Category: Politica estera

Emergenza sbarchi, continuiamo a non capirci

A parte la faccenda della celebrazione della diversità e delle molte identità, quindi del crogiuolo di culture di millenni or sono, ché invece ce le davamo di santa ragione con quelli dell’altra sponda e non solo, l’editoriale di Renzi sul New York Times a me sembra non dica bischerate, anzi. Con un importante richiamo al fatto che se non ci occuperemo opportunamente del futuro dell’Africa sarà il futuro dell’Africa a occuparsi di noi.

Non ho scorto traccia della retorica sugli italiani che emigravano in America, alla Gianni Morandi, per capirci, ma un tentativo equilibrato di guardare a un quadro geopolitico complessivo, profondamente diverso da quello di decenni fa. È vero che milioni di italiani hanno tentato la fortuna partendo verso altri continenti, ma allora dall’altra parte c’erano Paesi che garantivano spazio, tanto spazio, e molte più opportunità (con enormi sacrifici, certo, e tutte le contraddizioni del caso) di quante ne possa offrire l’Europa e soprattutto l’Italia, oggi.

Penso che non basti versare lacrime al grido “salviamoli tutti”. Né può tranquillizzare il bieco calcolo demografico dei tecnocrati che si preoccupano di chi pagherà la previdenza per sostenere le pensioni nei decenni a venire (sarebbe stato più lungimirante predisporsi per tempo a farci fare più figli). Un’accoglienza dignitosa è anche il frutto di un progetto politico ed economico chiaro per un futuro comune. Oppure vogliamo accontentarci di regalare ai nuovi arrivati la prospettiva di andare a popolare altri ghetti nelle nostre città o di vedere infrangere i loro sogni nelle baraccopoli indecenti gestite dal caporalato delle agromafie?

Ora, comunque, tocca al litigioso condominio dell’Unione europea far vedere di cosa è davvero capace. Dalle conclusioni del Consiglio straordinario di oggi, purtroppo, non mi pare si prospetti una svolta seria.

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Geopolitica e foche

L’Egitto contro i Fratelli Musulmani, e con il sostegno dei sauditi, appoggia velatamente il dittatore siriano Assad che è osteggiato dai sauditi e dalla Turchia, il cui ambasciatore è stato espulso dal Cairo per l’alleanza con i Fratelli Musulmani. Londra appoggia i gruppi jihadisti contro Assad ma controlla strettamente i Fratelli Musulmani su richiesta dei sauditi, grandi clienti del Regno Unito. Ne parlavo oggi con il bravo Alberto Negri, collega esperto di Medio Oriente. Subito dopo mi è capitato di leggere: Emirati arabi e Arabia Saudita contro decine di organizzazioni islamiche legate e ai Fratelli Musulmani, con sede anche negli Stati Uniti, il che potrebbe creare più di qualche problema a Obama. Ecco, poi non meravigliamoci se una foca violenta un pinguino.

foca pinguino - Cerca con Google

In Turchia vanno in piazza a prenderle, da noi sarebbero applausi?

In giugno sfidarono i cannoni ad acqua con miscela urticante al peperoncino per opporsi alla distruzione del parco Gezi e alla re-islamizzazione molto più che strisciante. A dicembre in Turchia tornano in piazza a prenderle forte dalla polizia, questa volta spinti  dalla scoperta della loro Mani Pulite.

Il governo Erdogan cade a pezzi, anche se per ora il capo resta lì, inamovibile, forse perché come certi suoi colleghi si sente legittimato dal voto popolare. La lira si svaluta (qui da noi è il sogno proibito di molti), la Borsa è ai minimi da 17 mesi. L’indignazione, però, prevale sugli inviti alla calma – da noi li chiameremmo moniti – e monta la protesta (quando i turchi protestano sono inevitabilmente mazzate) con richieste di dimissioni del premier. Tutto accade nonostante i metodi molto violenti delle forze antisommossa, che oltre agli idranti non lesinano proiettili di gomma.

