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Grande progetto Pompei, Pompei grande progetto

Scusate, devo essermi sbagliato. Al governo non c’è più Mario Monti. Ma il Grande progetto Pompei non era stato già annunciato? Quante volte deve essere riproposto perché parta per davvero? E siamo sicuri che basti un super commissario? Può la macchina burocratica con le sue squadre di tecnici ed esperti diventare improvvisamente efficiente? Non sarebbe più opportuno coinvolgere e motivare privati, anche non italiani e quindi meno esposti alle pressioni della criminalità organizzata? Queste e molte altre domande per il ministro Massimo Bray («Pompei sarà un esempio di trasparenza per fare del Mezzogiorno un esempio positivo», quante volte lo abbiamo già sentito dire?) e per il presidente del consiglio Enrico Letta. Speriamo che abbiano ragione loro, ovviamente.

Tentativo estremo al Colle, l’ipnosi

Dice il saggio, meglio non dire e non fare nulla quando girano parecchio. Ecco. E però una riflessione la faccio. Prometto, senza azzardare previsioni.

Ri-facciamo il punto.

Stallo totale a più di un mese dalle elezioni. Tre partiti che peggio assortiti non si potrebbe e che non ne verremo mai fuori senza previo ammazzamento del Porcellum. Giorgio Napolitano che prima pare si dimetta (una logica un po’ tortuosa, forse, ci sarebbe stata: accordo sul Colle al centrodestra, passo indietro di un Berlusconi rassicurato, coalizione “olandese” con premier del Pd) poi sorprende tutti e tenta di la via dell’ipnosi.

Andiamo per gradi. Uno dice: vabbé sarà un tantinello irrituale questa cosa dei gruppi ristretti e dei saggi, ma in capo a qualche giorno c’è il rischio che i partiti si accordino su un programma e un governo, chiamiamolo così, del presidente. Non sarà l’articolo 92 della Costituzione alla lettera, ma ci si avvicina.

E invece? Nel comunicato del Quirinale si legge:

1 – “Un elemento di concreta certezza nell’attuale situazione del nostro paese è rappresentato dalla operatività del governo tuttora in carica, benché dimissionario e peraltro non sfiduciato dal Parlamento: esso ha annunciato e sta per adottare provvedimenti urgenti per l’economia, d’intesa con le istituzioni europee”.

2 – “Mi accingo a chiedere a due gruppi ristretti di personalità tra loro diverse per collocazione e per competenze di formulare – su essenziali temi di carattere istituzionale e di carattere economico-sociale ed europeo – precise proposte programmatiche che possano divenire in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche. Ciò potrà costituire comunque materiale utile…”. Materiale utile, ma qui non siamo a un convegno.

Seriamente. Abbiamo votato il 24-25 febbraio perché Mario Monti si era dimesso dopo essere stato “di fatto sfiduciato” – parole sue – dal noto discorso di Alfano. E invece scopriamo che l’esecutivo, ormai diviso (vedi caso marò) e politicamente inconsistente per effetto del  risultato elettorale del premier è una “concreta certezza”, anzi “opera d’intesa con l’Europa” (particolare che, vista la vicenda cipriota, non rassicura granché). E prepara decreti, per la “gioia” dei molti italiani che non hanno ben compreso la salita in politica del Professore. Non si intravede neppure la fine dell’interregno, siamo al Monti-bis de facto.

Di più. L’orizzonte del voto si allontana (e questo potrebbe essere un non male, per dirla alla Pier Luigi Bersani), ma soprattutto si chiamano a raccolta cosiddette personalità che – a parte Valerio Onida – tali (detto francamente) non sono. Lo stesso Onida ha esordito con un “non sono ottimista ma faremo il nostro dovere”.

Tanto per mettere in fila alcuni “non”, secondo la sintassi booleana del (tuttora? ex?) presidente del consiglio pre-incaricato Bersani, chiarisco che la fiducia nel presidente Napolitano non può venire meno, ma i dubbi sulla solidità della processo democratico in Italia non possono non farsi strada. Forse l’impossibile monocolore Italia Bene Comune (senza maggioranza al Senato, ma con voto dei Cinquestelle su singoli provvedimenti condivisi) sarebbe stato instabile ma anche più rispettoso del voto.

