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Varoufakis alla Bbc è la versione greca di Django

Un post sul suo blog ad intervista ancora croccante. Non un’intervista qualsiasi. Una specie d’interrogatorio. Yanis Varoufakis ribatte colpo su colpo, in un inglese mediterraneo eppure fluente, forbito, e commenta poco dopo:

“As a fan of the BBC, I must say I was appalled by the depths of inaccuracy in the reporting underpinning this interview (not to mention the presenter’s considerable rudeness). Still, and despite the cold wind on that balcony, it was fun!”

Si è divertito, perfino, il ministro-blogger delle Finanze, ma ha anche detto due tre cosette di cui si parlerà molto nelle prossime settimane.

Che qui non è in gioco solo la prossima tranche di aiuti, cruciale per evitare il default della Grecia (anche se l’opzione esiste e, nel caso, l’irreversibilità della moneta unica potrebbe ritorcersi contro i suoi stessi autorevoli sostenitori). Si tratta piuttosto di riscrivere la politica economica che ha devastato buona parte dell’Area euro negli ultimi cinque anni, trascinandola nella spirale della disoccupazione strutturale e della deflazione (negata fino all’evidenza, salvo riformulazioni recenti alla Constancio). Oltretutto gettando un sacco di soldi, nostri, nel buco nero della spesa per interessi.

Che il governo di Atene non perderà del tempo con i funzionari inviati dalla Troika: vuole discutere e trattare direttamente con chi li manda, ovvero Fmi, Bce e governi dell’Eurozona.

Che le privatizzazioni (subito bloccate dal governo Tsipras) si faranno e gli investimenti esteri dovranno arrivare ma per il bene della Grecia, non in forma di svendita di importanti asset pubblici in cambio di “peanuts”, ha detto testuale, noccioline.

Avrebbe fatto bene a volare meno alto ed a esprimere un giudizio più severo, Varoufakis, rispondendo alla domanda sulle dichiarazioni attribuite a Panos Kammenos, leader dei Greci Indipendenti e alleato di Syriza al governo.

Ecco, su questo si deve e si può chiarire, senza compromessi. Sul resto vedremo se il nuovo governo greco vuole davvero rovesciare il tavolo e fino a che punto.

[Qualcosa in più su ciò che davvero pensa Varoufakis della Germania e sulle sue intenzioni, intanto, si può capire anche leggendo qui.]

N.B. Aggiornato il 1 febbraio, ore 14

La malvagità premeditata di Standard and Poor’s

Il report di Standard and Poor’s

Eh sì, dopo avere letto l’analisi che ha spinto Standard and Poor’s ad avvicinare ulteriormente al livello spazzatura il rating sovrano dell’Italia (un taglietto, per ora, solo quel piccolo segno + davanti alla tripla B) non si può che arrivare a una conclusione: sono cattivi dentro. Ma come, proprio adesso che la luce in fondo al tunnel, fioca magari, si vedeva distintamente? Del resto basta scorrere le prime righe per capire:

“The rating action reflects our view of a further worsening of Italy’s economic prospects coming on top of a decade of real growth averaging minus 0.04%”. Qualcuno può aver frainteso. Non è che quel “further worsening” vuol dire quadro in miglioramento?

Non ha influito, certamente, sul giudizio dell’agenzia la notizia della Cassazione in corsia di sorpasso sulla sentenza Mediaset. Troppo recente. Molto di più hanno pesato i mille distinguo nel governo delle cosiddette larghe intese, i rinvii degli ultimi mesi su Imu e Iva, l’assenza di decisioni definitive e scelte chiare. Ha evitato il peggio, forse, la promessa del premier Enrico Letta di mettere fretta alla P.a. sui pagamenti dell’arretrato alle imprese. “Could contribute to a recovery in investment, particularly during the first half of 2014”.

E adesso? Adesso ci possiamo aspettare altri tagli, scrive S&P’s nel report che boccia l’Italia, già nel corso del 2013 o al più tardi nel 2014, se le cose – come sembra – continueranno a non cambiare in maniera sostanziale. Poi non resterà che il piano Draghi, che si chiami Omt o no. In ogni caso il nostro futuro non dipenderà più da noi. Non manca molto.

sp

Brasile-Italia, ma non è la partita di stasera

“Love and panic on the streets of Sao Paulo, Rio, Fortaleza, Belo Horizonte…”

“Amor proprio”. “La goccia che fa traboccare il vaso”. “Ribellione dell’amore (che un po’ evoca il partito dell’amore, ma non quello di Cicciolina e Moana)”. Durante la lettura di questo post sull’Independent fioccano paragoni con la realtà italiana. Si parla di fine della dignità, di classe dirigente corrotta e disinteressata ai veri bisogni del Paese, di fiumi di denaro pubblico che vanno ovunque tranne che nella direzione giusta, quella dei trasporti pubblici, dell’istruzione, della sanità.

Che la ribellione deflagrata in Brasile durante la Confederations Cup – trasversale, non limitata ai meno abbienti, come ben descritto da James Young nel post – abbia giustificazioni più che comprensibili (e non velleitarie o utopiche) lo dimostra il fatto che imbarazza non poco il governo del Partito dei Lavoratori del presidente Dilma Rousseff e prima ancora dell’ex presidente Luiz Inàcio Lula da Silva, lo stesso da cui si sentirono traditi anni fa i Senza terra. Rousseff è uscita allo scoperto in grave ritardo, forse perché si è accorta che le manifestazioni in corso da Rio de Janeiro a San Paolo, da Fortaleza a Salvador de Bahia non sono un fuoco di paglia e rappresentano un ventaglio di istanze sociali molto concrete e radicate.

Che nei Paesi emergenti – non dimentichiamoci la Turchia, anche se la dura repressione del governo di Recep Tayyip Erdogan per ora ha messo il silenziatore alla rivolta – ci sia un problema grande come una casa è ormai molto chiaro: anni di crescita economica impetuosa di cui primi beneficiari sono stati le classi dirigenti e gli investitori esteri (industriali e finanziari), molto meno le popolazioni locali. E’ bastata una frenata dell’economia mondiale a fare venire a galla le contraddizioni. Perché chi ha conosciuto un improvviso benessere, avrebbe detto Catalano, non ci sta a fare marcia indietro altrettanto rapidamente.

“L’altra faccia del boom brasiliano … di questi ultimi dieci anni, – scrive Roberto Da Rin sul Sole 24 Ore parlando di “miracolo interrotto” nel gigante sudamericano, oggi sesta potenza globale, ma nello stesso tempo Brics in crisi di identità – apre interrogativi che si riverberano su un intero modello di sviluppo. La crescita economica guidata da tre presidenti, Fernando Henrique Cardoso, Lula e Rousseff, ha trascinato fuori dalla miseria 30 milioni di brasiliani. Vero. Ma ha conferito loro uno status di consumatori, non di cittadini. Ai crediti, agli incentivi al consumo che hanno spinto il volano dell’economia, non ha fatto seguito un aumento della qualità dei servizi sociali, educazione, sanità, scuola”.

Ascesa e declino. Con sfumature diverse e una tempistica colpevolmente diversa (addirittura vent’anni, non dieci, sprecati in diatribe personalistiche e dispute giudiziarie a scapito di riforme e modernizzazione del Paese) sembra un po’ la nostra storia di Paese improvvisamente felice, nei favolosi anni 80 e negli edonistici 90, ma ora destinato a un doloroso e inesorabile impoverimento.

Ed è impossibile non arrivare alla conclusione: ma com’è che invece in Italia non succede ancora nulla?

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