Category: Italia

Milano, Porta Venezia reloaded. Questa è accoglienza? Parliamone

Il bambino di 4-5 anni che fa pipì sulla vetrina del bar e un po’ anche sul fratellino che gli gattona sotto, mentre la mamma dall’aria sfinita guarda in cielo. Famiglie intere con valigie che vagano per il quartiere. Ragazzini di 12-13 anni all’apparenza lasciati soli. Gruppi di adulti, tutti molto giovani, che sostano ognuno con un telefonetto che sa tanto di quelli dati dalle organizzazioni del traffico umano per spedirli chissà dove. Amici che fanno colazione seduti sul marciapiede. I giardini che lentamente tornano a mostrare umanità dolente come panni stesi al sole.

Nella Milano con new skyline scintillante e boschi verticali per milionari (non molto distanti), la #bellaMilano dell’Expo, della Darsena ritrovata, del Mudec, della terrazza alla Triennale con vista sui Bagni Misteriosi di De Chirico perfettamente restaurati e della Fondazione Prada, beh succede anche questo, proprio come la scorsa primavera.

Di nuovo, a me sembra più un’improvvisata e sciatta sala d’attesa a cielo aperto che un programma di accoglienza degno di questo nome. E non andrebbe dato per scontato che debba andare proprio così. E se ne dovrebbe dare conto ai cittadini.

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Emergenza sbarchi, continuiamo a non capirci

A parte la faccenda della celebrazione della diversità e delle molte identità, quindi del crogiuolo di culture di millenni or sono, ché invece ce le davamo di santa ragione con quelli dell’altra sponda e non solo, l’editoriale di Renzi sul New York Times a me sembra non dica bischerate, anzi. Con un importante richiamo al fatto che se non ci occuperemo opportunamente del futuro dell’Africa sarà il futuro dell’Africa a occuparsi di noi.

Non ho scorto traccia della retorica sugli italiani che emigravano in America, alla Gianni Morandi, per capirci, ma un tentativo equilibrato di guardare a un quadro geopolitico complessivo, profondamente diverso da quello di decenni fa. È vero che milioni di italiani hanno tentato la fortuna partendo verso altri continenti, ma allora dall’altra parte c’erano Paesi che garantivano spazio, tanto spazio, e molte più opportunità (con enormi sacrifici, certo, e tutte le contraddizioni del caso) di quante ne possa offrire l’Europa e soprattutto l’Italia, oggi.

Penso che non basti versare lacrime al grido “salviamoli tutti”. Né può tranquillizzare il bieco calcolo demografico dei tecnocrati che si preoccupano di chi pagherà la previdenza per sostenere le pensioni nei decenni a venire (sarebbe stato più lungimirante predisporsi per tempo a farci fare più figli). Un’accoglienza dignitosa è anche il frutto di un progetto politico ed economico chiaro per un futuro comune. Oppure vogliamo accontentarci di regalare ai nuovi arrivati la prospettiva di andare a popolare altri ghetti nelle nostre città o di vedere infrangere i loro sogni nelle baraccopoli indecenti gestite dal caporalato delle agromafie?

Ora, comunque, tocca al litigioso condominio dell’Unione europea far vedere di cosa è davvero capace. Dalle conclusioni del Consiglio straordinario di oggi, purtroppo, non mi pare si prospetti una svolta seria.

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La certezza del pasticcio

Ok la questione del 3% aggiunta a mano di notte in corridoio che sembra cucita addosso a uno che non si può discutere (semicit.) sia leader di una forza politica di co-gestione (opposizione proprio no). Ok un premier che cade dalle nubi e, pur essendo laureato in giurisprudenza, si dichiara stupito per le conseguenze di un provvedimento a cui avrebbe messo mano per sua ammissione (“Non mi pare realistico che una nuova legge possa cancellare una condanna passata in giudicato”. Ma va?). 

