Category: Economia

Pensioni, dove ci porta la Consulta?

E così eccoci alle prese con una nuova sentenza che mette il Paese nei guai. Grossi guai. Tra l’altro, non sfugga che a gioire con scarso contegno per il pronunciamento della Corte costituzionale sulla mancata rivalutazione delle pensioni negli anni 2012-13 sono gli stessi che, seduti ai banchi del governo o alla guida delle Regioni, avevano spinto l’Italia sull’orlo dell’abisso finanziario. Certo, non fece del bene la norma Fornero che, nel decreto Salva-Italia di Monti (articolo 24, comma 25), limò gli assegni superiori ai 1400 euro lordi, determinando un effetto trascinamento negativo anche per i periodi successivi.

Ricordo che mia madre mi disse di avere notato subito quella differenza, e, dovendo pagare anche un mutuo sulla casa, di averla sofferta non poco. Ma mia madre, a volte con un piccolo aiuto dei figli, ha poi superato quel momento e, con qualche rinuncia, ce l’ha fatta. L’Italia, invece, rischia proprio di non farcela, o, come minimo, di vedersela molto brutta, adesso. Perché se i soldi andranno davvero restituiti (in quanto tempo? con che modalità?) a oltre 5 milioni di pensionati, compresa mia madre, il conto per le casse dello Stato sarà devastante, fino a 10 miliardi considerando il quinquennio.

Capite? Il governo aveva appena finito di prospettare nel Def consegnato alla Commissione europea un tesoretto virtuale di 1,6 miliardi (al quale io credevo poco, lo ammetto) che una sentenza della Consulta riporta gli orologi al 2011, all’estate dello spread stellare, e fa saltare il banco. Sappiamo benissimo che la spesa pensionistica in Italia è una montagna che compromette il futuro, che periodicamente veniamo redarguiti sulla necessità di tagliare. E però la Consulta niente, non molla (questa volta per un solo voto). Ciò che è acquisito deve rimanere intoccabile, sulla base del fatto che “il diritto a una prestazione previdenziale adeguata … costituzionalmente fondato…” non può essere “irragionevolmente sacrificato”.

Quindi, per fare ripartire il Paese non si potranno mai e poi mai prendere in considerazione le pensioni in essere. Nonostante tutto e a dispetto di chi verrà dopo. Sono avvisati il governo e soprattutto Tito Boeri, presidente dell’Inps, che da tempo teorizza la necessità di mettere a punto un avvicinamento (ovviamente sarebbe al ribasso) degli assegni frutto del vecchio sistema retributivo all’attuale sistema contributivo.

Sbaglierò, sarà perché alla pensione non ci sono ancora arrivato, ma a me questa sentenza lascia l’amaro in bocca. È un po’ come se il comandante di una nave da crociera, individuata la presenza di un ostacolo inaspettato sulla rotta, decidesse di proseguire a oltranza, scegliendo scientemente il naufragio, pur di non violare il sacrosanto diritto dei passeggeri alla vacanza. O come se il veterinario preferisse non uccidere i parassiti, condannando l’ospite, pur di tutelare il diritto alla vita di ogni essere.

Siamo tutti sicuri, noi italiani, di voler fare questa fine?

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Greci riottosi e austerity caviar

Tutta colpa di Declan Costello, quello che ha messo il veto alla legge votata ieri dal Parlamento greco per tamponare la crisi umanitaria in corso. Ha lo stesso cognome (adottato come pseudonimo, perché quello vero era Castiglia…) del Frank che dagli anni Venti e Trenta si mise in mostra oltreoceano nel mondo della criminalità organizzata e, va da sé, si era fatto una certa esperienza in fatto di offerte che non si possono rifiutare. E non è neppure il musicista power pop noto per hit fine anni 70 come “Pump it up”, che di nome (vero) non fa Elvis ma proprio Declan.

Ora, il nostro Costello è un economista irlandese in forze al direttorato generale per gli affari economici e finanziari della Commissione europea. Ci lavora dal lontano 1991. Ed è stato messo a capo della missione Ue per la crisi greca. Insomma, è una delle teste d’uovo delle istituzioni creditrici. Qualche mese fa lo avremmo definito uno dei tecnocrati della troika (Ue, Bce, Fmi). Ora che ci faccio caso, mi sono servite oltre tre righe di testo per dire chi è Costello. Cose che accadono se si tratta di spiegare Bruxelles e dintorni.

