Sul doppiopesismo tutto zucchero e miele che esime le dolci banchine

Leggo sul Corriere di oggi che i quattro istituti di credito nati grazie al premuroso decreto salvabanche non intendono restituire un solo euro ai risparmiatori eventualmente truffati. I quali dovranno chiedere conto, semmai, alle vecchie banche, quelle che ovviamente non c’hanno nemmeno una lira in cassa. Gli istituti appena creati sono puri, non c’è peccato originale e tantomeno pendenze con il passato. Parola del ministero dell’Economia.

Quindi, agli incauti che hanno perso tutto per via del micidiale mix analfabetismo finanziario / sportellista sotto ricatto non resteranno che gli arbitrati “caso per caso” affidati all’Anac di Raffaele Cantone. O magari i tribunali ordinari. Per recuperare, forse, una piccola parte del gruzzolo.

Ecco, riscontro una lieve asimmetria. Le banchette saltate per aria vendevano polpettoni avvelenati per stare in piedi con i soldi altrui e adesso spariscono in una nuvoletta di fumo. Puff. Ma anche quelle che vengono dopo. Comodo tanto, no?

E pensare che quando, alcuni anni fa, una banca di cui non farò il nome si accanì, come ampiamente consentito dalla legge, su una persona di mia stretta conoscenza per dichiarare nulla la compravendita di un appartamento e recuperare dalla malcapitata parte acquirente la somma dovuta dalla malandrina parte venditrice, in fondo l’istituto di credito fece ad altri ciò che non avrebbe mai voluto fosse fatto a se stesso. A Natale, soprattutto, certe cose non dovrebbero proprio capitare.

Schermata 2015-12-27 alle 14.02.04Eh sì perché, a parti invertite e Presepe ancora caldo, i truffati di Etruria e compagnia bancante dovrebbero poter inviare lettere ineccepibili in punto di diritto ma di fatto cortesemente minatorie proprio alle banche nuove e figlie del peccato. E in queste lettere gli obbligazionisti dovrebbero poter pretendere che le nuove Etruria e Marche, eccetera paghino l’eventuale danno procurato, fino all’ultimo euro. Ovviamente, se il giudice nella sua presumibile e auspicabile autonomia, arrivasse a una tale conclusione. Ma si sa, come diceva Karl Kraus “la morale è una malattia venerea” e “le verità vere sono quelle che si possono inventare”.

Sarò un inguaribile amante dell’utopia, ma secondo me la nonna di Eleonora dovrebbe, nel caso, poter ottenere il pignoramento dei beni della nuova banca. E se questa facesse la gnorri, affidando la propria sorte – come dicono gli ineffabili Cda – alle regolette europee e nostrane, che per puro caso stanno dalla parte delle banche, ecco che alla suddetta nonna di Eleonora dovrebbe essere almeno concesso il diritto di mandare all’asta la casa del tal vicedirettore o del tal impiegato solerte della vecchia banca Etruria o CariChieti che dir si voglia.

E se costoro fossero fuggiti con il premio di produzione e i bonus a Turks and Caicos ecco allora che, sempre la nonna turlupinata (perché, signori miei, la ex operaia e cuoca ultraottantenne un profilo di rischio finanziario medio o alto proprio no, eh?) dovrebbe, come detto, potersi rivalere sull’istituto che pretende di rinunciare alla scomoda eredità. Quest’ultimo, nel migliore dei mondi possibili, non dovrebbe potersi trincerare dietro leggi su misura e ancora fresche di stampa.

Perché, al contrario, la mia stretta conoscente ha dovuto inginocchiarsi e umiliarsi davanti a un pezzo molto molto grosso dell’Innominabile bancona di qualche anno fa. E tutto, si badi, per ottenere soltanto una transazione. Ed evitare così che una causa – avviata per un credito avanzato dall’istituto, nel frattempo acquisito dalla bancona, nei confronti della parte venditrice – mandasse all’asta la casa della stretta conoscente, quasi a sua insaputa. Quindi, ripeto: inginocchiarsi e umiliarsi per poter pagare il debito della truffaldina che le aveva venduto casa e salvare la proprietà.

(Postilla: quel credito ovviamente non era entrato nei radar del solerte notaio, peraltro puntuale percettore di compenso per il rogito; ma qui apriremmo il capitolo sull’utilità dei notai, stendiamo un velo pietoso, e comunque in caso avrei un altro episodio da raccontare all’uopo).