Chiarito questo, vogliamo discutere di un provvedimento che prevederebbe soglie invero piuttosto altine, che ai profani non addentro a sofisticate strategie legali per farla franca e a Vincenzo Visco suonano come un invito a eludere il molto ancora eludibile? Se sacrosanto è:

1 – evitare la galera per somme ridicole a onesti e poverissimi commercianti artigiani e via discorrendo

2 – rendere molto più brevi i termini di accertamento (essere inseguiti dal Fisco fino alla vecchiaia non è degno di uno stato civile),

leggendo il molto che si è scritto sul tema si viene assaliti dal dubbio che depenalizzare a tutto tondo non sia propriamente andare nella direzione della certezza del diritto. Piuttosto, resta quel retrogusto di certezza che le tasse continueranno a pagarle certissimamente i soliti pirla.

Soprattutto, mesi e mesi di indefesso lavorio sulla delega fiscale sembrano non essere bastati a trovare soluzioni che semplifichino la vita del contribuente, anzi. A cominciare dalla madre di tutte le semplificazioni: il taglio delle tasse e delle complicazioni per pagarle senza farsi venire l’ipertensione. A questo, si sa, si è rapidamente preferito lo spreco di 10 miliardi per gli 80 euro in busta e l’elemosina sull’Irap. Con in più il crudele marameo alle partite Iva.

Il salario della classe media e dove andiamo a parare

Lo so arrivo un po’ in ritardo, ma sapete, non si sta dietro a tutto, servirebbero giornate di 36 ore.

E comunque, ci tengo a dire due cose a proposito della ricerca pubblicata dall’Ocse su “Disuguaglianza e crescita”, ben sintetizzata sull’Info data blog del Sole 24 Ore.

1 – Abbiamo capito che i ricchi negli ultimi 30 anni hanno guadagnato sempre di più e i poveri sempre meno. Non è una gran novità, però c’è il supporto dei numeri. Il reddito del 10% più abbiente, nei 34 Paesi aderenti all’organizzazione con base a Parigi, durante il biennio 2011-12 è stato 9,5 volte maggiore di quello del 10% meno abbiente. A metà anni 80 il rapporto era 7 a 1.

2 – Meno scontato è che il problema non riguardi solo il 10% più povero. Secondo la ricerca il gap impatta sulla crescita, così che più disuguaglianza finisce per frenare la creazione di ricchezza. In Italia, per esempio, questo processo ha determinato nel trentennio in esame una perdita potenziale di crescita cumulata del Pil pro capite pari al 6,65%.

3 – Vai così a scoprire che il “key factor” è il reddito non del 10% ma del 40% meno ricco.

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Quindi, per crescere urgerebbe occuparsi dei redditi bassi in senso più ampio. Non sarà mica questione di domanda aggregata?

La mente, allora, va a posarsi sull’analisi pubblicata venerdì da Standard & Poor’s sull’Italia, quella che ci ha affibbiato il rating BBB-, un gradino sopra il livello spazzatura. Che c’entra? A un certo punto si parla del Jobs Act, dello scetticismo dell’agenzia sulla capacità del governo di trasformare in decreti davvero efficaci la delega sulla riforma ricevuta dal Parlamento. E del fatto che con questa inflazione al limite della deflazione se non si tagliano gli stipendi col cavolo che la già tanto deprecata competitività italiana può sognarsi di fare progressi. Perché secondo S&P’s …

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[cliccare la citazione per leggerla meglio]

… molto del recupero di competitività, in Italia, passa per la svalutazione interna, il taglio dei salari. Proprio come in Spagna, dove in effetti le industrie automobilistiche straniere si sono fiondate a produrre non appena gli stipendi sono passati da 1200 a 700 euro (vado a memoria, ma gli ordini di grandezza sono quelli).

Il problema è che in Italia non si starebbero facendo passi nella direzione della contrattazione salariale decentrata…

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… ma in definitiva è proprio l’anelasticità degli stipendi (al ribasso) a zavorrare la competitività italiana.

Per S&P’s, quindi, vale la conclusione esattamente opposta a quella dell’Ocse: una classe media sempre più povera è il “key factor” per restituire vigore all’economia. Ancora prima delle riforme, pur citate nell’analisi di S&P’s, della giustizia civile piuttosto che della burocrazia e del fisco che allo stato attuale soffocano le imprese.

Cosa ne pensa il governo? Al di là delle parole lo capiremo meglio di qui a tre mesi.

