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Emergenza sbarchi, continuiamo a non capirci

A parte la faccenda della celebrazione della diversità e delle molte identità, quindi del crogiuolo di culture di millenni or sono, ché invece ce le davamo di santa ragione con quelli dell’altra sponda e non solo, l’editoriale di Renzi sul New York Times a me sembra non dica bischerate, anzi. Con un importante richiamo al fatto che se non ci occuperemo opportunamente del futuro dell’Africa sarà il futuro dell’Africa a occuparsi di noi.

Non ho scorto traccia della retorica sugli italiani che emigravano in America, alla Gianni Morandi, per capirci, ma un tentativo equilibrato di guardare a un quadro geopolitico complessivo, profondamente diverso da quello di decenni fa. È vero che milioni di italiani hanno tentato la fortuna partendo verso altri continenti, ma allora dall’altra parte c’erano Paesi che garantivano spazio, tanto spazio, e molte più opportunità (con enormi sacrifici, certo, e tutte le contraddizioni del caso) di quante ne possa offrire l’Europa e soprattutto l’Italia, oggi.

Penso che non basti versare lacrime al grido “salviamoli tutti”. Né può tranquillizzare il bieco calcolo demografico dei tecnocrati che si preoccupano di chi pagherà la previdenza per sostenere le pensioni nei decenni a venire (sarebbe stato più lungimirante predisporsi per tempo a farci fare più figli). Un’accoglienza dignitosa è anche il frutto di un progetto politico ed economico chiaro per un futuro comune. Oppure vogliamo accontentarci di regalare ai nuovi arrivati la prospettiva di andare a popolare altri ghetti nelle nostre città o di vedere infrangere i loro sogni nelle baraccopoli indecenti gestite dal caporalato delle agromafie?

Ora, comunque, tocca al litigioso condominio dell’Unione europea far vedere di cosa è davvero capace. Dalle conclusioni del Consiglio straordinario di oggi, purtroppo, non mi pare si prospetti una svolta seria.

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Cgil, lavoro, riforme. Querido Matteo, no hay amor sin dolor

Non c’è amore senza sofferenza. E nemmeno rose senza spine. Lo ripete più volte Fioravante, il gigolò sbiadito di John Turturro, alla vedova di cui si è inaspettatamente innamorato. Lo ripete in spagnolo, Turturro, fa più bel tenebroso: “No hay amor sin dolor” e “no hay rosas sin espinas”.

E anche se nulla a che vedere con una storia sentimentale (anzi no, forse ha un po’ a che vedere anche con quella) farebbe bene Matteo Renzi a riflettere su cosa possano suggerirgli frasi del genere a proposito della sua rivoluzione sbattuta in faccia a mezzo mondo, dai sindacati ai dirigenti dello Stato o agli alti magistrati.

Perché se su molte delle argomentazioni che espone oggi ad Aldo Cazzullo in un’ulteriore intervista al Corriere della Sera non mi sento di dargli torto, anzi. E’ sul modello di comunicazione che usa, sul linguaggio, che oso sollevare qualche obiezione, non per questo aspirando ad appiccicarmi addosso l’etichetta di amico gufo.

Che i sindacati si siano occupati in tutti questi anni più dei pensionati o di chi un lavoro ce l’ha piuttosto che dei precari è un fatto ormai acclarato. Il mercato del lavoro si è spaccato in due, competitività e produttività sono andate a farsi benedire. I diritti acquisiti si sono resi talmente odiosi da essere ribattezzati, mi unisco al coro, privilegi acquisiti. Come si sarebbe concluso qualche tempo fa, non v’è chi non lo veda che un cambiamento (non una mattanza, eh) si è reso imperativo.

Che lo Stato vada riformato, che gli tocchi una diete dimagrante, a partire da vertici smisuratamente ben remunerati, almeno a parole non credo lo neghi più nessuno.

Peraltro che i senatori esitino a pigiare il bottone dell’autodistruzione, che le Camere di commercio non facciano salti di gioia se il presidente del Consiglio ne paventa il bombardamento a tappeto, che le banche alzino il ditino se gli si cambiano le carte in tavole a bilanci e piani industriali bell’e presentati al mercato, beh, mica può stupire.

Si dirà: cosa ti aspettavi da uno che per farsi notare ha parlato da dentro il Pd di rottamazione dei mammasantissima del Pd? Uno che dal primo round delle primarie, quelle che hanno prodotto la non vittoria, è uscito sconfitto proprio perché i mammasantissima si sono inventati di tutto pur di sbarragli il passo? Vero.