E sì, perché, sapete, ai potenti le case vengono regalate a loro insaputa, alle persone normali gliele portano via così, tutto d’un tratto. Anzi, alla fine, ai fessi, gli tocca anche pagare qualcosa per evitare ulteriori guai. Di cosa stupirsi, quindi, se alle nuove banche è concesso per legge di non pagare un cent agli eventuali – e ripeto eventuali, per sacrosanto garantismo verso le povere banche – turlupinati mentre quelle fallite saranno velocemente scomparse nel nulla? Ma questo dev’essere un altro capitolo della nota favola sul candore del Giglio e la volta buona, evidentemente.

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Stop al traffico! La foglia di fico di Maran

La rivoluzione arancione si fa, con la dovuta calma. Per esempio, dopo ventotto giorni consecutivi di superamento della soglia di allarme per i particolati (dall’inizio dell’anno i giorni fuorilegge sono 93).
In dicembre il Pm 10 a Milano ha registrato una media di 84 microgrammi per metro cubo, parecchio al di sopra dei 50 previsti per legge. Le polveri ultrasottili (Pm 2,5 – le le più nocive) hanno segnato in media 69. Certo, l’alta pressione, quella cattivona, non arretra di un millimetro: sole, temperature anomale, nebbia in pianura. In pratica, le condizioni perfette per la camera a gas. Pioggia, avercene.
E la giunta Pisapia? Ferma come un semaforo, diceva quel Guzzanti Corrado nell’esilarante imitazione di Romano Prodi. Perché, a parte la moral suasion sull’uso dei mezzi pubblici, non è che fermare il traffico per tre giorni fra le 10 e le 16 (avete letto bene, soltanto 6 ore al giorno) – in un periodo in cui la città è beatamente in vacanza – cambi radicalmente la prospettiva.
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Ma, si sa, il giovane asesùr Maran si scalda solo quando si tratta di mettere bici per ogni dove nelle piazze. Perché quella è la mobilità sostenibile (per chi ha vinto l’appalto, in particolare). Quella insostenibile non agita granché i sonni dei nostri amministratori. E intanto noi si respira veleno da un mese, senza nemmeno una pausa. In omaggio al governo ombra di Milano, da sempre: i commercianti.
Io rimango dell’idea, come il direttore dello IEFE-Bocconi ed ex assessore alla mobilità, Edoardo Croci, che la soluzione per Milano sia l’estensione dell’area C alla circonvallazione esterna, insieme a molti più parcheggi d’interscambio. Oltre a un’azione finalmente efficace per la conversione degli impianti di riscaldamento più inquinanti, ovviamente.
Intanto l’ineffabile presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, suona la carica e chiede addirittura «un intervento unitario delle Regioni e del Governo» perché la questione va posta a livello europeo, per «azioni coordinate» in tutta l’area. Cioè, zero. Ricordarselo quando si va a votare.

Sapessi com’è strano fermare le auto sotto Natale, a Milano

Leggo una email di Edoardo Croci, ex assessore all’Ambiente nella giunta Moratti e, attualmente, direttore di ricerca allo IEFE-Bocconi, il centro di economia e politica dell’energia e dell’ambiente. E penso: toh, non sono bocconiano, eppure ripeto non da oggi le stesse cose. Tipo: “Non è ammissibile che dopo 19 giorni di emergenza smog con il superamento della soglia giornaliera di concentrazione delle polveri sottili la risposta delle istituzioni sia la resa, in attesa che cambi il tempo”. Appunto.

Vi ricordate quando in Regione regnava Formigoni? Le prefiche della sinistra milanese e ambientalista tutte lì a lacrimare e stracciarsi le vesti, lamentando l’improrogabile urgenza di fermare il traffico perché si stava morendo a molto breve. Perfino l’ex Celeste si piegò un po’ obtorto collo alla logica perversa delle domeniche senz’auto. Si faceva poco ma se se ne parlava, di inquinamento. Nonostante le grida dei commercianti. E ho detto tutto, visto che se a Milano una cosa non è cambiata nei secoli dei secoli è la visione miope del mondo che hanno proprio i commercianti, che in quanto a lobby i taxi gli fanno un baffo.

In genere il momento di bonaccia e siccità arrivava fra gennaio e febbraio. Quest’anno è arrivato sotto Natale. E, si sa, nessuno tocchi il Natale e lo shopping con il culo ben piantato in una comoda automobile. Così, le centraline di monitoraggio non hanno cuore di guastare la festa e rilevano fin là, a guardare certi dati sembra che l’emergenza ci sia ma non così seria. Eppure se il tiggitré regionale dice che l’aria è inquinata, dovrà pur esserci del vero.