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Estate 2015, #lavoltabuona? (addio all’euro)

La questione dell’uscita dall’euro, nostra o della Germania purché qualcuno esca perché non ci si regge più, monta di giorno in giorno, di report in report, di vertice in vertice.

“En fait des discussions avec des conseillers économiques du gouvernement Renzi montrent que ces derniers sont désormais très pessimistes quant à l’avenir économique du pays”. Così l’economista francese Jacques Sapir in un post sulla possibile uscita dell’Italia dall’euro, a suo dire, alla fine della primavera 2015.

Sarebbe un’estate indimenticabile.

Tra l’altro sul ritorno alla lira (ma c’è anche chi dice, in Germania, che non si chiamerà più lira; leggere qui chi è e perché conta la sua opinione sulla imminente cacciata dell’Italia dall’euro) si era esercitato anche il meno eccentrico Guardian il 16 novembre: “Italians know themselves”.

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Produttività in Italia, Spagna, Francia e Germania

C’è baruffa nell’aria

Eh sì, che la si voglia accettare o meno la realtà è sotto gli occhi di tutti. Le occasioni per esprimere il malcontento (altri direbbero l’incazzatura profonda) si moltiplicano. Che siano create artificiosamente (come assicurano i bene informati) o meno. Dev’essere che gli alcuni milioni di italiani disoccupati, sottoccupati, inoccupati, senza futuro non colgono la sfumatura del verso che cambia e della pioggia benefica (non quella che inonda a turno Liguria, Toscana e Piemonte) in arrivo dall’Europa. Miliardi che ovviamente saranno linfa per gli investimenti e lo sviluppo, certo, negli anni a venire. Le parole, gli annunci, le promesse, le rassicurazioni non bastano più. E così fra i milioni ecco che alcune migliaia si organizzano e la rabbia viene a galla. Davvero, c’è da esserne sorpresi?

La folla contro il sindaco a Carrara

L’assalto al centro immigrati a Tor Sapienza

La contestazione degli studenti a Roma Tre

#ItaliaSicura e #AlluvioneGargano, le cifre e la realtà

Mentre l’alluvione che ha semidistrutto il Gargano sembra alle prese con il virus dell’algoritmo (ricordate il caso Ferguson?) che limita la diffusione delle notizie negative sui social, sono andato a cercare cosa si sta facendo in Italia, in concreto, per affrontare la molto annosa piaga del dissesto idrogeologico.

Breve riepilogo:

A fine aprile l’ex sottosegretario alle Infrastrutture del governo Letta, Erasmo D’Angelis, è nominato a capo della unità di missione di Palazzo Chigi contro il dissesto idrogeologico. «Milioni di cittadini – spiega – aspettano da noi risposte credibili e concrete e aperture di cantieri utili. Ringrazio il presidente Renzi per avermi conferito l’incarico di capo struttura di missione che dovrà coordinare e dare impulso agli interventi bloccati, ad oggi 1.500, spendendo i circa 1,7 miliardi disponibili e non spesi da anni. Farcela è un obbligo morale prima che politico». Dunque, 1,7 miliardi.

Il 9 luglio parte #ItaliaSicura. Diventa operativa la task force dell’Esecutivo contro frane e alluvioni: “Budget da 4 miliardi per i cantieri”, titola il Sole 24 Ore. Si tratta di “2,4 miliardi di euro non spesi dal 1998 per ridurre stati di emergenza territoriali (casse di espansione e vasche di laminazione di fiumi e torrenti, argini anti-alluvioni, briglie per regimentazione acque, messa in sicurezza di frane, stabilizzazione di versanti a rischio crollo, riattivazione di linee Fs locali interrotte e di ponti e infrastrutture viarie di Anas). In più nel bilancio dello Stato sono utilizzabili e ancora non spesi né impegnati in fase di cantiere 1,6 miliardi di euro stanziati con Delibera Cipe nel 2012 per opere urgenti di fognature e depuratori nelle Regioni del Sud da concludere entro il 2015”. La task force “si occuperà di 3.395 cantieri anti-alluvioni e anti-frane, di 183 opere per la depurazione degli scarichi urbani e del disinquinamento di fiumi e laghi, per una spesa prevista di circa 4 miliardi di euro in tutte le Regioni”, si legge su Edilportale. Dunque, 4 miliardi. Qui l’infografica sul sito del governo.