Ah, dimenticavo: proprio perché è irlandese, Declan potrebbe avere il dentino avvelenato con Tsipras & Co. Dublino non ha preso bene l’idea che si possa condonare qualcosa ad Atene dopo tutti i sacrifici fatti dagli irlandesi per tornare alla crescita. Due e pesi e due misure no, insomma. Certo, non staremo a polemizzare sul fatto che proprio l’Irlanda abbia tratto considerevoli vantaggi da un sistema fiscale, il suo, che ha spalancato le porte alle multinazionali più inclini all’elusione, spingendo il Pil. Ma tant’è.

Ebbene, mister Costello ha pestato duro sul governo di Atene. Lo ha raccontato adeguatamente Paul Mason di Channel 4 nel suo blog. “Prima di nuove leggi di spesa – è stato in sostanza il messaggio – diteci come intendete trovare i soldi e non permettetevi iniziative unilaterali”. Ok, il governo Tsipras ha forzato un po’ la mano. Che le spese vadano documentate e la Grecia non si possa permettere di fare di testa sua c’è scritto negli accordi del 20 febbraio all’Eurogruppo. E poi si sta ancora trattando per disegnare, entro la fine di aprile, un quadro di finanza pubblica tale da convincere i creditori a bonificare i 7,2 miliardi di euro dell’ultima tranche di aiuti prevista nel secondo piano di bailout.

I greci fanno chiaramente melina. Il piano secondo me è: provocare l’euromoloch, estenuarlo, innervosirlo (proprio oggi, nel bollettino mensile, la Bce ha scritto che la volatilità dei rendimenti sulle obbligazioni sovrane dell’area euro si deve all’incertezza che regna attorno alla soluzione del salvataggio) fino a fargli prendere atto del fatto che il megadebito va ristrutturato e che gli squilibri dell’Euroclub devono essere rimodulati a scapito dei Paesi più ricchi, che fino a oggi se ne sono avvantaggiati. Filosofia mediterranea contro commercialisti di Francoforte e Berlino (e, cosa che per me resta misteriosa, Helsinki).

Il fatto è che sempre più serpeggia la tentazione di buttarli fuori dall’euro, i riottosi e indisciplinati e disorganizzati greci, per abbandonarli al loro destino. Ne ha fatto cenno in un’intervista alla Welt, scrive David Carretta sul Foglio, addirittura il socialista francese Moscovici, commissario Ue agli affari economici. Anche se perfino i più incavolati fra i creditori temono in cuor loro che la Grexit rappresenterebbe per gli investitori internazionali la certificazione della non irreversibilità dell’euro (smentendo così i trattati e le ricorrenti rassicurazioni di Draghi), evidenzierebbe la nudità del re e avvierebbe la dissoluzione della moneta unica.

Ma basta divagazioni. Sta di fatto che Costello ha ringhiato ai greci: non spendete quattrini che non avete per dare da mangiare agli indigenti o per riattaccare la luce a chi non la può pagare. Costo previsto dalla legge Tsipras, circa 200 milioni. Una cifra, diciamocelo, quasi insignificante di fronte ai 245 miliardi prestati ad Atene fino a oggi. E francamente non eccessiva se paragonata al budget che uno dei creditori, quello che ha appena avviato un certo Qe da 1.140 miliardi, la Bce, ha speso per rifarsi la sede appena inaugurata: 1 miliardo e 200 milioni.

A pensar male verrebbe da dire che Costello teorizza implicitamente una specie di austerity caviar e nega ad Atene quello che spendono a Francoforte per garantirsi tartine e caffè in un bell’ufficio nuovo. Mica bello, eh.

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Ultralarga la banda, sempre stretta la via

L’ultimo piano sulla banda larga per cancellare il ritardo cronico dell’Italia in fatto di digital divide, montagna da scalare sulla via stretta dello sviluppo e dell’innovazione, risale al 2009. Ricordate? Erano i tempi di Paolo Romani, allora viceministro per lo Sviluppo con delega alle Comunicazioni. Un progetto da 1,47 miliardi, più realisticamente 800 (ma realmente disponibili 400), precipitati a zero. Si disse: abbiamo altre priorità, rinviamo alla fine della crisi. Bastò un attimo per non pensarci più.

