La campana suona per tutti. Da Mineo

Questa mattina il premier Enrico Letta è intervenuto alla Camera. Motivo: comunicazioni al parlamento sul consiglio Ue che si terrà il 24 e il 25 ottobre a Bruxelles.

«L’Europa per la sua stessa storia» e per le sue «più profonde e nobili radici, non può stare a guardare» di fronte a tragedie come quelle di Lampedusa, «se lo fa, muore». Perché «la campana suona per tutti. Non illudiamoci che gli sbarchi si esauriranno con il cattivo tempo, queste tragedie non sono occasionali, sono l’epilogo di fughe di massa da miseria e violenza. Non accetteremo a Bruxelles compromessi al ribasso». Così Letta.

Ancora questa mattina:

“(ANSA) – CATANIA, 22 OTT – Resta alta la tensione attorno al Cara di Mineo, e adesso anche al suo interno da dove è stato fatto uscire il personale civile. Migranti hanno danneggiato un furgone e un’ambulanza della Croce rossa, mentre polizia, carabinieri e guardia di finanza presidiano la struttura. Scene di guerriglia si sono registrate nelle campagne vicino al Cara, con lanci di massi contro le forze dell’ordine, ma anche di automobilisti in transito. Diverse strade sono bloccate per la presenza di pietre.”

Il Corriere della Sera parla di tecniche di guerriglia da parte dei migranti inferociti. In generale la stampa mainstream sceglie il basso profilo, un link in homepage al pezzo su Letta e Alfano può bastare. Al massimo un sommario. Ci sono notizie più importanti, tipo Rosy Bindi all’Antimafia o il nuovo processo su Ustica o Napolitano che smentisce il Fatto quotidiano.

Al Tg La7 Cronache alcuni rifugiati, in preda a un evidente stato di esasperazione, urlano che da un anno sono in stato di abbandono, malnutriti, in attesa di essere riconosciuti per quello che sono. Tra l’altro, si apprende dai resoconti, una troupe tv viene minacciata, l’aggressione non si verifica per un soffio. Si fa presto a piangere i morti in mare davanti alle telecamere. Più complicato mettere in pratica vere politiche di accoglienza, che diano a queste persone la chance di riacquistare la loro libertà, magari (è la voce di tanti profughi siriani sentiti nelle ultime settimane) trasferendosi nell’Europa del Nord.

“La polizia ha chiesto rinforzi in arrivo da Reggio Calabria, i blindati attualmente impegnati non bastano. I manifestanti, circa un migliaio, hanno bloccato strade, incendiato campagne, danneggiato auto, scagliato sassi contro uomini e cose, preso di mira  un distributore di benzina. La struttura in provincia di Catania ospita circa 4000 extracomunitari in attesa di ricevere lo status di rifugiati”, racconta Michela Giuffrida su Repubblica.it.

Quattromila (una moltitudine) in cerca di asilo, a spasso sui monti Erei, in provincia di Catania. Là spediti a partire da marzo 2011. Ne parlò all’epoca l’inviato del Sole 24 Ore Mariano Maugeri. «Cosa ci possono togliere gli immigrati? La fame che abbiamo?», si diceva in paese.  Una «Apocalypse now» mediterranea, scriveva Maugeri in un secondo reportage.

In due anni – come troppe altre volte in questa Italia che campa di annunci e promesse mancate, funerali compresi – pare che non sia successo niente di quello che doveva succedere. Inevitabilmente, i nodi sono arrivati al pettine. E la campana ha suonato anche per Roma, prima che per Bruxelles.

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