E però adesso mi chiedo se non sia il caso di calarsi nella parte dell’uomo di governo. È proprio indispensabile insistere con le provocazioni e le metafore sfottenti? Perché poi, guarda un po’, si finisce per produrre Consigli dei ministri e slideshow che non hanno riscontro nella realtà dei provvedimenti pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale. Vale la pena di sprecare ancora tempo in misurazioni dei rispettivi ego mentre il rubinetto del credito continua a chiudersi, le imprese arrancano, la disoccupazione azzanna come e più di prima?

Soprattutto se, poi, le cattiverie peggiori consegnate ai media sono quelle che si dicono da sinistra e alla sinistra. Mi sfugge la raffinatezza tattica dello sbandierare la profonda sintonia con l’ex capo del governo ora all’opposizione (che, se va avanti di questo passo, finisce pure agli arresti domiciliari) e nel non degnarsi di andare a esporre le ragioni del decreto Poletti sul lavoro al congresso della Cgil. O, e qui la sinistra non c’entra ma la propensione al confronto sì, nel disertare l’assemblea generale degli industriali a fine mese. Va bene ascoltare e poi decidere, di questo c’è gran bisogno in Italia. Va meno bene cercare scorciatoie spacciandole per riforme fatte e finite.

Si convinca, Renzi: non c’è amore senza sofferenza, né rose senza spine. E nemmeno sinistra senza sindacati (che devono cambiare e riformarsi, altroché). O più in generale governo senza apertura al confronto con i corpi intermedi. Semplicemente, non c’è. Come, si badi, non c’è vera rivoluzione senza violenza e sangue per le strade. Credere di poterla fare con una email non porterebbe lontano.

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Superare nei prossimi dieci anni la Germania

http://www.europaquotidiano.it/2013/08/07/matteo-renzi-alla-festa-dem-di-bosco-albergati-video/

Matteo Renzi è tornato dopo un lungo silenzio. Dal minuto 18.45 al 19.15 parla di Grecia per non deprimersi, Germania per crederci e Italia che non è da serie B. I giornali ovviamente hanno titolato su altro, ma a me è piaciuto, più di quando è tornato a parlare degli equilibrismi di partito e di palazzo. Che pure sono lì, ci mancherebbe, e logorano molto più tutti noi che Enrico Letta.

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No, vi prego. Non litigate così (Su Renzi, Bersani, il Quirinale e il Pd a pezzi)

Matteo Renzi torna sulle pagine di Repubblica per bocciare, come se qualcuno ancora non lo avesse capito, la candidatura di Franco Marini alla presidenza della Repubblica. Posso comprendere che la cosa non gli vada a genio, ma temo che la tattica sia sbagliata. Temo che alzare i toni dello scontro, a meno che Matteo non punti a farsi cacciare dal Pd, non produrrà grandi benefici. Né per il sindaco di Firenze né per il partito nel quale tuttora milita. Tantomeno per il Paese, come ha sottolineato più volte il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.

E neppure ha fatto centro, Renzi, ironizzando sulla candidatura di Anna Finocchiaro, che oggi gli ha risposto via Facebook:

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Non vorrei sembrare il sempreverde Nanni Moretti-Michele Apicella (“No, vi prego, non litigate”). E però se anche un fine conoscitore della politica come Antonio Polito, editorialista del Corriere della sera, twitta

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vuol dire che, beh, qualcosa proprio non va nelle ultime uscite di Renzi.

L’attenuante è un clima avvelenato nel partito, le tensioni fortissime sulle scelte di Pierluigi Bersani (governissimo no, governo di cambiamento sì ma con chi?), le critiche mosse dallo sconfitto delle primarie, le repliche via via più taglienti del segretario, ultime quelle pronunciate a Corviale sabato. Parole forti, in effetti. Renzi ha risposto così:

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Siamo agli stracci bagnati che volano, nel Pd. Mentre Silvio Berlusconi se la ride di cuore.

P.S. Questa mattina un mio amico, su Facebook, ha taggato un post della direttrice di YouDem, Chiara Geloni, sulla lettera di Renzi a Repubblica. Geloni è un’entusiasta di Bersani che in genere non esprime giudizi lusinghieri (sto utilizzando eufemismi) su chi ha raccolto poco meno del 40% dei consensi del partito al ballottaggio delle primarie del centrosinistra del 2 dicembre scorso (non anni fa). Mi sono permesso di fare un apprezzamento paragonandola alla guardia pretoriana di imperiale memoria. Atteggiamento che secondo me dovrebbe imbarazzare perché nel partito ci sono già tanti e troppi leader e viceleader che si menano fendenti. Devono farlo anche gli addetti alla comunicazione?

Apriti cielo.

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Ecco, questo è il clima nel Pd. Nervi scopertissimi. Per questo ho concluso:

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Perché anche io, come altri tre milioni, ho votato alle primarie e, morettianamente, insisto: “No, vi prego, non litigate”. Non mi pare che, a giudicare, dalle aperture dei siti mentre scrivo e dai titoli dei giornali degli ultimi giorni si sia scelta la strada della coesione. Errore tragico. Per l’Italia.