Corre l’anno 2015, la crisi non è affatto finita (Romani – e non solo lui – pensava potesse durare al massimo mesi, mica anni), anche se nuove stime sulla crescita del Paese la danno puntualmente sul punto di essere archiviata. E torna imperiosamente di moda la banda larga. Nel frattempo è diventata ultralarga, velocità superiore ai 30 Mbps, perché larga e basta – sopra 2 Mbps, dove peraltro vantiamo il livello di copertura più basso della Ue – non è più sufficiente.

Gli altri Paesi, ovvio, mica sono rimasti a guardare.

L’Italia, invece, in paziente attesa dei comodi di un grande operatore ex monopolista a caso – che neppure questa volta viene vessato, ci mancherebbe altro – è riuscita a scivolare al venticinquesimo posto su 28 nel Digital economy and society index della Commissione europea. Piena zona retrocessione. Per dire, nell’ultralarga contiamo solo un 2,2% degli abbonamenti, contro il 22% di media Ue. La Commissione, tanto per cambiare, ci ha strigliato: quando ve la date una mossa?

Così il governo ha esaminato ieri sera il suo piano per riportarci in vetta. Slide ben curate a parte qualche refuso poi sistemato, l’onesta presa d’atto della Caporetto, nuovi ambiziosi obiettivi in linea con quelli europei, termini smart tipo cluster o blue sky case, e soprattutto la prospettiva di muovere risorse pubbliche e private fino a 12 miliardi di euro in 7 anni (tipo le calende greche, ma prendiamola per buona) con l’aiuto dei santi fondi Ue e di quel certo piano Juncker così vago e poco promettente. Che poi, i fondi europei sono proprio quelli che noi italiani non riusciamo mai a spendere.

Tutto per quando? Entro il 2020. Di mezzo c’è appena la fase di attuazione e forse per allora avremo un altro governo.

Sarà anche che questa è #lavoltabuona, ma alla fine ci avremo messo tre lustri. Speriamo bene.

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Il tempo che resta alla Grecia

In a debate ahead of the vote German Finance Minister Wolfgang Schäuble insisted the vote is “not about any change in the program…It’s about offering more time to allow this program to be completed successfully

“Dare più tempo per fare quello che gli diciamo noi”. La citazione del ministro tedesco delle finanze, tratta dal blog Open Europe, illumina sul perché il Bundestag abbia dato il via libera (al via libera sul via libera del via libera, per dire degli infiniti passaggi eurocratici delle ultime settimane) all’accordo fra Eurozona e Grecia che dovrebbe portare entro aprile a un altro accordo, un po’ più definitivo (con tabelle e cifre e obiettivi precisi, non solo una lista di buone intenzioni).

Intesa per un’estensione di quattro mesi, non quattro anni, del piano di salvataggio della ex troika, solo parzialmente annacquato del governo Tsipras, che ha ottenuto più ossigeno al capitolo avanzo primario promettendo di fare la guerra all’evasione fiscale e alla corruzione. Argomenti un po’ vaghi, come ben sappiamo noi italiani, nonostante l’eloquio forbito del ministro delle Finanze, Varoufakis.

A questo punto si può dire: Tsipras non ha mantenuto le promesse elettorali – la marcia indietro su stop a privatizzazioni e negoziazione del debito c’è stata, eccome – e adesso si trova a tu per tu con le prime proteste di piazza e l’opposizione interna di Syriza: 30 deputati orientati a bloccare tutto. Nonostante il debito stia crescendo alla velocità della luce, le tasse – allo stato attuale – siano più evase di prima, il Pil cresca meno del previsto e veda un segno meno davanti (-0,4% nel quarto trimestre 2014).

Due mesi per arrivare a un’estensione di quattro mesi. Con la prospettiva di finire i soldi in cassa già a marzo. L’agonia infinita.

Sono le contraddizioni di un governo di sinistra cosiddetta radicale che vuole tenere il piede in due staffe: la fine dell’austerità nell’euro (nonostante una montagna di debiti che gli Stati non vogliono condonare) e la sovranità nazionale. Il momento dell’orgoglio è stato bello ma è durato molto poco. C’è da chiedersi solo: che film pensavano di essere andati a vedere gli elettori di Syriza e quanto potrà durare ancora? E soprattutto: come potrà mai finire?