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Ecco, non mi dilungo. Osservo solo, con deferenza, che da quando Pisapia è a Palazzo Marino e Maroni al Pirellùn e il Milan fa davvero più schifo del solito (quattro anni, più o meno), i silenzi tombali hanno preso il sopravvento sul vivace dibattito a sinistra, che attualmente è nullo. Si direbbe che l’aria è ottima, salubre, respirabilissima. Non siamo mica Pechino, del resto, dove le polveri sottili hanno concentrazioni 10-20 volte superiori a quelle della pur stantia ma familiare pianura padana.

Ed ecco che, ripeto, al diciannovesimo o ventesimo giorno di inquinamento dichiarato oltre i limiti (com’è noto i danni alla salute sono aggravati proprio dalla persistenza di livelli alti delle polveri sottili e sottilissime oltre che di gas nocivi come i biossidi di azoto e zolfo, i vari idrocarburi) la giunta comunale rilancia – cito a memoria – coraggiose iniziative di moral suasion tipo biglietti da un euro e mezzo per circolare su mezzi tutto il giorno, trasporti gratis per i genitori che portano i figli a scuola, addirittura il bike sharing gratis. E, certamente, anche l’invito perentorio ad abbassare di ben un grado la temperatura nelle case, da 20 a 19, che poi ditemi voi chi cacchio ci andrà mai casa per casa a misurare con il termometro.

Qualcuno si chiederà: ma fermare le auto, i diesel magari, quelli che Volkswagen ha promesso l’impromettibile e adesso passa guai seri? Ma dai, come siete malfidati. Sapete, basta la presenza del sindaco arancione a garantire per la salute dei milanesi. Mentre Maroni si guarda bene dal disturbare l’operosità lombarda che piomba in città ogni giorno.

Quindi non resta che recitare sottovoce l’email di Croci, tecnico serio e liberale, specie doppiamente rara in un Paese sempre più distratto dal rumore dei fondo dei social network, dei Grandi Fratelli o X Factor che dir si voglia, e dalle quotidiane imprese delle fashion blogger:

“Non è ammissibile che dopo 19 giorni di emergenza smog con il superamento della soglia giornaliera di concentrazione delle polveri sottili la risposta delle istituzioni sia la resa, in attesa che cambi il tempo. Le conseguenze sanitarie di elevati e prolungati livelli di concentrazione degli inquinanti sono infatti pesanti, come hanno evidenziato diversi rapporti internazionali che attribuiscono alla pianura padana il poco invidiabile record di mortalità prematura per lo smog.

I timidi provvedimenti messi in atto, più di facciata che di sostanza, non hanno avuto alcun effetto. Sarebbe dunque ora che il Sindaco di Milano Pisapia passasse a provvedimenti più incisivi, come il blocco totale dei veicoli diesel passeggeri e commerciali e dei motorini a due tempi, con poche deroghe riservate alle merci deperibili e finestre di consegna serali negli altri casi – che consentirebbe di dimezzare le emissioni da traffico e di diluire le concentrazioni che nelle ore di picco della giornata toccano livelli “cinesi”.

Ancora più grave è l’assenza di intervento della Regione Lombardia, a cui ai sensi della stessa legge regionale per la qualità dell’aria compete il coordinamento degli interventi di emergenza su vasta scala. La situazione attuale è la dimostrazione che l’inquinamento non è un nemico sconfitto e che bisogna andare avanti con misure strutturali in modo da prevenire le emergenze, in primo luogo con l’allargamento di Area C chiesto dai milanesi con i referendum del 2011 e rinviato dall’amministrazione a data imprecisata”.

Oh, a proposito: ma che rompiballe, sto Croci eh.

Lo crediate o no quella con l’Islam è la nostra partita della vita

Per chi ha conosciuto la vita spirituale nel nostro Paese la comunità dei fedeli è un’entità molto definita. Corrisponde alla comunità dei cristiani che vivono e professano la religione cattolica. Per esempio, andando regolarmente a messa, confessandosi, accettando i precetti e le indicazioni del Vicario di Cristo in Terra, il Papa. In Italia sono ormai una minoranza.

