Category: Politica estera

Quanto è buono l’euro. Per i tedeschi

Dice: è tutta colpa della campagna elettorale. Sarà anche, ma certe frasi, proprio non riesco a mandarle giù. Angela Merkel oggi ai parlamentari tedeschi: “Intendiamo stabilizzare l’euro basandoci sull’assunto che la moneta unica è cosa buona per il nostro Paese, per i nostri posti di lavoro e per la nostra prosperità. Ecco perché vogliamo salvare l’euro”. Non basta. Gli eurobond, che renderebbero l’unione monetaria un’entità certamente meno soffocante e deleteria per i suoi stessi membri, non si faranno “finché noi ci saremo”.
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Poco importa, ovviamente, che il resto dell’Europa a 17 affoghi. Infatti la crescita langue e la disoccupazione…
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Qualcuno, a discolpa della Merkel, certamente insisterà: è il gioco delle parti, è campagna elettorale. Forse. Di sicuro la cancelliera sa che cosa sta a cuore alla maggioranza. Basta leggersi questo sondaggio di YouGov Deutschland. E non è affatto sicuri che cambi politica una volta rieletta.
Se non è Europa tedesca, che altro?

Obama, Amazon, la fine dei giornali

“Il passato non tornerà”. Lo ha spiegato ieri Barack Obama, con il piglio figo che tutti gli riconosciamo, in un’intervista ad Amazon, diffusa ovviamente online. Il presidente si riferiva alla brutta fine che stanno facendo i giornali locali (ma anche gli altri, i quotidiani nazionali, non stanno poi tanto bene) in America.

Ricordo che poco più di dieci anni fa i guru del settore vedevano proprio nell’informazione locale, di quartiere perfino, il futuro più roseo della stampa. Sappiamo come è andata a finire. I giganti del web, da Google a Facebook, alla stessa Amazon, si sono presi il 60-70% del mercato della pubblicità senza che si osasse parlare di monopoli e concentrazioni. Testate gloriose  escono a singhiozzo o chiudono, lasciando a casa interi staff redazionali.

Dice Obama, citato in un bel post di Will Bunch sul Philly.com: “It used to be there were local newspapers everywhere. If you wanted to be a journalist, you could really make a good living working for your hometown paper. Now you have a few newspapers that make a profit because they are national brands, and journalists are having to scramble to piece together a living, in some cases as freelancers and without the same benefits that they had in a regular job for a paper, What’s true in journalism is true in manufacturing and is true in retail. What we have to recognize is that those old times aren’t coming back”.

Bene. Anzi, no male. Molto male. Il presidente degli Stati Uniti forse più amato e meno criticato regala un ulteriore assist a uno dei tre-quattro big player della rete (tra l’altro nel mirino in Europa perché elude ad arte il pagamento delle tasse) e va in soccorso del modello di business stravincente. Da cui le giuste obiezioni dei librai americani alle dichiarazioni contraddittorie del Potus.

Che poi Amazon sia stata sfiorata dalla controversa vicenda legata al caso Snowden-Prism e alle rivelazioni sul controllo capillare delle informazioni personali riguardanti ogni singolo utente in rete potrebbe essere un altro paio di maniche. Oppure anche no. Sbaglierò, ma non mi pare che, in generale, le conseguenze della certificazione di un sistema di intercettazione globale (giustificata dalla lotta al terrorismo, s’intende) abbia prodotto gli stessi effetti dello scandalo che ha terremotato l’impero delle news di Rupert Murdoch giusto un paio d’anni fa. Ai più è parso normale che quelli che sanno tutto di te lo raccontino senza problemi a un big brother con regolare distintivo.

Meno normale, allora, è che un sincero democratico perda le staffe perché le notizie escono (e casualmente non su Amazon, Facebook o Google) grazie a insider come Snowden o Manning e che finiscano sui giornali. Casualmente, proprio gli old media in via di estinzione (il che pare non dispiacere troppo al Potus), certo per colpe anche loro ma non solo.

