Migranti, Piano B come boomerang. E Porta Venezia a Milano

È sufficiente un quarto d’ora ben speso su Google per capire che il piano B che dovrebbe fare paura all’Europa avrà respiro corto, anzi cortissimo. Che un alto responsabile della prefettura delle Alpes-Maritimes abbia detto all’Ansa cosa succede alla frontiera di Ventimiglia è ormai noto. “Schengen non è chiusa, la frontiera rimane aperta”, ha commentato la fonte all’agenzia di stampa. E poi: “Chiunque abbia il diritto di circolare nello spazio Schengen può continuare a farlo liberamente”. Mentre il controllo e il riaccompagnamento alla frontiera italiana “degli stranieri in situazione irregolare” continuano normalmente, sulla base “degli accordi franco-italiani di Chambéry”.

Ha usato, tra l’altro, il termine “irregolare”, che in Italia viene considerato offesa al limite del razzismo.

Il trattato di Chambéry lo potete leggere nella versione in italiano sul sito della Camera e in quella in francese, dove riporta anche la firma dell’allora ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano. All’articolo 8 dice che gli agenti di frontiera “contribuiscono al compimento degli atti precari ed alla consegna delle persone in situazione irregolare, nel rispetto degli accordi vigenti”.

È un corollario degli accordi di Schengen, che restano validi e stabiliscono, per esempio, l'”esibizione di mezzi di sostentamento“, altrimenti niente visto d’ingresso.

Detto questo, nel 2011 si è già presentata una situazione del genere. E non è andata a finire molto bene.

Intanto tocca vedere e leggere cose che voi umani. Tipo che si sorvola sull’impatto del passaggio a Milano – fra ottobre 2013 a oggi – di 63mila persone (solo 200 hanno chiesto asilo, dati del Comune di Milano; degli altri si dice che siano andati in Nord Europa) che in parte hanno vissuto e vivono tuttora accampate in un giardinetto pubblico. E per esempio usano l’acqua dell’unica fontana per lavarsi qualunque cosa e all’occorrenza bere.

Quest’area della città, raccontata da Manzoni nella descrizione della peste di Milano del 1630, è il Lazzaretto e resta tale tutt’oggi – un concentrato di umanità dolente – nonostante gli sforzi di Palazzo Marino e dei volontari. Perché c’è una comunità eritrea che calamita i nuovi arrivi (circa uno su 5 è eritreo e scappa non da una guerra ma da un regime brutale e totalitario).

Non mancano gli aspetti controversi. All’interno di questa comunità esistono innegabili zone d’ombra, come sanno bene anche all’assessorato alla Sicurezza della giunta Pisapia. Testimoni diretti riportano di avere assistito a situazioni che potrebbero lasciare presagire l’esistenza di una gestione economica poco trasparente dei passaggi dall’Italia di migliaia di persone, molte delle quali sono minori. Su questo sono in corso approfondimenti da parte delle autorità.

Nell’attesa si assiste alla serale preparazione del dormitorio all’aperto in via Vittorio Veneto, che non merita neppure una citazione dalle trasmissioni più illuminate (intendo dire, Gazebo ci poteva pure arrivare a 500 metri dalla Stazione centrale). Un anno fa ne parlò Vice News in “Fortress” (si veda dal minuto 30). La situazione, da allora, è rimasta praticamente la stessa. Nel momento in cui gli sbarchi sono ripresi con la forza di cui sappiamo (e quest’anno, vista la situazione in Libia, anche di più), il piano di accoglienza del Comune non ha potuto più fare fronte alla marea. C’è da sperare che l’emergenza umanitaria non diventi anche sanitaria.

Altro che piano B.

P.S. Ammetto di essere stato un po’ emotivo quando ho tuittato questa cosa. L’episodio del 2011 me lo ero proprio dimenticato…

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