Se penso che da noi le piazze si riempiono per difendere a oltranza e applaudire i corrotti e i corruttori anche dopo il terzo grado di giudizio e tutti gli altri vengono dipinti come moralisti parecchio fastidiosi, beh non lo nego, una certa invidia affiora.

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Letta e il “di qua o di là” sull’Europa

Quindi adesso Enrico Letta gioca all’attacco, e fa un elenco così lungo di ottime cose che nell’Italia di sempre non basterebbero 50 anni, altro che 12 o 14 o 18 mesi. Non le sto a rielencare tutte, le potete leggere sui siti d’informazione, a cominciare dal giornale in cui lavoro, il Sole 24 Ore.

È apprezzabile il piglio volitivo del presidente del Consiglio. Abile a sottolineare a colpi di slogan ogni passaggio istituzionale. Questa volta abbiamo “Impegno 2014”, basta con il solito noioso “patto di governo”. Bene anche archiviare la pletora di espertoni (il Comitato dei 40, e perché non 80?) pensata per il gran cantiere delle riforme istituzionali. A proposito, mi pare di capire che Letta non contempli l’abolizione del Senato, Renzi invece sì, e mi chiedo se questo sia un problema.

Ottimo, poi, sostenere che il debito andrebbe aggredito comunque, non perché ce lo impone Olli Rehn. Su come arrivarci tante le strade elencate, giudicheremo sulla base dei risultati. Ma, ecco, proprio la questione europea è quella che mi sta più a cuore perché è la partita decisiva. Il premier avverte: non voglio la fiducia dai populisti anti Ue, su tutti Grillo, Berlusconi e il leghista Salvini. “Di qua chi ama l’Europa, ne riconosce le contraddizioni e vuole riformarla ma sa che senza Ue ripiombiamo nel medioevo. Di là chi vuole bloccare l’Unione europea”.

Letta sa di non potersi più presentare davanti agli italiani per sostenere l’infallibilità di Bruxelles (quanti secoli sono passati dal governo Monti? Ricordate la parodia della Fornero, “è l’Europa che ce lo chiede”?) ma non mette in dubbio nemmeno per un istante l’appartenenza dell’Italia al club dell’Eurodepressione e della folle corsa al surplus che uccide la domanda interna.

Nelle stesse ore l’euro vale 1,37 dollari e dall’ennesima maratona dell’Ecofin sull’unione bancaria pare stia nascendo un altro mostro giuridico. Ancora non è chiaro, soprattutto chi o cosa garantirà veramente i conti in banca dei risparmiatori europei. Bruxelles è una babele di interessi in cui la voce del padrone ha un accento inequivocabilmente tedesco, per quanto a Francoforte regni un italiano. Al momento, populismi o meno, per il posto di terza fila nel club l’Italia paga un prezzo drammatico: rinnega di fatto la sua vocazione industriale e si candida alla desertificazione di vaste aree produttive.

Ecco, non vorremmo svegliarci fra qualche mese, anno (tutto cambia molto in fretta, ormai) e scoprire di aver fatto la fine del Meridione d’Italia dopo il processo di unificazione, consentendo alla Germania di risolvere felicemente il suo problema numero uno, la questione demografica (lo ha ammesso candidamente il capo della Bundesbank nella parte finale di una lunga intervista al Sole 24 Ore). A spese nostre.

