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“Quisling Letta”. Le politiche dello 0,1% e i populismi

Il nuovo violento attacco a Enrico Letta dal blog di Beppe Grillo non avrebbe bisogno di commenti se non fosse che proprio il premier 11 giorni fa ha concesso un’intervista pan-europea dal titolo: “Combattere i populismi o distruggeranno l’Europa”.

Ora, fondamentalmente sarei d’accordo con Letta. Mi preoccupa parecchio l’avanzata dei partiti xenofobi nel Vecchio Continente. Penso soprattutto al Front National in Francia. E però insistere con scelte di politica economica di pura sopravvivenza non può che offrire spazio alle tesi populiste di Grillo, che oggi dà a Letta del collaborazionista con gli inflessibili creditori di Berlino.

È chiaro a chiunque che giocare con le tabelline sugli 0,1% non cambia il quadro comatoso dell’economia italiana, ormai divisa tra chi sopravvive evadendo le tasse (se ne pizzicano sempre troppo pochi) e chi muore pagandole (un numero crescente di aziende in anossia creditizia conclamata).

L’Italia, benché la sua forza industriale abbia subito in questi anni di crisi una mazzata terribile, è tuttora un grande Paese. Gli accordi europei vigenti vecchi e nuovi rischiano, però, di svuotarla della sua capacità manifatturiera e renderla irrimediabilmente una succursale.

Sono scritti, quei patti, hanno efficacia, sono durissimi e non ci consentiranno mai di ripartire come richiederebbe la situazione. Alleggerire il carico fiscale che grava sulle imprese è l’unica strada, ma non si dica che è un obiettivo conseguibile attraverso manovrino che abbondano soltanto di acronimi (Tuc, Trise, Tasi, Tari…), oltretutto soggette a pressioni inaudite da parte delle stesse forze politiche al governo.

Manca il coraggio, non mi piace pensare ad altre ipotesi. Di questo passo, oltre a rinviare sine die la fine della recessione (le previsioni finora sono sempre state smentite dai fatti) si finirà per spianare la strada a forze politiche estreme. A chi giova?

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La campana suona per tutti. Da Mineo

Questa mattina il premier Enrico Letta è intervenuto alla Camera. Motivo: comunicazioni al parlamento sul consiglio Ue che si terrà il 24 e il 25 ottobre a Bruxelles.

«L’Europa per la sua stessa storia» e per le sue «più profonde e nobili radici, non può stare a guardare» di fronte a tragedie come quelle di Lampedusa, «se lo fa, muore». Perché «la campana suona per tutti. Non illudiamoci che gli sbarchi si esauriranno con il cattivo tempo, queste tragedie non sono occasionali, sono l’epilogo di fughe di massa da miseria e violenza. Non accetteremo a Bruxelles compromessi al ribasso». Così Letta.

Ancora questa mattina:

“(ANSA) – CATANIA, 22 OTT – Resta alta la tensione attorno al Cara di Mineo, e adesso anche al suo interno da dove è stato fatto uscire il personale civile. Migranti hanno danneggiato un furgone e un’ambulanza della Croce rossa, mentre polizia, carabinieri e guardia di finanza presidiano la struttura. Scene di guerriglia si sono registrate nelle campagne vicino al Cara, con lanci di massi contro le forze dell’ordine, ma anche di automobilisti in transito. Diverse strade sono bloccate per la presenza di pietre.”

Il Corriere della Sera parla di tecniche di guerriglia da parte dei migranti inferociti. In generale la stampa mainstream sceglie il basso profilo, un link in homepage al pezzo su Letta e Alfano può bastare. Al massimo un sommario. Ci sono notizie più importanti, tipo Rosy Bindi all’Antimafia o il nuovo processo su Ustica o Napolitano che smentisce il Fatto quotidiano.

Al Tg La7 Cronache alcuni rifugiati, in preda a un evidente stato di esasperazione, urlano che da un anno sono in stato di abbandono, malnutriti, in attesa di essere riconosciuti per quello che sono. Tra l’altro, si apprende dai resoconti, una troupe tv viene minacciata, l’aggressione non si verifica per un soffio. Si fa presto a piangere i morti in mare davanti alle telecamere. Più complicato mettere in pratica vere politiche di accoglienza, che diano a queste persone la chance di riacquistare la loro libertà, magari (è la voce di tanti profughi siriani sentiti nelle ultime settimane) trasferendosi nell’Europa del Nord.

