Tagged: Europa

Emergenza sbarchi, continuiamo a non capirci

A parte la faccenda della celebrazione della diversità e delle molte identità, quindi del crogiuolo di culture di millenni or sono, ché invece ce le davamo di santa ragione con quelli dell’altra sponda e non solo, l’editoriale di Renzi sul New York Times a me sembra non dica bischerate, anzi. Con un importante richiamo al fatto che se non ci occuperemo opportunamente del futuro dell’Africa sarà il futuro dell’Africa a occuparsi di noi.

Non ho scorto traccia della retorica sugli italiani che emigravano in America, alla Gianni Morandi, per capirci, ma un tentativo equilibrato di guardare a un quadro geopolitico complessivo, profondamente diverso da quello di decenni fa. È vero che milioni di italiani hanno tentato la fortuna partendo verso altri continenti, ma allora dall’altra parte c’erano Paesi che garantivano spazio, tanto spazio, e molte più opportunità (con enormi sacrifici, certo, e tutte le contraddizioni del caso) di quante ne possa offrire l’Europa e soprattutto l’Italia, oggi.

Penso che non basti versare lacrime al grido “salviamoli tutti”. Né può tranquillizzare il bieco calcolo demografico dei tecnocrati che si preoccupano di chi pagherà la previdenza per sostenere le pensioni nei decenni a venire (sarebbe stato più lungimirante predisporsi per tempo a farci fare più figli). Un’accoglienza dignitosa è anche il frutto di un progetto politico ed economico chiaro per un futuro comune. Oppure vogliamo accontentarci di regalare ai nuovi arrivati la prospettiva di andare a popolare altri ghetti nelle nostre città o di vedere infrangere i loro sogni nelle baraccopoli indecenti gestite dal caporalato delle agromafie?

Ora, comunque, tocca al litigioso condominio dell’Unione europea far vedere di cosa è davvero capace. Dalle conclusioni del Consiglio straordinario di oggi, purtroppo, non mi pare si prospetti una svolta seria.

Schermata 2015-04-23 alle 11.51.35

“Quisling Letta”. Le politiche dello 0,1% e i populismi

Il nuovo violento attacco a Enrico Letta dal blog di Beppe Grillo non avrebbe bisogno di commenti se non fosse che proprio il premier 11 giorni fa ha concesso un’intervista pan-europea dal titolo: “Combattere i populismi o distruggeranno l’Europa”.

Ora, fondamentalmente sarei d’accordo con Letta. Mi preoccupa parecchio l’avanzata dei partiti xenofobi nel Vecchio Continente. Penso soprattutto al Front National in Francia. E però insistere con scelte di politica economica di pura sopravvivenza non può che offrire spazio alle tesi populiste di Grillo, che oggi dà a Letta del collaborazionista con gli inflessibili creditori di Berlino.

È chiaro a chiunque che giocare con le tabelline sugli 0,1% non cambia il quadro comatoso dell’economia italiana, ormai divisa tra chi sopravvive evadendo le tasse (se ne pizzicano sempre troppo pochi) e chi muore pagandole (un numero crescente di aziende in anossia creditizia conclamata).

L’Italia, benché la sua forza industriale abbia subito in questi anni di crisi una mazzata terribile, è tuttora un grande Paese. Gli accordi europei vigenti vecchi e nuovi rischiano, però, di svuotarla della sua capacità manifatturiera e renderla irrimediabilmente una succursale.

Sono scritti, quei patti, hanno efficacia, sono durissimi e non ci consentiranno mai di ripartire come richiederebbe la situazione. Alleggerire il carico fiscale che grava sulle imprese è l’unica strada, ma non si dica che è un obiettivo conseguibile attraverso manovrino che abbondano soltanto di acronimi (Tuc, Trise, Tasi, Tari…), oltretutto soggette a pressioni inaudite da parte delle stesse forze politiche al governo.

Manca il coraggio, non mi piace pensare ad altre ipotesi. Di questo passo, oltre a rinviare sine die la fine della recessione (le previsioni finora sono sempre state smentite dai fatti) si finirà per spianare la strada a forze politiche estreme. A chi giova?

Schermata 2013-11-12 alle 13.42.52

La campana suona per tutti. Da Mineo

Questa mattina il premier Enrico Letta è intervenuto alla Camera. Motivo: comunicazioni al parlamento sul consiglio Ue che si terrà il 24 e il 25 ottobre a Bruxelles.