Non così nei Paesi musulmani. Nei quali la comunità religiosa, la Umma, coincide con la nazione stessa. L’identificazione è molto più totalizzante. Il laicismo ha attecchito solo parzialmente nel Nordafrica, in Marocco e su tutti nella Tunisia guidata per decenni – tanto per cambiare – da un dittatore, Ben Ali. E però dopo il padre della patria Bourghiba e sotto Ben Ali la Tunisia è cresciuta economicamente, si è aperta al commercio internazionale e ha introdotto le donne nella vita sociale.

Da qualche anno, paradossalmente con lo sfumare delle primavere arabe del 2011, i laici dell’Islam battono nuovamente in ritirata, prevale una visione ortodossa, dove Stato e “Chiesa” coincidono sempre più. Lo Stato finirebbe paradossalmente fuorilegge se non fosse informato dei principi dell’Islam. Non so se rendo l’idea.

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E dire che invece qui in Italia basta che un cardinale o un qualunque Giovanardi esprimano un concetto da sentinella in piedi (che io non condivido) per meritarsi una svelta lapidazione mediatica. Tempi duri per chi, secoli fa, dettava legge. Ora, si può concepire che la nutrita comunità musulmana che vive tra noi in Europa (più spesso a lato, in aree ghetto delle nostre città e di questo siamo corresponsabili, in parte) possa prendere sul serio le distanze dagli stessi insegnamenti e precetti coranici che informano l’azione di Daesh o Isis o sedicente Stato Islamico, che io definisco filibusta islamista?

L’auspicata e invocata moderazione (mai vista qui da noi una manifestazione con masse oceaniche in risposta alle stragi di matrice islamista nel mondo) si traduce, di solito, in adesioni – a volte condite da se e ma – al cordoglio per le vittime. È accaduto anche per la folle strage di Parigi. Temo che in profondità, tralasciando le posizioni di facciata, si sentano moralmente (una morale ad hoc, ovvio) indotti a considerare la società europea laicizzata e conquista come una comunità di infedeli come minimo da convertire (ricordare le missioni cristiane in Sudamerica, per farsi un’idea in proposito).

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Badate, io non sono persuaso che un libro di centinaia di anni fa possa essere inteso proprio alla lettera, ma questi/e signori/e lo fanno, senza remore. Essenzialmente per ragioni geopolitiche – la cancellazione dei confini arbitrariamente creati da Francia e Inghilterra dopo la prima guerra mondiale – e per motivi di acerrima inimicizia interna allo stesso Islam. Insomma, per ragioni di potere. Il che sottrae a questa storia l’alone di mistero, ma tant’è.

Ne ha scritto diffusamente Michel Houellebecq nel suo libro “Soumission“, un termine che spiega meglio di ogni altro quale tipo di dialogo possa instaurarsi concretamente. E con la prospettiva che i musulmani raddoppino in Europa entro il 2030, come hanno calcolato i demografi del Pew Research Center.

In molti spiegano l’orrore di Parigi come una risposta logica e consequenziale (che lo dico a fare) al colonialismo, allo sfruttamento delle masse magrebine e mediorientali in Francia. Li abbiamo fatti soffrire (io no, per nulla, ma vabbé accolliamoci pure una quota parte di responsabilità) perciò accettiamo che possano desiderare la vendetta sopra ogni altra cosa.

Rapido aneddoto. Ricordo di avere tentato di prendere un treno per l’aeroporto a Parigi, circa un anno fa, alle cinque del pomeriggio. Pessima idea. Mai visto una calca simile. E, soprattutto, si faticava a scorgere francesi di pelle bianca. Erano infatti in stragrande maggioranza neri. Africani, che tornavano nei ghetti di periferia. Molti di loro, di certo, anche musulmani. Il treno non l’ho preso perché ho temuto di finire schiacciato, quindi mi sono precipitato a cercare un taxi. Per non perdere l’aereo.

Ora, non mi pare ci siano neri tra gli assassini del Bataclan. Né ce ne sono tra i kamikaze che si sono fatti esplodere allo stadio del Paris Saint Germain*, la squadra di Zlatan Ibrahimović, un dio del calcio in Terra, di padre musulmano e madre cristiana; né tra quelli che hanno aperto il fuoco su persone inermi in un ristorante.

Sono tutti giovani francesi e belgi, gli assalitori. Per esempio lo “stratega”, Abaaoud. E sono di origine araba, nordafricana, non tanto devoti quanto mossi da una ideologia sanguinaria (quella propalata dal Califfo al Baghdadi), che pesca a piene mani nell’interpretazione più estrema del libro sacro dell’Islam. E che si aiuta con massicce dosi di Captagon.