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Giappone non fa rima con informazione (remember Fukushima?)

http://video.ilsole24ore.com/SoleOnLine5/Video/Notizie/Asia%20e%20Oceania/PIANETA-GIAPPONE/2013/12/liberta-stampa-giappone/libertadistampa3.php

È passata praticamente sotto silenzio la nuova legge per il rafforzamento della tutela dei segreti di Stato in Giappone, “considerata come una illiberale limitazione al diritto di informazione anche da molte organizzazioni internazionali di giornalisti e scrittori”, ha scritto Stefano Carrer sul Sole 24 Ore. Il governo Abe, molto preoccupato per l’economia e le Olimpiadi del 2020, l’ha voluta fortemente. Intanto continua a preoccupare la scarsa trasparenza di Tokyo sull’emergenza radioattività a Fukushima. Ieri segnalati nuovi massimi nei livelli all’esterno della centrale danneggiata dallo tsunami del marzo 2011. Non vorremmo scoprire, un giorno, che tra le due cose c’era un nesso. Intanto per l’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) va tutto quasi bene

 

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Italia-Russia-Ucraina. Realpolitik über alles

C’erano una volta le critiche della libera stampa alle liaisons dangereuses del Governo italiano con regimi autoritari, violenti, anti-democratici. Il baciamano di Belusconi a Gheddafi e il contorno di hostess e tende beduine a Villa Pamphili, per dire, non passò inosservato.

La cordiale stretta di mano dell’attuale presidente del Consiglio a Vladimir Putin no, invece. Quella è politically correct. In tempi di crisi, d’altra parte, la firma di 28 accordi commerciali con uno dei principali fornitori di gas non può che far piacere. Che poi due giorni prima e in quelli a seguire la polizia, a Kiev, le dia di santa ragione ai dimostranti pro Ue poco importa.

Paradossale no? Quelli che vogliono “più Europa” menati a sangue da quelli che ne vogliono meno. E però proprio con questi ultimi ci piace stringere patti e fare business. Real politik über alles.

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“Quisling Letta”. Le politiche dello 0,1% e i populismi

Il nuovo violento attacco a Enrico Letta dal blog di Beppe Grillo non avrebbe bisogno di commenti se non fosse che proprio il premier 11 giorni fa ha concesso un’intervista pan-europea dal titolo: “Combattere i populismi o distruggeranno l’Europa”.

Ora, fondamentalmente sarei d’accordo con Letta. Mi preoccupa parecchio l’avanzata dei partiti xenofobi nel Vecchio Continente. Penso soprattutto al Front National in Francia. E però insistere con scelte di politica economica di pura sopravvivenza non può che offrire spazio alle tesi populiste di Grillo, che oggi dà a Letta del collaborazionista con gli inflessibili creditori di Berlino.

È chiaro a chiunque che giocare con le tabelline sugli 0,1% non cambia il quadro comatoso dell’economia italiana, ormai divisa tra chi sopravvive evadendo le tasse (se ne pizzicano sempre troppo pochi) e chi muore pagandole (un numero crescente di aziende in anossia creditizia conclamata).

L’Italia, benché la sua forza industriale abbia subito in questi anni di crisi una mazzata terribile, è tuttora un grande Paese. Gli accordi europei vigenti vecchi e nuovi rischiano, però, di svuotarla della sua capacità manifatturiera e renderla irrimediabilmente una succursale.

Sono scritti, quei patti, hanno efficacia, sono durissimi e non ci consentiranno mai di ripartire come richiederebbe la situazione. Alleggerire il carico fiscale che grava sulle imprese è l’unica strada, ma non si dica che è un obiettivo conseguibile attraverso manovrino che abbondano soltanto di acronimi (Tuc, Trise, Tasi, Tari…), oltretutto soggette a pressioni inaudite da parte delle stesse forze politiche al governo.

Manca il coraggio, non mi piace pensare ad altre ipotesi. Di questo passo, oltre a rinviare sine die la fine della recessione (le previsioni finora sono sempre state smentite dai fatti) si finirà per spianare la strada a forze politiche estreme. A chi giova?

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Una strana Europa (manca la Merkel)

Lunga intervista del premier Enrico Letta a cinque quotidiani europei, fra i quali La Stampa. Testo di ampio respiro. I temi toccati sono tanti. Il messaggio forte, che quoto dall’articolo di Fabio Martini, è il seguente:

“C’è una grande sottovalutazione del rischio di ritrovarsi nel prossimo maggio il più anti-europeo Parlamento europeo della storia, con una crescita di tutti i partiti e movimenti euro-scettici e populisti, in alcuni grandi Paesi e anche in altri più piccoli. E con un effetto molto pericoloso sul Parlamento europeo”.