Brasile-Italia, ma non è la partita di stasera

“Love and panic on the streets of Sao Paulo, Rio, Fortaleza, Belo Horizonte…”

“Amor proprio”. “La goccia che fa traboccare il vaso”. “Ribellione dell’amore (che un po’ evoca il partito dell’amore, ma non quello di Cicciolina e Moana)”. Durante la lettura di questo post sull’Independent fioccano paragoni con la realtà italiana. Si parla di fine della dignità, di classe dirigente corrotta e disinteressata ai veri bisogni del Paese, di fiumi di denaro pubblico che vanno ovunque tranne che nella direzione giusta, quella dei trasporti pubblici, dell’istruzione, della sanità.

Che la ribellione deflagrata in Brasile durante la Confederations Cup – trasversale, non limitata ai meno abbienti, come ben descritto da James Young nel post – abbia giustificazioni più che comprensibili (e non velleitarie o utopiche) lo dimostra il fatto che imbarazza non poco il governo del Partito dei Lavoratori del presidente Dilma Rousseff e prima ancora dell’ex presidente Luiz Inàcio Lula da Silva, lo stesso da cui si sentirono traditi anni fa i Senza terra. Rousseff è uscita allo scoperto in grave ritardo, forse perché si è accorta che le manifestazioni in corso da Rio de Janeiro a San Paolo, da Fortaleza a Salvador de Bahia non sono un fuoco di paglia e rappresentano un ventaglio di istanze sociali molto concrete e radicate.

Che nei Paesi emergenti – non dimentichiamoci la Turchia, anche se la dura repressione del governo di Recep Tayyip Erdogan per ora ha messo il silenziatore alla rivolta – ci sia un problema grande come una casa è ormai molto chiaro: anni di crescita economica impetuosa di cui primi beneficiari sono stati le classi dirigenti e gli investitori esteri (industriali e finanziari), molto meno le popolazioni locali. E’ bastata una frenata dell’economia mondiale a fare venire a galla le contraddizioni. Perché chi ha conosciuto un improvviso benessere, avrebbe detto Catalano, non ci sta a fare marcia indietro altrettanto rapidamente.

“L’altra faccia del boom brasiliano … di questi ultimi dieci anni, – scrive Roberto Da Rin sul Sole 24 Ore parlando di “miracolo interrotto” nel gigante sudamericano, oggi sesta potenza globale, ma nello stesso tempo Brics in crisi di identità – apre interrogativi che si riverberano su un intero modello di sviluppo. La crescita economica guidata da tre presidenti, Fernando Henrique Cardoso, Lula e Rousseff, ha trascinato fuori dalla miseria 30 milioni di brasiliani. Vero. Ma ha conferito loro uno status di consumatori, non di cittadini. Ai crediti, agli incentivi al consumo che hanno spinto il volano dell’economia, non ha fatto seguito un aumento della qualità dei servizi sociali, educazione, sanità, scuola”.

Ascesa e declino. Con sfumature diverse e una tempistica colpevolmente diversa (addirittura vent’anni, non dieci, sprecati in diatribe personalistiche e dispute giudiziarie a scapito di riforme e modernizzazione del Paese) sembra un po’ la nostra storia di Paese improvvisamente felice, nei favolosi anni 80 e negli edonistici 90, ma ora destinato a un doloroso e inesorabile impoverimento.

Ed è impossibile non arrivare alla conclusione: ma com’è che invece in Italia non succede ancora nulla?

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Brasilia chiama Istanbul (la rivolta dell’aceto)

La presidente Dilma Rousseff vive l’imbarazzo di un governo di sinistra alle prese con una protesta che testimonia il crescente malessere sociale. Con le dovute differenze, Brasilia chiama Istanbul. Nuove manifestazioni – sempre più imponenti – contro l’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici e contro le spese faraoniche per l’organizzazione della Confederations Cup, dei Mondiali 2014 e delle Olimpiadi 2016, animano in queste ore almeno 11 città del Brasile. Le manifestazioni più imponenti a San Paolo, Rio de Janeiro e nella capitale Brasilia (con tensioni nei pressi del Parlamento). Incidenti a Belo Horizonte, dove si è giocata Nigeria-Tahiti, valida per la Confederations: squadre antisommossa hanno usato, come già accaduto sabato a San Paolo, pallottole di gomma e lacrimogeni (l’aceto da cui il nome della rivolta viene usato per mitigare gli effetti dei gas) per disperdere la folla che si avvicinava allo stadio.