A fine agosto, il 29, arriva in Consiglio dei ministri l’atteso decreto Sblocca Italia, ancora non pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che comprende “misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”. I miliardi sono 3,8, ma per l’intero pacchetto di provvedimenti. E per il dissesto? “Via a 570 cantieri per un valore di 650 milioni di euro“, scrive Nicoletta Cottone sul Sole 24 Ore. Dunque non 1,7 miliardi, non 4 miliardi (di cui 2,4 non spesi dal 1998), ma la più modesta somma di 650 milioni.

Oggi in un comunicato il coordinatore di #ItaliaSicura commenta: “La nuova emergenza nel Foggiano e il dolore per le vittime, per le sofferenze e i molti danni indica la necessità di fare in fretta e recuperare ed investire subito ingenti risorse in prevenzione: è questo l’approccio del Governo Renzi“. E conclude: “L’Italia smette di piangere lacrime di coccodrillo e di rinviare opere di protezione e prevenzione e il decreto Sblocca Italia creerà le condizioni strutturali e finanziarie per voltare pagina”.

Ecco, non resta che aspettare e vedere.

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La riforma del Senato è il passatempo dell’estate

Quando pronti via i senatori hanno avviato l’iter per abolire se stessi in tanti ci eravamo fatti l’idea che la fine del bicameralismo perfetto sarebbe stata l’occasione da non perdere per semplificare, finalmente, il percorso di nascita delle leggi.

Invece, a leggere quanto scritto da Antonello Cherchi sul Sole 24 Ore, non sembra che le cose stiano andando così. Almeno a giudicare dal risultato ottenuto alla fine del già tormentato percorso di approvazione nella prima delle quattro letture. “Con la riforma sono state introdotte in Costituzione materie proprie dei regolamenti parlamentari, appesantendo il testo e rendendolo poco chiaro. È stato consumato uno scempio estetico e lessicale che è difficile funzioni”.

E se lo dice uno che di porcate normative se ne intende, ovvero Roberto Calderoli, c’è di che preoccuparsi. Se però siete in spiaggia e vi volete cimentare con qualcosa a metà tra un rompicapo enigmistico e la ricerca della via d’uscita da un labirinto, potete giocare con l’infografica qui sotto, una lenzuolata che mi ci sono voluti due screenshot della pagina del Sole per comprenderla tutta.

È di una complicazione sorprendente, perfino. Buon divertimento.

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Il meglio può ancora venire. Oppure elezioni

E così Matteo Renzi ha superato la prova del voto, il dato è clamoroso e incontestabile. Non lo dico per piaggeria. La vittoria a valanga del Pd (sottolineo) sorprende soprattutto in un quadro europeo di macerie per i partiti delle grandi famiglie politiche, i popolari e i socialisti. Travolti in Gran Bretagna dal partito anti-Ue, l’Ukip del guascone (assiduo frequentatore di birrerie) Nigel Farage. Spazzati via in Francia dall’onda di piena del Front National (i post-fascisti che qui sono evaporati, ricordiamolo eh?) di Marine Le Pen. Ma anche in Spagna i due maggiori partiti perdono vistosamente colpi e non ho dimenticato la Grecia con Syriza.

A questo punto, ancora abbastanza a caldo, vedo soprattutto due scenari possibili.

In Europa nulla potrà essere come prima. Per quanto i Barroso e i Van Rompuy possano sostenere che le forze euroscettiche non hanno sfondato nel nuovo Parlamento di Strasburgo e finiranno per azzardare mosse gattopardesche. Angela Merkel oggi sa di avere un’unica sponda per evitare il dissolvimento dell’Eurozona ed è l’Italia di Matteo Renzi. Alla cancelliera non resta moltissimo tempo per tentare di riprendere il controllo dell’aereo. Dovrà fare concessioni. Vedremo quali e di che entità, ma non potranno essere pannicelli caldi. Ne sapremo qualcosa di più anche in base alle decisioni della Banca centrale europea, magari a cominciare da giovedì 5 giugno.