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Cosa voglio dire?

Che, per esempio, esistono altre comunità religiose nel mondo, altri popoli che hanno sofferto la colonizzazione e lo sfruttamento**. Tuttavia non mi risulta che i tibetani sparino sulle folle di un Paese che li ospita al fine di vendicarsi della spietata repressione, materiale e culturale, di Pechino. Al contrario i musulmani uiguri, finiti sotto lo stesso giogo cinese, conoscono e mettono in pratica l’arte degli attentati.

Peraltro molti nigeriani potrebbero lamentarsi, a ragione, di essere stati una colonia inglese e di avere patito nel passato per le deportazioni in America. Eppure solo gli affiliati a Boko Haram, l’organizzazione islamista che minaccia la prima economia africana, spargono terrore e morte nei villaggi del nordest.

Questo per citare alcuni casi eclatanti. Ma lascio che siate voi a far un ulteriore passo. Ad avere uno scatto. A capire che questa partita è la partita decisiva, che qui ci giochiamo secoli di guerre, stragi, lotte intestine e progresso. Tonnellate di sangue e sofferenza, che ci hanno portato a vivere in democrazia. Meglio non prenderla sottogamba, questa partita. Meglio pensare, magari, a una exit strategy che non preveda esclusivamente la trasformazione di Raqqa in un parcheggio. Perché, sì, potrebbe finire in goleada.

Twitter @albe_

*(club calcistico ricchissimo da quando, nel 2011, la proprietà è passata nelle mani del fondo sovrano del Qatar [QIA], paese sunnita dal quale sono partite generose elargizioni a favore dell’ISIS)

**(circostanze odiose, che però consentono ancor oggi a molti europei di godere di un alto tenore di vita, nonostante la crisi economica, soprattutto se rapportato a quello dei Paesi da cui provengono le famiglie degli assassini di Parigi)

 

Letture:

La «Saudi connection» che frena la lotta all’Isis  di Alberto Negri

“Abaaoud, la mente delle stragi di Parigi, non è il frutto del disagio sociale e dell’emarginazione” di Roberto Bongiorni

Parigi, il branco di lupi, lo Stato Islamico e quello che possiamo fare di @marioafrica

“Islam: the democracy dilemma” di Olivier Roy

“L’Islam è compatibile con la democrazia?” di @AlonBenMeir

“Is Islam compatible with democracy?” di Mariana Malinova per Al Jazeera Center for Studies

 

 

 

 

 

 

 

Dopo Parigi 13/11/15. Cosa ci aspetta oltre alla brutta cera di Hollande?

E così un’altra carneficina è stata compiuta. Dieci mesi dopo l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo. Vittime, oltre dieci volte tanto: 128 contro 12, 250 i feriti. La nuit sanglante di Parigi ha ottenuto di sicuro un risultato: ha definitivamente convinto chi ancora non lo era che è in corso una guerra non convenzionale e che il campo di battaglia si è spostato nelle nostre città, dopo il terrore a Beirut e l’aereo russo abbattuto mentre era in volo sul Sinai. Gli assassini sono, non è più una novità, giovanissimi, uno è certamente di nazionalità francese. Con ogni probabilità si tratta di foreign fighters, gente che va ad addestrarsi in Siria e torna in Europa per colpire.

E adesso cosa ci aspetta? Vediamo un po’ che tipo di pasticcio è quello in cui siamo andati a cacciarci.

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Innanzitutto va detto che le parti in causa sono un’infinità e per capire cosa succede prima di capire cosa succederà si dovrebbe mettere in fila:

Che cosa vuole l’organizzazione terroristica nota come Stato Islamico (o Isis).

Che cosa vogliono Arabia Saudita, Qatar, Emirati e Kuwait.

Che cosa vuole l’Iran.

Che cosa vuole l’Europa (scusate, la Francia la Germania, la Gran Bretagna e tutti gli altri in ordine molto sparso).

Che cosa vogliono gli Stati Uniti.

Che cosa vuole la Russia di Putin.

Che cosa vuole l’Egitto del generale al Sisi.

Last but not least, che cosa vuole la Turchia del caro leader pseudo-democratico Erdogan.

Almeno.