“La polizia ha chiesto rinforzi in arrivo da Reggio Calabria, i blindati attualmente impegnati non bastano. I manifestanti, circa un migliaio, hanno bloccato strade, incendiato campagne, danneggiato auto, scagliato sassi contro uomini e cose, preso di mira  un distributore di benzina. La struttura in provincia di Catania ospita circa 4000 extracomunitari in attesa di ricevere lo status di rifugiati”, racconta Michela Giuffrida su Repubblica.it.

Quattromila (una moltitudine) in cerca di asilo, a spasso sui monti Erei, in provincia di Catania. Là spediti a partire da marzo 2011. Ne parlò all’epoca l’inviato del Sole 24 Ore Mariano Maugeri. «Cosa ci possono togliere gli immigrati? La fame che abbiamo?», si diceva in paese.  Una «Apocalypse now» mediterranea, scriveva Maugeri in un secondo reportage.

In due anni – come troppe altre volte in questa Italia che campa di annunci e promesse mancate, funerali compresi – pare che non sia successo niente di quello che doveva succedere. Inevitabilmente, i nodi sono arrivati al pettine. E la campana ha suonato anche per Roma, prima che per Bruxelles.

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Fiducia a Letta. Il Fmi è già tra noi

Fiducia a Letta. Il Fmi è già tra noi

Non voglio pensare che la scelta nasconda messaggi subliminali. No.

“Se il Governo Letta otterrà la fiducia sarà Carlo Cottarelli il commissario per la spending review. Il nome dell’economista è stato indicato dal premier nei suoi discorsi al Senato e alla Camera. Cottarelli, classe 1954, dal 2008 è direttore del Dipartimento Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale”. (Il Sole 24 Ore)

IMF Greece Financial Crisis

Superare nei prossimi dieci anni la Germania

http://www.europaquotidiano.it/2013/08/07/matteo-renzi-alla-festa-dem-di-bosco-albergati-video/

Matteo Renzi è tornato dopo un lungo silenzio. Dal minuto 18.45 al 19.15 parla di Grecia per non deprimersi, Germania per crederci e Italia che non è da serie B. I giornali ovviamente hanno titolato su altro, ma a me è piaciuto, più di quando è tornato a parlare degli equilibrismi di partito e di palazzo. Che pure sono lì, ci mancherebbe, e logorano molto più tutti noi che Enrico Letta.

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Grande progetto Pompei, Pompei grande progetto

Scusate, devo essermi sbagliato. Al governo non c’è più Mario Monti. Ma il Grande progetto Pompei non era stato già annunciato? Quante volte deve essere riproposto perché parta per davvero? E siamo sicuri che basti un super commissario? Può la macchina burocratica con le sue squadre di tecnici ed esperti diventare improvvisamente efficiente? Non sarebbe più opportuno coinvolgere e motivare privati, anche non italiani e quindi meno esposti alle pressioni della criminalità organizzata? Queste e molte altre domande per il ministro Massimo Bray («Pompei sarà un esempio di trasparenza per fare del Mezzogiorno un esempio positivo», quante volte lo abbiamo già sentito dire?) e per il presidente del consiglio Enrico Letta. Speriamo che abbiano ragione loro, ovviamente.

La malvagità premeditata di Standard and Poor’s

Il report di Standard and Poor’s

Eh sì, dopo avere letto l’analisi che ha spinto Standard and Poor’s ad avvicinare ulteriormente al livello spazzatura il rating sovrano dell’Italia (un taglietto, per ora, solo quel piccolo segno + davanti alla tripla B) non si può che arrivare a una conclusione: sono cattivi dentro. Ma come, proprio adesso che la luce in fondo al tunnel, fioca magari, si vedeva distintamente? Del resto basta scorrere le prime righe per capire:

“The rating action reflects our view of a further worsening of Italy’s economic prospects coming on top of a decade of real growth averaging minus 0.04%”. Qualcuno può aver frainteso. Non è che quel “further worsening” vuol dire quadro in miglioramento?

Non ha influito, certamente, sul giudizio dell’agenzia la notizia della Cassazione in corsia di sorpasso sulla sentenza Mediaset. Troppo recente. Molto di più hanno pesato i mille distinguo nel governo delle cosiddette larghe intese, i rinvii degli ultimi mesi su Imu e Iva, l’assenza di decisioni definitive e scelte chiare. Ha evitato il peggio, forse, la promessa del premier Enrico Letta di mettere fretta alla P.a. sui pagamenti dell’arretrato alle imprese. “Could contribute to a recovery in investment, particularly during the first half of 2014”.

