giudizio ponderato del provvedimento omnibus che palazzo Chigi ha ribattezzato “Decreto Fare“. Perché non è mica facile estendere un comunicato esauriente (per cominciare, gli 80 provvedimenti annunciati non sembrano poi 80 o come si contano?) quando lo sguardo deve abbracciare il vasto orizzonte che va dalle infrastrutture alla semplificazione fiscale, dalle borse di studio alla donazione degli organi fino al monumentale capitolo della giustizia civile e perfino “alla” wi-fi “libera” (sul genere si potrebbe discutere, io opterei per il maschile).

Se poi in vista, come scritto nell’agenda della prossima settimana, ci sono anche il Ddl Semplificazioni e un altro pacchetto dedicato al rilancio dell’occupazione giovanile, si capisce che non sarà per nulla facile tirare in tempi brevi le fila dell’azione del governo Letta-Alfano.

Non c’è ancora traccia percepibile di correzione al ribasso della spesa pubblica. Quindi impressiona leggere di “misure, per un totale di oltre 3 miliardi di euro e con una ricaduta prevista a livello occupazionale di circa 30mila nuovi posti di lavoro (20mila diretti, 10 mila indiretti), in materia di infrastrutture” (c’è anche la linea 4 della metropolitana a Milano, che davamo ormai per defunta). Come anche entusiasma apprendere che “per i contratti pubblici di lavori, servizi e forniture il Documento Unico di Regolarità contributiva (il tristemente noto Durc, ndr) avrà validità di 180 giorni” e non più tre mesi. Un passo avanti verso la semplificazione che si aggiunge alla prospettiva di un piano nazionale per zone addirittura a “burocrazia zero”.

Che dire, apprestiamoci a seguire il dispiegarsi degli effetti di questa serie di iniziative dell’Esecutivo. Obiettivi dichiarati sono la crescita e la creazione di posti di lavoro, oltre che un alleggerimento diretto e indiretto dei carichi fiscali. L’intenzione è ottima, anche se il cuore del problema resta il cuneo fiscale. Non dovremo aspettare moltissimo per riscontrare attraverso dati veri se la meta sarà stata, almeno, avvicinata.

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Dal Sole 24 Ore di domenica 16 giugno

Gli italiani che mi piacciono un sacco. Al San Raffaele

Gli italiani che mi piacciono un sacco. Al San Raffaele

Conosco di persona una ricercatrice del team che al San Raffaele (ospedale e centro di ricerca milanese che ultimamente ha fatto parlare di sé più per gli scandali e le inchieste giudiziarie) ha vinto una specie di finale di Champions League “creando” un pancreas di scorta nel midollo osseo di pazienti. I titoli su giornali e siti rendono giustizia solo in piccola parte a un lavoro così serio, approfondito e alla fatica (ma anche alla gioia) della dedizione quotidiana.

Una specie, quella dei ricercatori, che dovrebbe essere protetta e invece, lo sappiamo bene, non si perde occasione di umiliare e demotivare. Questo lavoro è iniziato tanti anni fa ed è stato portato avanti in silenzio, giorno dopo giorno, fino al traguardo di cui leggiamo oggi. Che dà lustro ai protagonisti, rende orgogliosi tutti noi e crea la prospettiva di un beneficio vero. Ecco, semplicemente questo. Le élite di questo Paese stremato prendano esempio.

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Casate e Kabobo

Il duplice delitto di Casate di questa mattina dopo il rogo di Vittoria e dopo il duplice suicidio di Civitanova Marche raccontano un’Italia al capolinea. Un Paese con i nervi a pezzi, in cui a volte prevale la depressione in altre il furore. La situazione appare abbastanza fuori controllo. Doveroso per le istituzioni, certo, ricordare che la violenza (contro se stessi o contro gli altri) non è mai la maniera giusta per rialzarsi dopo una caduta. E però.

Il punto è che qui mancano segni davvero persuasivi che la nave (lo so, metafora infelice dopo il Giglio, dopo Genova) abbia un timoniere in grado di portarci rapidamente fuori dalla traversata oceanica della crisi. L’acqua è finita da un pezzo, il sole batte impietoso, la bonaccia non molla, il motore è fuori uso.

E mentre il Giappone avvia una gigantesca operazione di rilancio dell’economia, tutta da verificare ma che dà segnali di efficacia e comunque ha una logica evidente e riconoscibile, l’EuroGermania arranca in recessione e chi sta peggio (Italia compresa) fatica perfino a trovare 7 miseri miliardi (su un Pil di 1500 e una spesa pubblica di 800) per salvare le imprese dall’Imu sui capannoni. E così, sadicamente, lo Stato non solo non trova l’acqua ma strappa di mano anche il parasole al navigante ormai stremato.

Questo è il clima mentre un carpentiere di 36 anni spara ai suoi datori di lavoro in un bar della provincia di Milano. Ancora sangue dopo la follia di Niguarda, il quartiere della periferia milanese dove Mada Kabobo, immigrato fantasma abbandonato al suo destino di cane randagio, si è messo in mostra a colpi di spranga e piccone.

Scusate l’acrobazia, ma per me prima dei fatti vengono le persone e le loro storie. Quando si impazzisce non è troppo diverso essere clandestini o cittadini italiani (da cui i vaffa in piazza a Borghezio). Sei uno che non ha più sogni né futuro. La qualità della vita, lo stile italiano di cui ci vantavamo sono un ricordo lontano per troppi. Non sorprendiamoci se alcuni alla fine optano per la giornata di ordinaria follia.

++ DUPLICE OMICIDIO: OPERAIO, NON LI SOPPORTAVO PIU' ++