Così, invece, e non è neppure detto che ci riusciamo, proviamo a ipnotizzare gli elettori, l’Europa e i mercati, ma dobbiamo fare i conti con la fastidiosa sensazione che andare alle urne sia ormai poco più di un leggero esercizio fisico.

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Brunetta, il poverello dell’Imu

Brunetta, il poverello dell’Imu

Dopo l’intervista a Radio 24 uno si chiede: ma quali saranno le mille e più spese impellenti che impediscono al poverissimo Renato Brunetta, lautamente retribuito come tutti i parlamentari della Repubblica, di mettere in cascina i diecimila euro che gli è toccato pagare di Imu? In ogni caso, appare evidente perché Berlusconi, il Pdl e i relativi alleati siano un sol uomo nel volere ri-abolire l’odiosa imposta. Odiosa soprattutto per chi di case ne ha 5, 10, 100. In effetti per tutti gli altri nel bilancio annuale hanno pesato di più la bolletta del gas e della luce. Alla fine la morale è una sola: proprio non la vogliono capire la parola “con-tri-bu-en-te”.

L’Agenda Monti e qualche paradosso

Il sacro fuoco della politica che ha ormai rapito il premier uscente ci ha regalato poche ore fa un altro post sul suo sito Agenda Monti, annunciato ovviamente da un tweet. Bene, pian piano alcuni termini della sua salita in politica si rendono più espliciti. Anche se siamo ancora lontani dall’avere dissipato legittimi dubbi, non tanto sulla bontà dei presupposti quanto sull’efficacia dell’azione. Ecco, prendiamo il punto 3 e il 5, per esempio, a mio avviso alquanto contraddittori.

Punto 3. “La nuova formazione politica alla quale stiamo dando vita, adottando l’Agenda Monti come ispirazione per un programma di governo” intende “costituirsi come elemento di spinta per la trasformazione dell’Italia, in contrapposizione alle forze conservatrici”.

Molto bene. L’ambizione è tutto e al professore non fa difetto. Mi chiedo però come Mario Monti potrà convincere gli italiani – dopo averli salassati – a votare in massa e rendere effettivamente forza di governo una formazione politica in cui il principale interprete si guarderà bene dal correre il rischio di un flop elettorale, mandando avanti fanti e luogotenenti ben noti, che certo non entusiasmano (finora eh, aspettiamo le liste) per le qualità di riformatori a tutto tondo. Europeisti in sonno ce ne saranno anche, tra gli elettori, ma basterà a entusiasmarli la vaga promessa di un’Italia capace di tornare a essere “grande nazione”?

Punto 5. “ll nuovo movimento nasce con l’ambizione di raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani”. Nel caso il colpaccio non riuscisse “cercheremo la convergenza con le forze politiche che adottino una linea d’azione compatibile con la nostra strategia europea”. E qui maliziosamente ci si potrebbe chiedere quali, visto che – paradossalmente – poche righe sopra il documento assesta un colpo a destra e uno a sinistra, mettendole congiuntamente nel gran calderone delle “forze conservatrici”, “prone ad interessi particolari,  a protezioni corporative o addirittura dichiaratamente anti-europeiste”.

Infine, a margine ma nemmeno troppo, il punto 4, che cita un punto debole classico delle forze moderate in Italia, il “carattere laico” della nuova formazione. Se lo difenderà con coerenza, Monti al momento buono dovrà fare i conti con la sponsorship d’Oltretevere. Un handicap non da poco. Lo si è visto in maniera ricorrente, per esempio, nel Pd e ancora prima nell’Unione, con le dissertazioni infinite tra partiti e correnti d’ispirazione cattolica e non.

Come dire, speriamo che di qui al varo definitivo delle liste riunite attorno all’Agenda Monti alcune scelte si chiariscano in maniera definitiva. E, soprattutto, la squadra del premier sia pronta ad avviare l’intensa stagione di riforme prospettata.

Monti-Agenda