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Varoufakis alla Bbc è la versione greca di Django

Un post sul suo blog ad intervista ancora croccante. Non un’intervista qualsiasi. Una specie d’interrogatorio. Yanis Varoufakis ribatte colpo su colpo, in un inglese mediterraneo eppure fluente, forbito, e commenta poco dopo:

“As a fan of the BBC, I must say I was appalled by the depths of inaccuracy in the reporting underpinning this interview (not to mention the presenter’s considerable rudeness). Still, and despite the cold wind on that balcony, it was fun!”

Si è divertito, perfino, il ministro-blogger delle Finanze, ma ha anche detto due tre cosette di cui si parlerà molto nelle prossime settimane.

Che qui non è in gioco solo la prossima tranche di aiuti, cruciale per evitare il default della Grecia (anche se l’opzione esiste e, nel caso, l’irreversibilità della moneta unica potrebbe ritorcersi contro i suoi stessi autorevoli sostenitori). Si tratta piuttosto di riscrivere la politica economica che ha devastato buona parte dell’Area euro negli ultimi cinque anni, trascinandola nella spirale della disoccupazione strutturale e della deflazione (negata fino all’evidenza, salvo riformulazioni recenti alla Constancio). Oltretutto gettando un sacco di soldi, nostri, nel buco nero della spesa per interessi.

Che il governo di Atene non perderà del tempo con i funzionari inviati dalla Troika: vuole discutere e trattare direttamente con chi li manda, ovvero Fmi, Bce e governi dell’Eurozona.

Che le privatizzazioni (subito bloccate dal governo Tsipras) si faranno e gli investimenti esteri dovranno arrivare ma per il bene della Grecia, non in forma di svendita di importanti asset pubblici in cambio di “peanuts”, ha detto testuale, noccioline.

Avrebbe fatto bene a volare meno alto ed a esprimere un giudizio più severo, Varoufakis, rispondendo alla domanda sulle dichiarazioni attribuite a Panos Kammenos, leader dei Greci Indipendenti e alleato di Syriza al governo.

Ecco, su questo si deve e si può chiarire, senza compromessi. Sul resto vedremo se il nuovo governo greco vuole davvero rovesciare il tavolo e fino a che punto.

[Qualcosa in più su ciò che davvero pensa Varoufakis della Germania e sulle sue intenzioni, intanto, si può capire anche leggendo qui.]

N.B. Aggiornato il 1 febbraio, ore 14

Jihad di qua, povertà che avanza di là (il mito della disoccupazione Usa)

Siamo circondati. Non ci sono più dubbi che mentre dei giovani disadattati convertiti decidono di mettere fine al proprio disagio economico e mentale attaccando il nostro stile di vita, quest’ultimo è ulteriormente e sostanzialmente sotto attacco, ma da anni, senza che nessuno spari un solo colpo. Sono i salari e a scendere, bellezza, e tu non puoi farci niente.

Esempio lampante dai dati americani sul lavoro. Il 2014 è stato il “miglior anno per la creazione” di posti negli ultimi 15 e la disoccupazione, ora al 5,6%, è tornata a minimi postrecessione. Hip hip hurrà, esulterebbe il presidente del Milan.

Ora, anche ammesso e concesso che si creino i posti, va sottolineato che:

1 – I salari scendono o perlomeno sono scesi di molto e non risalgono, con tanti saluti allo stile di vita occidentale – di cui gli States sono modello e precursori – barbaramente avversato dai jihadisti delle banlieue.

(Su gentile imbeccata di @certairegard):

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2 – Cala vistosamente il tasso di partecipazione al lavoro perché chi perde o ha perso da tempo il posto non ne trova uno – abbondano lavoretti part-time mal pagati nel commercio o nel turismo, per esempio – che garantisca un salario all’altezza del precedente e, magari, un’assicurazione sanitaria:

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3 – Quindi – sempre più – il disoccupato non cerca, aspetta, mentre quelli che cercano trovano sì, ma occupazioni in gran parte precarie e mal retribuite (questo nel 5,6% non c’è scritto). Se meno gente lavora e le paghe orarie sono sempre più magre (sennò come fa il datore di lavoro a essere competitivo, fare profitti e magari arricchire gli azionisti?) si può accettare che succeda questo (ancora grazie @certairegard):

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Ce ne siamo accorti anche in Italia, dove fra pressione del mercato globale ed Europa che ce lo chiede (così all’aumento delle pressione fiscale e alla stretta del credito le imprese hanno risposto tagliando i salari, licenziando, aumentando gli spazi di precarietà per le partite Iva) la classe media sta rapidamente riprendendo contatto con un tenore di vita, diciamo, decisamente più sobrio.