Dunque, pericolo.

“Nella prossima legislatura la scommessa di fondo è passare dalla austerità alla crescita, una scommessa che il Parlamento più euroscettico della storia rischia di azzoppare. Un rischio del quale nei diversi paesi europei si parla, ma timidamente”.

Dunque, pericolo pericolo. Ma se si scommette sulla crescita, di certo la prospettiva cambia.

“Urge una grande battaglia europeista: l’Europa dei popoli contro l’Europa dei populismi. Questa è la posta in gioco nei prossimi sei mesi. E quando dico europeismo, so bene che non basta dire ‘più Europa’ per avere un’Europa migliore”.

Dunque, chiamata a raccolta anti-Grillo e anti-Le Pen, con una correzione di rotta sul “più Europa”, che ormai, lo ha capito bene Letta, non fa più presa. E vorrei ben vedere, visto che se uno lo associa a più Van Rompuy (chi era costui?), più Dijsselbloem (l’olandese capo dell’Eurogruppo che vuole rattoppare i buchi dei bilanci bancari con i soldi dei correntisti) e, ovviamente, più Angela Merkel, beh fa una gran fatica a pensare che produca vantaggi per la stragrande maggioranza dei cittadini in Italia, Grecia, Portogallo, Irlanda e persino Francia. Soprattutto, visti i disastrosi risultati dell’austerità in recessione (vogliamo ricordare solo il crollo dei consumi, la disoccupazione esplosiva, la progressiva deindustrializzazione?) sullo stile di vita di decine di milioni di europei del Sud.

Ecco, la Merkel. Il presidente del consiglio nell’intervista non la cita MAI. Cioè, se ci divertissimo a fare quelle nuvolette dove le parole più citate sono belle grosse e le meno appaiono in corpo 2, la bundeskanzlerin non apparirebbe proprio. Ma come, la regina dell’Unione illustre assente nelle riflessioni del premier italiano? E proprio nel giorno in cui gli Stati Uniti accusano la Germania di indebolire l’eurozona con politiche economiche che ampliano il fossato tra i paesi ricchi del Nord e la cosiddetta periferia?

Misteri, come minimo, di questa strana Europa.

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Telecom, la Merkel e dove potremmo essere, fra qualche anno

Sia chiaro, non dirò nulla di nuovo. Giusto – tra una polemica e l’altra su Telecom e Alitalia in mani straniere – mi fermo un momento e ripenso a cose lette qualche mese fa.

Titolo, grosso modo: “Dove saremo nel 2050”. Beh, prima di arrivare al 2050 ce ne corre, lo so. Però anche solo nel 2025 o nel 2030 molti di noi potrebbero essere ancora qui. E potrebbero ricordare – come io ricordo gli anni 80 e le aspettative e la spensieratezza sul futuro radioso di una nazione quinta, sesta potenza economica mondiale – di cosa si discuteva nel 2013.

E quindi. Mi è tornata in mente, pensa te, la relazione dei saggi, il famoso gruppo di lavoro “in materia economico-sociale” voluto da Napolitano alla fine del preincarico a Bersani. Primavera scorsa, mica dieci anni fa. I nomi, se può servire: Filippo Bubbico, Giancarlo Giorgetti, Enrico Giovannini, Enzo Moavero Milanesi, Giovanni Pitruzzella, Salvatore Rossi.

A pagina 12 dell’appendice statistica ecco due grafici sul futuro che oggi potrebbe sembrare lontano.

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Insomma, già da qualche anno si stima che fra venti, trenta o quarant’anni la parte di mondo più ricca – quella dove esploderanno i consumi, dove ci sarà una classe media – non sarà più la nostra. Domanda idiota (me lo dico da me): noi come vivremo? Che ne sarà del nostro welfare, dei nostri risparmi, del nostro sempre più precario benessere, delle polemiche sulle larghe intese e sulle ricette per fare ripartire l’economia dentro o fuori il sistema dell’euro?

