Il caso Scaglia e il Ventennio perduto

Si è detto e scritto davvero troppo poco, certamente non  abbastanza, dell’assoluzione di Silvio Scaglia. Il fondatore di Fastweb ha pagato le accuse iperboliche dei magistrati nell’inchiesta Phuncards-Broker con un anno di carcerazione del tutto ingiustificata, ed è poi stato completamente scagionato. Era successo in precedenza anche all’amministratore delegato dell’azienda milanese di telecomunicazioni, oggi controllata da Swisscom, Stefano Parisi, costretto a dimettersi (per evitare il commissariamento della società) su un’accusa poi venuta a cadere.

Sergio Scalpelli tratta la vicenda su Europa lanciando un messaggio alla sinistra (cosiddetta) riformista: si occupi seriamente della questione giustizia, non continui ad avallare la il-logica del teorema così italiano “non poteva non sapere”. Non dimentichiamolo mai: questa anomalia affonda le radici nella follia autolesionista del Ventennio perduto. Gli anni in cui invece di spendere paginate di quotidiani su putiniani lettoni e olgettine si sarebbe dovuto progettare il futuro. Gli anni in cui l’Italia ha scelto, consapevolmente o meno, di non stare al passo con la modernità e uscire dal ristretto novero delle maggiori economie.  Mica poco.

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