Quindi, cari jihadisti, portate pazienza e non abbiate fretta: il nemico Occidente sta provvedendo da sé.

La certezza del pasticcio

Ok la questione del 3% aggiunta a mano di notte in corridoio che sembra cucita addosso a uno che non si può discutere (semicit.) sia leader di una forza politica di co-gestione (opposizione proprio no). Ok un premier che cade dalle nubi e, pur essendo laureato in giurisprudenza, si dichiara stupito per le conseguenze di un provvedimento a cui avrebbe messo mano per sua ammissione (“Non mi pare realistico che una nuova legge possa cancellare una condanna passata in giudicato”. Ma va?). 

Chiarito questo, vogliamo discutere di un provvedimento che prevederebbe soglie invero piuttosto altine, che ai profani non addentro a sofisticate strategie legali per farla franca e a Vincenzo Visco suonano come un invito a eludere il molto ancora eludibile? Se sacrosanto è:

1 – evitare la galera per somme ridicole a onesti e poverissimi commercianti artigiani e via discorrendo

2 – rendere molto più brevi i termini di accertamento (essere inseguiti dal Fisco fino alla vecchiaia non è degno di uno stato civile),

leggendo il molto che si è scritto sul tema si viene assaliti dal dubbio che depenalizzare a tutto tondo non sia propriamente andare nella direzione della certezza del diritto. Piuttosto, resta quel retrogusto di certezza che le tasse continueranno a pagarle certissimamente i soliti pirla.

Soprattutto, mesi e mesi di indefesso lavorio sulla delega fiscale sembrano non essere bastati a trovare soluzioni che semplifichino la vita del contribuente, anzi. A cominciare dalla madre di tutte le semplificazioni: il taglio delle tasse e delle complicazioni per pagarle senza farsi venire l’ipertensione. A questo, si sa, si è rapidamente preferito lo spreco di 10 miliardi per gli 80 euro in busta e l’elemosina sull’Irap. Con in più il crudele marameo alle partite Iva.

Innovazione che non lo era e fantastiliardi (sì, sempre Uber)

Sarà che è un po’ che non scrivo su questo blog (lo faccio per lavoro in una specie di opificio del giornalismo, a volte prendo le distanze dal mezzo). Sarà che secondo me questa di Uber è la storia che dovrebbe aprire gli occhi a molti su come vanno le cose di questi tempi. Insomma, rieccomi a dissertare sul servizio di trasporto privato che ha la pretesa di sembrare molto innovativo. Senza esserlo realmente, sia chiaro. A parte – forse – per il ruolo di rompighiaccio del capitalismo hi-tech nel ridurre definitivamente il lavoro dipendente a un soprammobile di scarso valore.

In realtà, confesso, non ho nulla di veramente mio da aggiungere a quello che ho già scritto più volte. È che un’amica mi ha segnalato un post dell’investitore indipendente canadese (ce n’è un gran bisogno, di indipendenza, in tutti i settori) James West sulla sua Midas Letter.

West argomenta che i 40 fantastiliardi e passa di valutazione attribuiti alla cosiddetta startup con base a San Francisco siano se non aria totalmente fritta almeno un’offesa all’intelligenza di persone dotate di buon senso. E soprattutto potrebbero, da tanti soldi che sembrano, trasformarsi in un mucchietto di cenere nel caso in cui l’azienda fondata da quel furbacchione spregiudicato di Travis Kalanick (la gestione della vicenda dei presunti dossier sui giornalisti insegna) non approdasse alla quotazione in Borsa.

Perché è vero che Uber ha ricevuto nei suoi cinque anni di vita un crescente sostegno da alcuni dei massimi protagonisti della finanza made in Usa, ma è altrettanto vero (a giudizio di West e pure mio, lasciatemelo dire) che “non è una tech company” e “non è innovativa”. Non risparmia nulla, mister West, quando spiega che se c’è qualcosa di disruptive in Uber è l’uso aggressivo che fa di un’invenzione non sua, Internet. Perché la differenza tra una qualunque organizzazione di taxi e Uber non starebbe tanto nella capacità di liberalizzare il mercato e innovare, come ci hanno raccontato tutti gli entusiasti del genere, compreso il Financial Times una settimana fa, quanto nell’inquietante propensione a infischiarsene delle norme vigenti.