E adesso? Adesso ci possiamo aspettare altri tagli, scrive S&P’s nel report che boccia l’Italia, già nel corso del 2013 o al più tardi nel 2014, se le cose – come sembra – continueranno a non cambiare in maniera sostanziale. Poi non resterà che il piano Draghi, che si chiami Omt o no. In ogni caso il nostro futuro non dipenderà più da noi. Non manca molto.

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Dire, Fare

Ci sarà da aspettare un po’ prima di poter dare un giudizio ponderato del provvedimento omnibus che palazzo Chigi ha ribattezzato “Decreto Fare“. Perché non è mica facile estendere un comunicato esauriente (per cominciare, gli 80 provvedimenti annunciati non sembrano poi 80 o come si contano?) quando lo sguardo deve abbracciare il vasto orizzonte che va dalle infrastrutture alla semplificazione fiscale, dalle borse di studio alla donazione degli organi fino al monumentale capitolo della giustizia civile e perfino “alla” wi-fi “libera” (sul genere si potrebbe discutere, io opterei per il maschile).

Se poi in vista, come scritto nell’agenda della prossima settimana, ci sono anche il Ddl Semplificazioni e un altro pacchetto dedicato al rilancio dell’occupazione giovanile, si capisce che non sarà per nulla facile tirare in tempi brevi le fila dell’azione del governo Letta-Alfano.

Non c’è ancora traccia percepibile di correzione al ribasso della spesa pubblica. Quindi impressiona leggere di “misure, per un totale di oltre 3 miliardi di euro e con una ricaduta prevista a livello occupazionale di circa 30mila nuovi posti di lavoro (20mila diretti, 10 mila indiretti), in materia di infrastrutture” (c’è anche la linea 4 della metropolitana a Milano, che davamo ormai per defunta). Come anche entusiasma apprendere che “per i contratti pubblici di lavori, servizi e forniture il Documento Unico di Regolarità contributiva (il tristemente noto Durc, ndr) avrà validità di 180 giorni” e non più tre mesi. Un passo avanti verso la semplificazione che si aggiunge alla prospettiva di un piano nazionale per zone addirittura a “burocrazia zero”.

Che dire, apprestiamoci a seguire il dispiegarsi degli effetti di questa serie di iniziative dell’Esecutivo. Obiettivi dichiarati sono la crescita e la creazione di posti di lavoro, oltre che un alleggerimento diretto e indiretto dei carichi fiscali. L’intenzione è ottima, anche se il cuore del problema resta il cuneo fiscale. Non dovremo aspettare moltissimo per riscontrare attraverso dati veri se la meta sarà stata, almeno, avvicinata.

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Dal Sole 24 Ore di domenica 16 giugno

“Nel Paese dei balocchi”

“Anche il Mattarellum è un pessimo sistema elettorale, non c’è nessuna eccezione al doppio turno alla francese. È solo un pretesto dire che ci vuole prima la Costituzione e poi il sistema elettorale: il doppio turno è un sistema che si presta a servire tutti i regimi democratici”.

Così il politologo Giovanni Sartori, questa mattina ai microfoni di Radio Città Futura, ha ribadito le sue posizioni in merito alle riforme costituzionali, stroncando la scelta di Enrico Letta di riunire trentacinque saggi, che sono già un Parlamento: “Non ho mai visto trentacinque persone di estrazione parlamentare mettersi d’accordo su un progetto di riforme costituzionali: è avvenuto solo nel ’48 e nel ’49 alla fondazione – ha proseguito Sartori – dopo, le buone costituzioni sono state fatte da un buon giurista e poi approvate, ma non sono materie di negoziato di un parlamentino in cui ognuno difende i suoi interessi”.

Per il politologo “si tratta anche di un pretesto per non fare neanche la legge elettorale visto che qualcuno lavora ancora per mantenere il porcellum”. Mentre, sul pronunciamento atteso dalla Corte Costituzionale sull’attuale legge elettorale, dopo che la Cassazione ha sollevato dei dubbi di costituzionalità su alcuni punti, Sartori ha dichiarato: “La corte costituzionale si sveglia adesso dopo due elezioni…. è proprio il Paese dei balocchi…io l’ho sempre strillato che questo premio di maggioranza è scandaloso”. (ANSA)

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#buon1maggio. Ma la commedia la lascino al Bepi

Non poteva mancare neppure il Primo maggio alla collezione di post contro tutto e contro tutti sul blog di Beppe Grillo. Non è mancato, infatti.