Prism, Snowden e le opportune coincidenze temporali

Prism, Snowden e le opportune coincidenze temporali

La bomba giornalistica del momento, ovvero le rivelazioni di Guardian e Washington Post sui servizi americani che spiano tutto e tutti (ma gli stranieri di più, si capisce), è esplosa ore prima del vertice scravattato e de-michellizzato tra Obama e Xi. Ovviamente i presidenti delle due super potenze fra un tè e un pasticcino hanno anche litigato sui cyber attacchi e i cyber dispetti. Senza venirne a capo, per quanto ne possiamo sapere. Intanto l’informatore che ha passato le carte “segrete” dell’Nsa ai giornali, Edward Snowden, si è addirittura fatto video intervistare. E’ scappato a Hong Kong, nota – ha spiegato l’ormai ex assistente tecnico della Cia oggi alfiere dell’inalienabile diritto alla privacy – per la sua tradizione in fatto di libertà civili e di espressione. Che poi tutto intorno sia Cina, sarà anche un fatto secondario, no?

Hollande presidente del bla-bla

François Hollande rompe gli induci e avanza nella sua seconda conferenza stampa presidenziale la proposta di un’Europa che abbia un governo economico e, entro due anni, sia (udite, udite) unita anche politicamente. E però l’opposizione lo sbertuccia. Il vicepresidente dell’Ump, Guillaume Peltier: “On attendait et on espérait un président en action, on a eu un président en récession”.

Coraggio, presidente Letta, l’Europa non ci può cacciare

Mettiamola così. Le acrobazie verbali e contabili del governo (prendo un po’ di qua, sposto un po’ di là e tutto rigorosamente a saldo zero) per farci digerire le prime mosse in materia di economia segnalano che non siamo ancora entrati nella fase irrinunciabile delle scelte tempestive e coraggiose. Perché pretendere che la sospensione dell’Imu sulla prima casa (non quella sulle attività produttive) e la copertura della Cig, oltre che le risorse da trovare per gli esodati e i precari della Pubblica amministrazione – tutte questioni sacrosante, eh? – possano rappresentare la medicina in grado di ridare fiato a un’Italia depressa e disperata, beh questo poi no.

Anche annunciare 100 giorni 100 per le riforme strutturali sui temi fiscali e del lavoro non è la scorciatoia per entusiasmarci. Credo che dopo l’ottimo esordio europeo il presidente del Consiglio Enrico Letta avrebbe dovuto spiegare che l’Italia si apprestava a individuare le quattro cinque aree vitali per l’economia nazionale: per esempio energia, infrastrutture, selezionati distretti manifatturieri, agroalimentare, turismo. E che a quelle, entro il vertice europeo di giugno, avrebbe dedicato un piano strategico miliardario e articolato di alleggerimento della pressione fiscale e incentivi agli investimenti in ricerca e innovazione, attraverso cui porre le basi per il rilancio.

Il vil denaro? Avrei spiegato che non sarebbe stato un problema, perché una nazione del G8 con un Pil da 1500 miliardi e 800 miliardi di spesa pubblica non fatica a trovare 20-30-40 miliardi (applausi al professor Giulio Sapelli) per garantirsi una crescita consistente in capo a qualche anno. E che in ogni caso le spese per investimenti, si rassegnino Angela Merkel e il capo della Bundesbank, Weidmann, non possono andare a incidere sul debito in una fase storica delicatissima, con Giappone, Corea e Stati Uniti impegnati in una corsa alla guerra monetaria che senza opportune contromisure ci spinge nell’angolo (molta Europa, non Berlino) dell’irrilevanza.

La Germania? Olli Rehn? L’Eurogruppo guidato dall’olandese Dijsselbloem? Herman Van Rompuy? Un governo politico serio, forte e con le idee chiare saprebbe come fare. Del resto, mica possono cacciarci…

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Più che un golpettino, un golpe?

“Tremenda pelea” (alias, maxi rissa) tra deputati di maggioranza e opposizione. Questa volta è accaduto in Venezuela, dopo che il presidente dell’Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello, ha deciso di togliere il diritto di parola agli esponenti dell’opposizione, che non riconoscono la vittoria di Nicolas Maduro, erede designato da Hugo Chavez, alla guida del paese. Siamo così lontani da Caracas?