In Italia chi accusava Renzi di averci stordito di promesse che non avrebbe potuto mantenere ora dovrà cambiare refrain. A questo punto il governo è soltanto nelle mani del premier. L’opposizione interna del Pd è liquefatta, il potere interdittivo degli alleati precipita ai livelli dello zero termico. Dall’altra parte la disfatta potrà avere ripercussioni sulla leadership, sia in Forza Italia che nel Movimento 5 Stelle. Premesso tutto questo, se non dovessero consentirgli di cambiare i connotati al Paese a tempo di record, il segretario del Pd potrebbe serenamente agitare – lui sì – lo spauracchio del voto anticipato (qualcosa tipo “la palude mi blocca, chiedo aiuto agli italiani che davvero vogliono il cambiamento”). Immagino, per dire, che Alfano temendo l’estinzione sarà più malleabile d’ora in avanti e fin verso il 2018.

Ecco perché credo che il meglio possa ancora venire. Oppure elezioni.

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Happy hour e profughi. A Milano

Ieri sera a mezzanotte, tornando a casa. I bar dell’happy hour e i ristoranti ancora aperti. Musica, gente bella e meno, gay community. Dall’altro lato della strada, Bastioni di Porta Venezia, a spanne una trentina di ombre nei giardini, coperte, cartoni. Un van rosso distribuisce cose. I ragazzi neri salgono e scendono le scale che dalla strada portano ai cespugli. Di giorno chi abita da queste parti ci fa, al massimo, la passeggiata con il cane. I giardini Montanelli, mi spingo a dire le Tuileries di Milano (per chi non fosse di qui), sono appena oltre lo stradone che separa l’area del Lazzaretto (nome perfetto per la situazione) dal pieno centro città. Al Quadrilatero della moda, via Spiga, ci si arriva a piedi in minuti.

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Attraverso via Vittorio Veneto, le rotaie del tram, sono in mezzo a loro. Salgo le scale a due a due e chiamo i City Angels che stanno per sgasare e andarsene. “Scusate, ma chi sono queste persone che dormono all’aperto?”. I volontari con maglietta e basco stanno là, fra sorpresa e imbarazzo. “Profughi”. “Ma è un accampamento, vi pare normale? Siamo in centro”. “Sono persone che hanno bisogno di aiuto – una donna si altera anche un po’ mentre risponde – e noi le aiutiamo”. “So quello che fate, sto solo chiedendo, abito qui”. Spunta un altro dal retro: “ll Comune è al corrente della situazione”. “Ah ecco, quindi l’assessore M sa che sono qui da giorni”. “A questo non possiamo rispondere, sa”. “Certo, capisco, ma ho capito anche che il Comune sa”. Il finestrino si alza, il van parte.

Scendo le scale. L’odore di umanità sofferente è forte. I profughi, credo eritrei visto che al Lazzaretto la loro comunità è presente da decenni e molto numerosa, dormono sulla ghiaia dei vialetti, uno accanto all’altro. Non ci sono bagni chimici. Alle ore pasti si riuniscono dietro la vicina chiesetta raccontata da Manzoni, oggi in pessime condizioni, circondata dal traffico e dai palazzi umbertini. In silenzio, per il servizio mensa, all’aperto anche quello. Mi chiedo se questo si possa definire accoglienza, se sia dignitoso. Per loro e per noi.

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Ripenso alle parole dell’assessore Majorino quando qualche giorno fa si appellò al governo chiedendo un intervento, perché, disse, a Milano sono finiti i posti per ospitare altri profughi nelle strutture comunali. E di soldi per soluzioni alternative, pare, non ce ne sono più. Quindi qualcuno ha pensato bene di affrontare l’emergenza lasciando che i ragazzi scesi dai barconi dormano qui, all’aperto, in centro, sulle aiuole. Di fronte ai bar degli aperitivi. Da una parte della strada Suv in doppia fila, margarita, tapas e tacchi 12, dall’altra l’Africa più disperata che si aggrappa al futuro.

Poi cerco su Google ed ecco la risposta: “Didn’t cross the desert to live in a square”. Tutto torna, credo.

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