Dice il documento dei saggi del Colle:

“Il mondo occidentale si trova a fronteggiare un processo storico di riorientamento dei flussi di commercio internazionale a favore delle economie emergenti e dei paesi in via di sviluppo (Figura 14). Tale processo rappresenta anche un’opportunità straordinaria per un paese come l’Italia, potenzialmente in grado di offrire a centinaia di milioni di soggetti che si affacciano ai mercati globali beni e servizi ad elevato valore aggiunto (Figura 15).

Anzi, va sottolineato come una prospettiva di crescita economica in grado di assorbire la disoccupazione attuale e di offrire reali opportunità di realizzazione del capitale umano disponibile, soprattutto a donne e giovani, passi necessariamente attraverso un consistente e duraturo aumento delle esportazioni di beni e servizi verso le aree geo-economiche più dinamiche, accompagnato da una più forte competitività delle imprese nazionali sul mercato interno, così da evitare che tale aumento venga spiazzato da una proporzionale crescita delle importazioni”.

Ora, se anche così fosse (“opportunità straordinaria”), resta che la deindustrializzazione drammatica vissuta dall’Italia negli ultimi 6 anni (-25% della produzione, dato ormai alla luce del sole) potrà magari essere arrestata da un ritorno degli investitori esteri, ma solo quando e se avremo riformato fisco, mercato del lavoro e giustizia. Liberato il Paese dalle catene di una burocrazia pervasiva e di una spesa pubblica parassitaria, nei decenni a venire potremmo ragionevolmente candidarci a fare la parte che la storia sembra ormai volerci attribuire, quella dell’economia-tornata-emergente. Che la cosa ci piaccia o meno.

Per capirci meglio. Ecco una tabellona di PwC, gennaio 2013. GDP sta per Pil e PPP sta per parità di potere d’acquisto:

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Perfino la Germania (soprattutto se con Mutti Merkel continuerà a privilegiare la chiusura a un’Europa davvero integrata e l’euro continuerà a frenare la crescita dei Paesi periferici) avrà il suo bel da fare per restare in corsa. Del resto, uno dei problemi, noti, è quello dell’invecchiamento della popolazione. Se anche sei molto previdente, efficiente e organizzato, non puoi battere Cina, India e Indonesia sui trend demografici.

Ecco, così, pensavo tra me e me. Dove saremo, nel 2050?

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No agli anti-euro, no agli eurobond

Dopo avere sonnecchiato per tutta la campagna elettorale Angela Merkel ha avuto un improvviso sussulto. Si è accorta che, nel caso in cui gli anti-euro di Alternative für Deutschland entrassero nel Bundestag (il rischio c’è, dicono gli ultimissimi sondaggi, che li danno al 5%) per la ex ragazza dell’Est dalle giacchette multicolore si potrebbero spalancare le porte della Grande coalizione con i socialdemocratici. E allora, appello al voto. Che ci sta, ci mancherebbe.

Sono le motivazioni, che, ancora una volta, lasciano molto perplessi: cari tedeschi, non rinunciate a un’Europa stabile, che vi fa molto comodo. Un’Europa, potremmo dire, stabilmente cloroformizzata e impoverita dalla valuta unica a tutto vantaggio dell’export e del mercato del lavoro tedesco.

Mutualizzazione del debito (i famosi eurobond)? Manco a parlarne, né ora né mai. Saranno anche toni da campagna elettorale, il problema è che non si discostano da quello che Merkel ha sempre detto da almeno due anni a questa parte. Cambierà idea, la cancelliera, in caso di vittoria convincente? Non si capisce perché dovrebbe. A Roma prendano nota e non ci raccontino più, per favore, la favola dell’Europa solidale.

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