P.P.S. Ho cancellato quel giudizio dai commenti sul profilo del mio amico. Non per timore di ritorsioni, ma per rispetto delle altrui sensibilità.

Moralità è efficienza

Ovviamente si è sentito forte il botto procurato dall’intervista di Matteo Renzi al Corriere.

Ebbene, capiamoci.

Sul fatto che si stia guadagnando tempo per mettere la bandierina sul Quirinale mentre l’Italia in coma muore, come direbbe Bill Emmott, siamo d’accordo. Che Pier Luigi Bersani si sia lasciato umiliare in diretta streaming da una Roberta Lombardi qualunque è da sottoscrivere. Che gli otto punti siano pastura per i pesci, mentre – dico io – al famoso incontro con i Cinquestelle bisognava andarci con una sintesi concreta e stringente (non le solite metafore iperboliche) è da sottoscrivere.

“Il Pd – spiega Renzi – deve avere un sussulto di orgoglio: via il Senato, via le province, legge elettorale dei sindaci. Una gigantesca operazione di deburocratizzazione, con una grande scommessa sull’online. E un piano per il lavoro, che dia risposte al dolore delle famiglie e alle sofferenze delle imprese”. Tutto molto condivisibile.

Quel che non condivido affatto è “o Pdl o voto subito”. Non passa di qui la via d’uscita dallo stallo. Almeno non senza che qualcosa cambi.

Votare adesso, con questa legge porcata, è contro ogni logica e contro l’amor proprio. Significa volere davvero la fine dell’Italia. Quindi, in mancanza di accordi politici, se proprio non si può avere un governo Bersani di minoranza, meglio dieci saggi (anche se questi pare fossero gli unici col cellulare acceso a Pasqua) che scrivano una bozza di accordo sulla riforma elettorale. Non è una perdita di tempo, se poi si fa. Il Def, tanto, lo scrive il commissario europeo Olli Rehn sotto dettatura di Schäuble e Dijsselbloem.

Capitolo Renzi-Pdl e unica alternativa reale al passaggio precedente. “Io non voglio Berlusconi in galera. Voglio Berlusconi in pensione”. Partiamo da qui. Altrimenti, riflette Matteo, si dice mai con Silvio (scelta politicamente legittima, vista la storia degli ultimi mesi/anni) o lo si “vagheggia in manette”, mentre poi “ci si incontra di nascosto con Verdini”.

Quindi? Sì, Berlusconi (nonostante sia stato l’artefice della rimonta, lo so) faccia un passo non indietro, non di lato, ma avanti, verso il futuro del suo stesso partito. Una scelta encomiabile, tale da gettare le basi per un accordo a termine Pd-Pdl. Un biennio di governo fondato su un programma serio di riforme per rimettere in carreggiata il Paese e, di conseguenza, depotenziare lo tsunami. Pragmaticamente, vedete altre possibilità?

Infine, a quelli che ora danno, secondo me a torto, tutte le colpe al Pd e a Bersani (al quale peraltro ho già suggerito le dimissioni dopo il voto, quindi non devo ripetermi) ricordo solo che il Pdl, invece, vuole tornare alle urne subito proprio per non abolire il Porcellum, perché ragiona in termini di “ora i sondaggi ci danno avanti”. Grillo, il francescano, dovrebbe starci per amor di patria e invece no, perché con il ritorno del Mattarellum o con il doppio turno alla francese rischierebbe di essere fortemente ridimensionato. Capite? Fanno i furbi sulla carcassa della povera ragazza in coma.

“La vera moralità non è solo tagliare i costi; è rendere efficiente quel che fai”, dice Renzi nell’intervista di Aldo Cazzullo. Ecco, questa è la risposta. Ora, cari Pdl, Pd e Cinquestelle, seguano azioni concrete e responsabili.

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Insieme possono governare

Lo ammetto. Non provo simpatia a pelle, per Matteo Renzi. Né mi emoziona la retorica di Pier Luigi Bersani.  Eppure la sensazione che ricavo dal confronto su Rai 1 (a tratti noioso, format rigido, Monica Maggioni così così, come sarebbe andata con un … Mentana?) è che insieme il segretario e il sindaco possano fare un Pd legittimamente e programmaticamente prima forza politica del Paese. In solitario, senza appendici. Né a sinistra né al centro. Il match, corretto nei modi, a momenti è stato duro, durissimo.