«L’Europa per la sua stessa storia» e per le sue «più profonde e nobili radici, non può stare a guardare» di fronte a tragedie come quelle di Lampedusa, «se lo fa, muore». Perché «la campana suona per tutti. Non illudiamoci che gli sbarchi si esauriranno con il cattivo tempo, queste tragedie non sono occasionali, sono l’epilogo di fughe di massa da miseria e violenza. Non accetteremo a Bruxelles compromessi al ribasso». Così Letta.

Ancora questa mattina:

“(ANSA) – CATANIA, 22 OTT – Resta alta la tensione attorno al Cara di Mineo, e adesso anche al suo interno da dove è stato fatto uscire il personale civile. Migranti hanno danneggiato un furgone e un’ambulanza della Croce rossa, mentre polizia, carabinieri e guardia di finanza presidiano la struttura. Scene di guerriglia si sono registrate nelle campagne vicino al Cara, con lanci di massi contro le forze dell’ordine, ma anche di automobilisti in transito. Diverse strade sono bloccate per la presenza di pietre.”

Il Corriere della Sera parla di tecniche di guerriglia da parte dei migranti inferociti. In generale la stampa mainstream sceglie il basso profilo, un link in homepage al pezzo su Letta e Alfano può bastare. Al massimo un sommario. Ci sono notizie più importanti, tipo Rosy Bindi all’Antimafia o il nuovo processo su Ustica o Napolitano che smentisce il Fatto quotidiano.

Al Tg La7 Cronache alcuni rifugiati, in preda a un evidente stato di esasperazione, urlano che da un anno sono in stato di abbandono, malnutriti, in attesa di essere riconosciuti per quello che sono. Tra l’altro, si apprende dai resoconti, una troupe tv viene minacciata, l’aggressione non si verifica per un soffio. Si fa presto a piangere i morti in mare davanti alle telecamere. Più complicato mettere in pratica vere politiche di accoglienza, che diano a queste persone la chance di riacquistare la loro libertà, magari (è la voce di tanti profughi siriani sentiti nelle ultime settimane) trasferendosi nell’Europa del Nord.

“La polizia ha chiesto rinforzi in arrivo da Reggio Calabria, i blindati attualmente impegnati non bastano. I manifestanti, circa un migliaio, hanno bloccato strade, incendiato campagne, danneggiato auto, scagliato sassi contro uomini e cose, preso di mira  un distributore di benzina. La struttura in provincia di Catania ospita circa 4000 extracomunitari in attesa di ricevere lo status di rifugiati”, racconta Michela Giuffrida su Repubblica.it.

Quattromila (una moltitudine) in cerca di asilo, a spasso sui monti Erei, in provincia di Catania. Là spediti a partire da marzo 2011. Ne parlò all’epoca l’inviato del Sole 24 Ore Mariano Maugeri. «Cosa ci possono togliere gli immigrati? La fame che abbiamo?», si diceva in paese.  Una «Apocalypse now» mediterranea, scriveva Maugeri in un secondo reportage.

In due anni – come troppe altre volte in questa Italia che campa di annunci e promesse mancate, funerali compresi – pare che non sia successo niente di quello che doveva succedere. Inevitabilmente, i nodi sono arrivati al pettine. E la campana ha suonato anche per Roma, prima che per Bruxelles.

Schermata 2013-10-22 alle 16.17.26

Non più tanto pazza idea. Italexit

Ricapitoliamo.

Stallo politico totale in casa nostra, grazie a un sistema elettorale, quello sì, certamente impresentabile.

Stallo con l’India e chissà per quanto, visto che per fare uscire di galera i marò ci si è infilati nella strettoia delle intepretazioni su chi viola di più la convenzione di Vienna.

Stallo in Europa (anche se pare che un passo in avanti, proprio ieri, sia stato fatto), dove il copione dell’ultima farsa, scritto ancora una volta a Berlino, prevede una serrata delle banche a Cipro (“temporary bank holiday”) per condurre in porto un prelievo forzoso che ha un solo precedente, quello italiano del luglio 1992 (sappiamo com’è finita). Vero che a rimetterci sarebbero soprattutto ricchi russi, vista la spropositata dimensione dei depositi (19 miliardi di euro, più del Pil della piccola isola mediterranea), ma la terapia scelta per evitare il tracollo delle banche locali, figlio del disastro greco, è quasi peggiore della causa.