Chiaro che non sarò io, che non mi occupo di geopolitica e non sono un esperto in materia, a spiegarvi l’arcano del Medio Oriente, da decenni snodo di ogni nefandezza in fatto di alleanze e tradimenti, anche e soprattutto all’interno del mondo arabo. Ma, c’è un ma. Mi sono preso la briga di parlare con uno che se ne intende, uno che nei posti di cui vi parlo c’è stato, uno che ha rischiato veramente la pelle in Libia, Siria, Turchia. Uno che le cose le sa perché ha visto cose e incontrato gente. Non sempre bravissime persone.

Non è una scena di The Bourne Identity (che per me resta il migliore della serie) e lui non si chiama Jason. Non posso dirvi chi è e le fonti, si sa, un giornalista non è tenuto a rivelarle.

Ebbene, per farla breve, sapete cosa mi ha detto Mister X?

Che questo attacco nel cuore della capitale francese, mirato su quanto di più normale si fa qui in Occidente, dall’andare allo stadio a mangiare in trattoria a vedere un concerto rock, è un avviso di certi amabili personaggetti (cit. @CrozzaTweet) che vivono fra Egitto e Golfo Persico. Gli stessi che da qualche tempo hanno scatenato una vertiginosa gara al ribasso del prezzo del petrolio, che sta per fare saltare come un tappo di champagne l’industria dello shale oil americana. Sì, proprio quella che avrebbe dovuto garantire agli Stati Uniti una sostanziale autonomia energetica.

Questa volta i suddetti signori si sarebbero premurati di farci sapere, attraverso i loro protetti del sedicente Stato Islamico (non in via del tutto ufficiale, questo vi è chiaro, credo) che non hanno preso molto bene l’idea di un accordo sul nucleare iraniano. Perché, direte voi, non sarebbe foriero di pace fra i popoli, tale accordo? Appunto. Agli amici biancovestiti non va molto a genio la pace, pare. Tanto che, come avrete sentito dire altre volte, sono proprio tra loro (non in quanto entità statale, ma in quanto singoli emiri o sceicchi che dir si voglia) quelli che foraggiano i tagliagole nerovestiti. (nota a margine: da quelle parti, sapete, tutto è bianco o nero, i toni di grigio non vanno per la maggiore).

E perché mai tutto ciò? Ma perché tra sauditi e qatarini (sunniti, la corrente maggioritaria nell’Islam) e gli iraniani (sciiti, principale minoranza della religione di Maometto) non solo non corre buon sangue, ma si scannerebbero proprio. Ricordate la guerra di Saddam Hussein all’Iran degli Ayatollah? Ecco, non è che le cose stiano diversamente oggi.

Ora, sauditi & friends, diciamo, foraggiano Isis. Iran sta con Russia contro Isis e contro Bashar el-Assad, il sanguinario dittatore siriano difeso dai russi, che da quelle parti hanno la loro base navale nel Mediterraneo. La Turchia sta nel mezzo e ciurla un po’ nel manico, recitando la parte del paese Nato ma sostenendo Isis per colpire i ribelli curdi. Mister Obama ha fatto enormi casini spargendo soldi a destra e manca e finendo per scatenare un tutti contro tutti in cui se qualcuno ci capisce qualcosa gli va data una medaglia al valore per meriti sul campo.

Anche perché, poi, Mister Obama va capito: da una parte i sauditi gli boicottano lo shale oil, dall’altra sarebbero perfino suoi alleati. Ma se uno nella vita vuole tenere insieme capra (sunniti) e cavoli (sciiti) e in più ha una spina nel fianco chiamata Israele (che pure è lo stato più sostenuto economicamente dagli Stati Uniti), beh è facile che ottenga una miscela discretamente esplosiva.

E l’Europa? Cioè, quell’insieme di Stati casinaro e autolesionista che sarebbe la prima area economica del mondo se non fosse per un progetto monetario piuttosto masochista e ormai sin troppo avviato?

Diciamo che qui i player che contano sono tre. E no, non c’è l’Italia fra i tre, per quanto un quarantenne rampante dallo slogan facile pensi di avere cambiato verso anche alla politica estera. Ci sono un francese, una tedesca e un inglese.

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Il francese vende armi a tutti, in Medio Oriente, i jet da caccia Raphale vanno giù come un buon bicchiere di vino rosso. Però, particolare non da poco, a casa sua ha quei sei milioni di musulmani. Roba che, durante gli ultimi Mondiali, mentre l’Algeria faceva vedere i sorci verdi alla Germania, c’era Marsiglia che sembrava Marrakech all’ora di punta.