Ecco il piccolo particolare. Sostiene West che il crescendo di guai in cui Uber si è cacciata la espone a una serie infinita di azioni legali, che potrebbero minarne la reputazione e la capacità di ripagare la fiducia degli investitori. In questo senso il 2015 potrebbe riservare delle sorprese.

È una tesi fuori dal coro, quella di West. Ma non per questo meno interessante. Anzi.

Qui il post completo.

Il salario della classe media e dove andiamo a parare

Lo so arrivo un po’ in ritardo, ma sapete, non si sta dietro a tutto, servirebbero giornate di 36 ore.

E comunque, ci tengo a dire due cose a proposito della ricerca pubblicata dall’Ocse su “Disuguaglianza e crescita”, ben sintetizzata sull’Info data blog del Sole 24 Ore.

1 – Abbiamo capito che i ricchi negli ultimi 30 anni hanno guadagnato sempre di più e i poveri sempre meno. Non è una gran novità, però c’è il supporto dei numeri. Il reddito del 10% più abbiente, nei 34 Paesi aderenti all’organizzazione con base a Parigi, durante il biennio 2011-12 è stato 9,5 volte maggiore di quello del 10% meno abbiente. A metà anni 80 il rapporto era 7 a 1.

2 – Meno scontato è che il problema non riguardi solo il 10% più povero. Secondo la ricerca il gap impatta sulla crescita, così che più disuguaglianza finisce per frenare la creazione di ricchezza. In Italia, per esempio, questo processo ha determinato nel trentennio in esame una perdita potenziale di crescita cumulata del Pil pro capite pari al 6,65%.

3 – Vai così a scoprire che il “key factor” è il reddito non del 10% ma del 40% meno ricco.

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Quindi, per crescere urgerebbe occuparsi dei redditi bassi in senso più ampio. Non sarà mica questione di domanda aggregata?

La mente, allora, va a posarsi sull’analisi pubblicata venerdì da Standard & Poor’s sull’Italia, quella che ci ha affibbiato il rating BBB-, un gradino sopra il livello spazzatura. Che c’entra? A un certo punto si parla del Jobs Act, dello scetticismo dell’agenzia sulla capacità del governo di trasformare in decreti davvero efficaci la delega sulla riforma ricevuta dal Parlamento. E del fatto che con questa inflazione al limite della deflazione se non si tagliano gli stipendi col cavolo che la già tanto deprecata competitività italiana può sognarsi di fare progressi. Perché secondo S&P’s …

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[cliccare la citazione per leggerla meglio]

… molto del recupero di competitività, in Italia, passa per la svalutazione interna, il taglio dei salari. Proprio come in Spagna, dove in effetti le industrie automobilistiche straniere si sono fiondate a produrre non appena gli stipendi sono passati da 1200 a 700 euro (vado a memoria, ma gli ordini di grandezza sono quelli).

Il problema è che in Italia non si starebbero facendo passi nella direzione della contrattazione salariale decentrata…

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… ma in definitiva è proprio l’anelasticità degli stipendi (al ribasso) a zavorrare la competitività italiana.

Per S&P’s, quindi, vale la conclusione esattamente opposta a quella dell’Ocse: una classe media sempre più povera è il “key factor” per restituire vigore all’economia. Ancora prima delle riforme, pur citate nell’analisi di S&P’s, della giustizia civile piuttosto che della burocrazia e del fisco che allo stato attuale soffocano le imprese.

Cosa ne pensa il governo? Al di là delle parole lo capiremo meglio di qui a tre mesi.

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Estate 2015, #lavoltabuona? (addio all’euro)

La questione dell’uscita dall’euro, nostra o della Germania purché qualcuno esca perché non ci si regge più, monta di giorno in giorno, di report in report, di vertice in vertice.

“En fait des discussions avec des conseillers économiques du gouvernement Renzi montrent que ces derniers sont désormais très pessimistes quant à l’avenir économique du pays”. Così l’economista francese Jacques Sapir in un post sulla possibile uscita dell’Italia dall’euro, a suo dire, alla fine della primavera 2015.

Sarebbe un’estate indimenticabile.

Tra l’altro sul ritorno alla lira (ma c’è anche chi dice, in Germania, che non si chiamerà più lira; leggere qui chi è e perché conta la sua opinione sulla imminente cacciata dell’Italia dall’euro) si era esercitato anche il meno eccentrico Guardian il 16 novembre: “Italians know themselves”.

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Produttività in Italia, Spagna, Francia e Germania