Premessa indispensabile: sono un fan degli Stati Uniti d’Europa. Unione politica e fiscale, senza se e senza ma. Farei volentieri a meno di un ritorno alle tragiche divisioni del secolo breve. Ma Europa a tutti i costi, a questi costi, no. L’Europa delle ideone di Commerzbank. L’Europa del capo di una banca centrale grande azionista della Bce (Weidmann, Bundesbank) che sculaccia l’Italia: “Niente aiuti (della Bce!, ndr) senza riforme”.

Italia che, grazie a responsabilità innegabilmente sue ma ormai soprattutto a sterili (anzi, controproducenti) politiche di austerità, versa in stato di asfissia finanziaria: le aziende chiudono a ritmi impressionanti e la disoccupazione è un fenomeno che sta finendo fuori da ogni controllo.

Quindi?

Lo confesso. Comincio a cullare l’idea che presentarsi a Bruxelles (meglio, a Berlino) e agitare lo spettro dell’uscita di Roma dall’euro non sia poi una follia talmente ingiustificata. Per vedere, come diceva Jannacci, l’effetto che fa.

I teorici accreditati dei vantaggi che ne deriverebbero (in misura minore rispetto agli inevitabili severi svantaggi) non mancano. E ricordate quello studio di Merrill Lynch secondo cui alla Germania tremerebbero i polsi all’idea? Per non farmi dare del matto potrei anche citare le prese di posizione del Nobel Joe Stiglitz, quelle contro il sadismo egoista dell’austerity alla tedesca.

Ecco, l’ho detto. Ora fate voi.

Immagine

L’Agenda Monti e qualche paradosso

Il sacro fuoco della politica che ha ormai rapito il premier uscente ci ha regalato poche ore fa un altro post sul suo sito Agenda Monti, annunciato ovviamente da un tweet. Bene, pian piano alcuni termini della sua salita in politica si rendono più espliciti. Anche se siamo ancora lontani dall’avere dissipato legittimi dubbi, non tanto sulla bontà dei presupposti quanto sull’efficacia dell’azione. Ecco, prendiamo il punto 3 e il 5, per esempio, a mio avviso alquanto contraddittori.

Punto 3. “La nuova formazione politica alla quale stiamo dando vita, adottando l’Agenda Monti come ispirazione per un programma di governo” intende “costituirsi come elemento di spinta per la trasformazione dell’Italia, in contrapposizione alle forze conservatrici”.

Molto bene. L’ambizione è tutto e al professore non fa difetto. Mi chiedo però come Mario Monti potrà convincere gli italiani – dopo averli salassati – a votare in massa e rendere effettivamente forza di governo una formazione politica in cui il principale interprete si guarderà bene dal correre il rischio di un flop elettorale, mandando avanti fanti e luogotenenti ben noti, che certo non entusiasmano (finora eh, aspettiamo le liste) per le qualità di riformatori a tutto tondo. Europeisti in sonno ce ne saranno anche, tra gli elettori, ma basterà a entusiasmarli la vaga promessa di un’Italia capace di tornare a essere “grande nazione”?

Punto 5. “ll nuovo movimento nasce con l’ambizione di raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani”. Nel caso il colpaccio non riuscisse “cercheremo la convergenza con le forze politiche che adottino una linea d’azione compatibile con la nostra strategia europea”. E qui maliziosamente ci si potrebbe chiedere quali, visto che – paradossalmente – poche righe sopra il documento assesta un colpo a destra e uno a sinistra, mettendole congiuntamente nel gran calderone delle “forze conservatrici”, “prone ad interessi particolari,  a protezioni corporative o addirittura dichiaratamente anti-europeiste”.

Infine, a margine ma nemmeno troppo, il punto 4, che cita un punto debole classico delle forze moderate in Italia, il “carattere laico” della nuova formazione. Se lo difenderà con coerenza, Monti al momento buono dovrà fare i conti con la sponsorship d’Oltretevere. Un handicap non da poco. Lo si è visto in maniera ricorrente, per esempio, nel Pd e ancora prima nell’Unione, con le dissertazioni infinite tra partiti e correnti d’ispirazione cattolica e non.

Come dire, speriamo che di qui al varo definitivo delle liste riunite attorno all’Agenda Monti alcune scelte si chiariscano in maniera definitiva. E, soprattutto, la squadra del premier sia pronta ad avviare l’intensa stagione di riforme prospettata.

Monti-Agenda