Category: Europa

Emergenza sbarchi, continuiamo a non capirci

A parte la faccenda della celebrazione della diversità e delle molte identità, quindi del crogiuolo di culture di millenni or sono, ché invece ce le davamo di santa ragione con quelli dell’altra sponda e non solo, l’editoriale di Renzi sul New York Times a me sembra non dica bischerate, anzi. Con un importante richiamo al fatto che se non ci occuperemo opportunamente del futuro dell’Africa sarà il futuro dell’Africa a occuparsi di noi.

Non ho scorto traccia della retorica sugli italiani che emigravano in America, alla Gianni Morandi, per capirci, ma un tentativo equilibrato di guardare a un quadro geopolitico complessivo, profondamente diverso da quello di decenni fa. È vero che milioni di italiani hanno tentato la fortuna partendo verso altri continenti, ma allora dall’altra parte c’erano Paesi che garantivano spazio, tanto spazio, e molte più opportunità (con enormi sacrifici, certo, e tutte le contraddizioni del caso) di quante ne possa offrire l’Europa e soprattutto l’Italia, oggi.

Penso che non basti versare lacrime al grido “salviamoli tutti”. Né può tranquillizzare il bieco calcolo demografico dei tecnocrati che si preoccupano di chi pagherà la previdenza per sostenere le pensioni nei decenni a venire (sarebbe stato più lungimirante predisporsi per tempo a farci fare più figli). Un’accoglienza dignitosa è anche il frutto di un progetto politico ed economico chiaro per un futuro comune. Oppure vogliamo accontentarci di regalare ai nuovi arrivati la prospettiva di andare a popolare altri ghetti nelle nostre città o di vedere infrangere i loro sogni nelle baraccopoli indecenti gestite dal caporalato delle agromafie?

Ora, comunque, tocca al litigioso condominio dell’Unione europea far vedere di cosa è davvero capace. Dalle conclusioni del Consiglio straordinario di oggi, purtroppo, non mi pare si prospetti una svolta seria.

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Greci riottosi e austerity caviar

Tutta colpa di Declan Costello, quello che ha messo il veto alla legge votata ieri dal Parlamento greco per tamponare la crisi umanitaria in corso. Ha lo stesso cognome (adottato come pseudonimo, perché quello vero era Castiglia…) del Frank che dagli anni Venti e Trenta si mise in mostra oltreoceano nel mondo della criminalità organizzata e, va da sé, si era fatto una certa esperienza in fatto di offerte che non si possono rifiutare. E non è neppure il musicista power pop noto per hit fine anni 70 come “Pump it up”, che di nome (vero) non fa Elvis ma proprio Declan.

Ora, il nostro Costello è un economista irlandese in forze al direttorato generale per gli affari economici e finanziari della Commissione europea. Ci lavora dal lontano 1991. Ed è stato messo a capo della missione Ue per la crisi greca. Insomma, è una delle teste d’uovo delle istituzioni creditrici. Qualche mese fa lo avremmo definito uno dei tecnocrati della troika (Ue, Bce, Fmi). Ora che ci faccio caso, mi sono servite oltre tre righe di testo per dire chi è Costello. Cose che accadono se si tratta di spiegare Bruxelles e dintorni.

Ah, dimenticavo: proprio perché è irlandese, Declan potrebbe avere il dentino avvelenato con Tsipras & Co. Dublino non ha preso bene l’idea che si possa condonare qualcosa ad Atene dopo tutti i sacrifici fatti dagli irlandesi per tornare alla crescita. Due e pesi e due misure no, insomma. Certo, non staremo a polemizzare sul fatto che proprio l’Irlanda abbia tratto considerevoli vantaggi da un sistema fiscale, il suo, che ha spalancato le porte alle multinazionali più inclini all’elusione, spingendo il Pil. Ma tant’è.