Va precisato che il monsieur, che ama citofonare alle fidanzate tenendo sulla testa il casco, i musulmani li ha fatti incazzare parecchio, specie i giovani delle periferie. Non solo lui eh, prima c’era monsieur Bruni, che ne ha combinate di cotte e di crude, pure trasformare la Libia in un Vietnam a due passi da Taormina. Così, dicevamo dei giovani musulmani, quelli partono a frotte per la Siria, imparano a giocare alla guerra e poi tornano a fare baldoria pensando che se crepano mentre si fanno esplodere poi vanno in Paradiso (su quante vergini gli tocchino non mi dilungherò). Però dopo ogni attacco il francese, con espressione contrita, spiega che la repressione sarà spietata. Almeno fino al prossimo flop dei suoi servizi di sicurezza.

La tedesca in materia di terrorismo fa la gnorri. Perché la Germania non è granché impegnata militarmente, visto che le sue forze armate, per Costituzione, le può usare solo in caso di aggressione al territorio nazionale. Quindi per difendersi. E però c’è un però. Anche in Germania vivono quei 6 milioni di musulmani (vado a memoria) di cui cinque di origine turca. Scommettiamo che prima o poi anche la tedesca si troverà qualche schizzo di sangue sulla giacchetta verde pisello e non potrà più esimersi dal dire la sua?

Sull’inglese sorvolo, per carità di patria, cioè per non farvi stramazzare.

E allora, come andrà a finire? Pare che un’intesa stia prendendo forma fra Stati Uniti e Russia sulla strategia da adottare in Siria, un posto che deciderà le sorti del mondo negli anni a venire. Sia per i nuovi assetti geopolitici (tutto l’impianto seguito alla fine della prima guerra mondiale non esiste più) sia perché sarebbe utile porre un freno alle migrazioni bibliche in atto verso l’Europa.

Quindi, andrà meglio? Non direi. Nella mente dei biancovestiti l’Isis dovrebbe essere il diavolo che mette paura all’Occidente (facendo sembrare loro dei santarellini) e il bastone fra le ruote a Teheran. Solo che la situazione potrebbe sfuggire di mano (l’occasione, si sa, fa il capo dell’Isis ladro) perché si sta creando una specie di cintura di fuoco dell’Islam più incazzato che va dalla Libia all’Iraq all’Afganistan e al Pakistan (dove hanno l’atomica, per dire), giù giù fino all’Indonesia.

Intanto sceicchi ed emiri, sorridenti e freschi come petali di rosa, si stanno comprando mezzo mondo, visto che la crisi europea dei debiti sovrani gli ha spalancato ben bene le porte di casa nostra. E oltre a grattacieli (tipo Porta Nuova a Milano), gli alberghi di lusso, le compagnie aeree e le squadre di calcio, pare si comprino anche dell’altro, che lascio alla vostra fervida immaginazione (me lo ha comunque garantito l’amico quasi-Jason Bourne).

Risultato? Siamo messi piuttosto male, amici. E non mi illuderei troppo per i mesi e gli anni a venire.

# # #

P.S. Da leggere, se volete lasciarvi ispirare su cosa fare adesso per non rendere le cose peggiori di quel che sono, un’esauriente analisi di Mario Giro su Limes. Eccola. Io ci ho trovato molte risposte.

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Doing Business On The Rocks

Classifiche, che passione. Specialmente se si scalano posizioni. Come nel ranking del Doing Business 2016, il report della Banca Mondiale che confronta – lo dice la parola stessa, per citare il Ferrini di Quelli della Notte – la facilità di fare impresa in relazione alla complessità della regolamentazione.

Cosa analizza in particolare il Doing Business? “La disciplina normativa e fiscale che si applica alle imprese durante il loro intero ciclo di vita: dall’avvio di un’attività, fino all’accesso al credito, il commercio internazionale, il fisco, il registro dei titoli di proprietà, la tutela di chi investe. Undici i sottoindicatori che compongono l’indice globale di competitività”, è la definizione del Sole 24 Ore.

Questo è quel che misura:

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E cosa non misura?

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Quindi, per sgomberare il campo dagli equivoci, macroeconomia e finanza non c’entrano nulla, c’entrano mercato del lavoro, facilità di ricevere credito, protezione degli azionisti di minoranza e altre amenità (scherzo eh) del genere.

Cosa è successo quest’anno?