Il giovane sfidante non ha risparmiato colpi bassi (rischio di fare la fine dell’Unione, mancata legge sul conflitto d’interessi e assenza di una vera strategia in materia di politica industriale da parte dei passati governi di centrosinistra). Bersani ha replicato a tono, incazzandosi anche un po’, solo quando ha fatto notare al sindaco di Firenze che a furia di dare spallate rischia di far danni alla casa in cui sta. E certo, a Matteo non bastano le rassicurazioni sulla lealtà. Noi italiani, si sa, siamo levantini. Tutti. Da Palermo a Pordenone.

Alla fine, nonostante la stretta di mano, ha prevalso la freddezza. Effetto di un furore agonistico giustificato dalla consapevolezza che in campo, a parte Grillo, a giocarsela per le prossime elezioni ci sono soltanto loro. Però, io non escluderei ancora l’ipotesi di un ticket. Per quanto Bersani abbia chiuso la porta con un secco “macché”.

Pierluigi e Matteo farebbero una squadra ben assortita: esperienza, affidabilità, nervi saldi da una parte; energia, idee fresche, capacità di dialogo con un’altra parte del Paese dall’altra. Fassina, Orfini e… Bindi permettendo.

Mi ha convinto la Geloni

Avevo confessato a un caro amico, proprio qualche giorno fa: non voto alle primarie del centrosinistra, non mi piace prendere parte, con il mestiere che faccio. Poi questa mattina ho letto un tweet del direttore di YoudemTv, Chiara Geloni.

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E’ il tono che fa la musica. Direi, quell’arroganza infastidita di chi ha occupato seggiole e poltrone e si sente autorizzato a dare lezioni. Mi ha convinto subito @lageloni. Mi ha fatto cambiare idea.

A volte – sapete – bisogna correre il rischio, affrontare l’ignoto, nuotare in mare aperto. Accettare che del candidato non ti piaccia tutto di tutto. Ci si può anche accapigliare, a volte, tirare stracci. Si può discutere animatamente e criticare senza risparmiare nulla. “Vado a votare! Adesso!”, mi sono detto.

Fatto, in molto meno di #15minuti.

Gran senso di liberazione.

Serra, le Cayman e la politica

Davide Serra, gli hedge fund e le Cayman. Duro lavoro che frutta commissioni per quasi 17 milioni di sterline in un paio d’anni. Buon per lui, non sono in molti a potersi godere guadagni tanto lauti. Anche, mi permetta Serra, con altrettanto duro lavoro. Non è il caso di fare gli invidiosi, però. Le Cayman, in sé, non sono il vero problema.

Del resto, che colpa ne ha Serra se le regole della finanza internazionale consentono di muovere quattrini ai quattro angoli del pianeta e magari di scommettere contro – di shortare, direbbero i tecnici – i titoli di stato (e dunque i servizi pubblici, la sanità, le pensioni) di un determinato Paese per renderlo più debole e più povero. Di farlo affogare nell’acqua del suo debito, quel Paese. Debito colpevolmente esploso in anni spensierati, ma fino all’altro ieri distrattamente lasciato a ristagnare attorno al 120% del Pil senza che la cosa disturbasse troppo i mercati.

Muovere i quattrini nel supremo interesse degli investitori. Questo, detto molto rozzamente, è finanza. Talvolta – è il caso dell’attacco ai titoli di Stato dei Paesi cicala e pertanto rei, secondo una certa narrativa cara ai fogli d’informazione d’Oltremanica e d’Oltralpe) – arricchendosi del tutto lecitamente e rapidamente. Non che per forza il giovane e audace finanziere italiano prestato alla City di Londra debba essere tra coloro che hanno orchestrato la rapida ascesa dello spread tra BTp e Bund nell’estate del 2011, con tutto quel che ne è seguito. Non sia mai detto. Magari, al contrario, è tra coloro che hanno sostenuto la domanda dei titoli italiani quando tutti, ma proprio tutti, anche diverse banche italiane, cercavano di sbarazzarsene almeno un po’.

Né sia detto, per tornare alle sue argomentazioni sulle battute piuttosto grossolane (“Banditi tra virgolette, certa finanza non è trasparente”) del segretario del Pd Pierluigi Bersani, che Serra abbia torto a rinfacciare al navigato politico italiano una qualche corresponsabilità di Casta a proposito dell’evasione fiscale da record che negli ultimi decenni ha alimentato, insieme alla corruzione capillare, la spirale del debito pubblico.

Match pari, allora? Non proprio. Le sacre regole della finanza valgano nei circoli finanziari, non in politica. Soprattutto se la riservatezza concessa (fin troppo generosamente) a chi ama frequentare i paradisi fiscali diventa pretesto per una nuova cifra stilistica: cene semi-carbonare, in centro a Milano, di cui è protagonista un aspirante candidato premier.

Davide Serra, fondatore e managing partner del fondo Algebris