«Il primo maggio era la festa dei lavoratori. Ora è la festa dei disoccupati e del concertone a Roma. Chiude un’azienda al minuto, la disoccupazione giovanile “ufficiale” ha raggiunto il 38,4%. L’Italia è diventata una Nazione di cassintegrati, esodati, disoccupati, precari e emigranti».

Puntualmente il comico diventato leader politico ha sciorinato sul suo Tazebao una sequela di battute, pregiudizi, analisi economica e politica sui generis (ovvero in parte aderente alla realtà in buona parte manipolata). Problemi di cui tutti noi siamo perfettamente al corrente, rielaborati per la classica filippica a metà strada fra la politica e l’infotainment, lo schema nel quale in fondo l’italiano medio si riconosce più facilmente.

E quindi, giù randellate. «Il Paese si regge sul nulla. Chiacchiere e inciucio. Il gettito fiscale e Irpef sta crollando per la scomparsa di aziende e lavoratori dipendenti. Il traffico su strada è diminuito in un anno del 34%, gli autogrill sono deserti. L’Italia si sta fermando come una grande macchina colpita dalla ruggine, un componente dopo l’altro, fino all’immobilità».

Poi l’attacco a chi ha lavorato e magari dovrebbe scegliere l’autodistruzione per pesare meno sulle casse dello Stato e quello a chi il lavoro ce l’ha ma rientra nel profilo ormai criminale del dipendente ultraprotetto. «Quattro milioni di dipendenti pubblici, 19 milioni di pensionati, mezzo milione di persone che vive di politica sono insostenibili per un Paese senza sviluppo da 15 anni, con un Pil in discesa libera ben prima della crisi del 2008».

Cose arcinote. E’ ormai chiaro a tutti che il governo appena nato dovrà farsene carico, pena la dissoluzione di un Paese e della classe politica per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Lo ha scritto chiaro e tondo il Sole 24 Ore anche oggi nell’editoriale del vicedirettore Fabrizio Forquet. Ovviamente fa meno ridere, anche se parla di governo Frankenstein.

Grillo, da par suo, ci mette colore mettendo nel pentolone sindacati e industriali (“prenditori di appalti pubblici”, come se la cosa in sé fosse un reato). Tutti brutti sporchi e cattivi allo stesso modo.

Non può mancare, si capisce, la solita gogna dei nomignoli, come l’ha definita Francesco Merlo. Così, il premier Enrico Letta che ha osato chiedere ai parlamentari Cinquestelle di «scongelarsi» e «mescolarsi» diventa «Capitan findus Letta», quello che «promette tagli e ritagli senza alcuna copertura economica». Intanto «in piazza si balla mentre la cassa integrazione sta finendo. Un’allegria di un giorno che ha il profumo forte e rancido del 2 novembre dei lavoratori».

Letta prenda nota, Berlusconi anche. La commedia dell’arte adesso la lascino a Grillo. Definitivamente. Un’altra strada non c’è, altrimenti il prossimo Primo maggio sarebbe meglio non festeggiarlo neppure. Ok, pensate che io creda davvero che lo faranno? Soltanto un po’.

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L’euro? “Strumento meno competitivo che l’Europa ha da offrire”

“Sono incoraggiato da quanto visto nel fine settimana” con l’uscita dell’Italia dallo stallo politico. Così il numero uno di Fiat-Chrysler Sergio Marchionne in riferimento all’insediamento del governo Letta a due mesi dalle elezioni di fine febbraio. “Iniziamo a vedere il ritorno di una volontà in Europa” a fare meno affidamento sulla sola austerità.

“Abbiamo provato la medicina”, ha continuato il manager italo-canadese. E non è andata mica tanto bene se perfino la Germania inizia a perdere vistosamente colpi. Urge trovare un nuovo approccio, quindi, per “fare ripartire il motore” dell’economia. Indispensabile attraversare il cerchio di fuoco del riconoscimento che “l’euro a questi livelli è probabilmente lo strumento meno competitivo che l’Europa ha da offrire”.

Si pensi al gigantesco piano di stimolo monetario adottato dalla Banca centrale del Giappone, che ha provocato un rafforzamento della valuta unica contro lo yen, rendendo l’export europeo ancora meno invitante (se possibile) per i mercati internazionali. “Siamo così sfasati rispetto al resto dell’attività economica nel mondo – Marchionne dixit – che i leader competenti devono ripensare attentamente la questione”. Altrimenti “il processo di ripresa stessa è a rischio». Nulla da aggiungere.

Il presidente del Consiglio Enrico Letta avrà di che discuterne nel suo pellegrinaggio a Berlino da Angela Merkel.

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