Scorrendo il pdf del rapportone si scopre che:

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Ehi, c’è anche un capitolo apposta titolato così:

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E si spiega, a pagina 27 del documento:

Schermata 2015-10-28 alle 13.35.13

Insomma, è cambiata la metodologia, QUINDI, uno dovrebbe pensare, non si possono confrontare le classifiche, diciamo quella dell’anno scorso con quella di quest’anno, ok?

Su questo dovremmo essere d’accordo.

Arriviamo al dunque. Come è andata l’Italia? Si è piazzata 45esima su 189:

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L’anno scorso era 56esima. Più 11 posizioni, è aritmetica. Tripudio? Gaudio? Esultanza? Un momento, andiamo alla profilo completo sul Paese e leggiamo questa tabella, fino in fondo:

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Mi pare di capire (aiutatemi) che le cose stiano un po’ diversamente. Il metodo è cambiato, quindi non guadagniamo posizioni, anzi, ne perdiamo una.

Guardate qua, in pratica scivoliamo ovunque tranne che all’indicatore enforcing contracts, in pratica i progressi nella pur disastrata giustizia civile, dove scaliamo posizioni (ma da quota 124 a 111, sempre su 189) grazie all’introduzione del processo civile telematico e allo snellimento delle procedure relative alla risoluzione delle cause lavorative, merito del Jobs Act:

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E il Governo? Ha preso per buona l’interpretazione favorevole o sfavorevole?

Ecco la risposta:

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Infine diamo uno sguardo alla mappa riepilogativa:

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Il colore dell’Italia, si noterà, è più simile a quello di Grecia, Turchia, Marocco, Sudafrica e Russia piuttosto che a quello delle economie occidentali. Ora, il cammino delle riforme del governo Renzi, in fondo, è appena cominciato. Non resta che rinviare il giudizio alle prossime edizioni del rapporto della Banca Mondiale.

Guarda Sant’Angela che cade dal pulpito

Dà una certa soddisfazione assistere alla molto prevedibile subitanea retromarcia di Berlino sulla questione dei milioni in arrivo da dovunque. E fa parecchio sorridere la disinvoltura con cui le articolesse dei giornaloni sono passati dalla modalità applauso irrefrenabile a quella analisi pensosa, perché certo, adesso che la frittata è fatta, è più facile mettere sotto accusa “gli errori della Merkel”.

La di solito molto cauta e riflessiva kanzlerin (ci ha messo sei mesi per concedere ben 86 miliardi di aiuti alla Grecia, che sarebbero stati molti di meno sei mesi prima), forse ebbra di osanna, questa volta ha toppato di brutto. Avanti, c’è posto per tutti, siamo una nazione ricca e generosa. Boom. Erdogan, per dire, non vedeva l’ora di svuotare i suoi campi profughi in Kurdistan che gli sono costati già alcuni miliardi di dollari.

Così Frau Angela è passata nel breve volgere di giorni da Santa Salvatrice dell’Umanità Disperata, buon esempio da contrapporre all’Europa kattiva dei nazionalismi risorgenti, cara leader politica indiscussa di un intero continente alla spasmodica ricerca di “führung”, a visionaria leggermente frettolosa.

Ora sono tutti concordi, anche i suoi fan boys and girls, sul fatto che ha sbagliato un po’ di calcoli, annunciando un futuro radioso per tutti nella nuova Europa in crisi demografica. Salvo poi accorgersi che le folle sterminate erano troppo persino per l’organizzazione teutonica e chiudere le frontiere innescando una reazione a catena da Est a Ovest.

Adesso i tedeschi fanno gli offesi e definiscono ridicola l’Europa che dice no ai loro piani di risoluzione della crisi umanitaria in Africa e Medio Oriente. La realtà è che a rendersi palesemente ridicola, questa volta, è stata proprio l’arroganza della Germania. L’emergenza non si può risolvere d’un colpo e a senso unico, solo perché Zetsche di Daimler dice che gli servono forze fresche e, se possibile, a più basso costo.

Quando l’Europa avrà (se l’avrà mai) una politica estera credibile e imporrà condizioni a flussi anche ai Paesi che alimentano l’immigrazione economica (oltre che intervenire in Libia) se ne potrà riparlare. Fino ad allora è perfino dannoso aprire i portoni incondizionatamente. Oltretutto, potrebbe essere già tardi, visto che il semaforo verde di qualche giorno fa è stato ormai visto in mezzo mondo.

Da "Politico.eu"

Da “Politico.eu”