Ebbene, mister Costello ha pestato duro sul governo di Atene. Lo ha raccontato adeguatamente Paul Mason di Channel 4 nel suo blog. “Prima di nuove leggi di spesa – è stato in sostanza il messaggio – diteci come intendete trovare i soldi e non permettetevi iniziative unilaterali”. Ok, il governo Tsipras ha forzato un po’ la mano. Che le spese vadano documentate e la Grecia non si possa permettere di fare di testa sua c’è scritto negli accordi del 20 febbraio all’Eurogruppo. E poi si sta ancora trattando per disegnare, entro la fine di aprile, un quadro di finanza pubblica tale da convincere i creditori a bonificare i 7,2 miliardi di euro dell’ultima tranche di aiuti prevista nel secondo piano di bailout.

I greci fanno chiaramente melina. Il piano secondo me è: provocare l’euromoloch, estenuarlo, innervosirlo (proprio oggi, nel bollettino mensile, la Bce ha scritto che la volatilità dei rendimenti sulle obbligazioni sovrane dell’area euro si deve all’incertezza che regna attorno alla soluzione del salvataggio) fino a fargli prendere atto del fatto che il megadebito va ristrutturato e che gli squilibri dell’Euroclub devono essere rimodulati a scapito dei Paesi più ricchi, che fino a oggi se ne sono avvantaggiati. Filosofia mediterranea contro commercialisti di Francoforte e Berlino (e, cosa che per me resta misteriosa, Helsinki).

Il fatto è che sempre più serpeggia la tentazione di buttarli fuori dall’euro, i riottosi e indisciplinati e disorganizzati greci, per abbandonarli al loro destino. Ne ha fatto cenno in un’intervista alla Welt, scrive David Carretta sul Foglio, addirittura il socialista francese Moscovici, commissario Ue agli affari economici. Anche se perfino i più incavolati fra i creditori temono in cuor loro che la Grexit rappresenterebbe per gli investitori internazionali la certificazione della non irreversibilità dell’euro (smentendo così i trattati e le ricorrenti rassicurazioni di Draghi), evidenzierebbe la nudità del re e avvierebbe la dissoluzione della moneta unica.

Ma basta divagazioni. Sta di fatto che Costello ha ringhiato ai greci: non spendete quattrini che non avete per dare da mangiare agli indigenti o per riattaccare la luce a chi non la può pagare. Costo previsto dalla legge Tsipras, circa 200 milioni. Una cifra, diciamocelo, quasi insignificante di fronte ai 245 miliardi prestati ad Atene fino a oggi. E francamente non eccessiva se paragonata al budget che uno dei creditori, quello che ha appena avviato un certo Qe da 1.140 miliardi, la Bce, ha speso per rifarsi la sede appena inaugurata: 1 miliardo e 200 milioni.

A pensar male verrebbe da dire che Costello teorizza implicitamente una specie di austerity caviar e nega ad Atene quello che spendono a Francoforte per garantirsi tartine e caffè in un bell’ufficio nuovo. Mica bello, eh.

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Il tempo che resta alla Grecia

In a debate ahead of the vote German Finance Minister Wolfgang Schäuble insisted the vote is “not about any change in the program…It’s about offering more time to allow this program to be completed successfully

“Dare più tempo per fare quello che gli diciamo noi”. La citazione del ministro tedesco delle finanze, tratta dal blog Open Europe, illumina sul perché il Bundestag abbia dato il via libera (al via libera sul via libera del via libera, per dire degli infiniti passaggi eurocratici delle ultime settimane) all’accordo fra Eurozona e Grecia che dovrebbe portare entro aprile a un altro accordo, un po’ più definitivo (con tabelle e cifre e obiettivi precisi, non solo una lista di buone intenzioni).

Intesa per un’estensione di quattro mesi, non quattro anni, del piano di salvataggio della ex troika, solo parzialmente annacquato del governo Tsipras, che ha ottenuto più ossigeno al capitolo avanzo primario promettendo di fare la guerra all’evasione fiscale e alla corruzione. Argomenti un po’ vaghi, come ben sappiamo noi italiani, nonostante l’eloquio forbito del ministro delle Finanze, Varoufakis.

A questo punto si può dire: Tsipras non ha mantenuto le promesse elettorali – la marcia indietro su stop a privatizzazioni e negoziazione del debito c’è stata, eccome – e adesso si trova a tu per tu con le prime proteste di piazza e l’opposizione interna di Syriza: 30 deputati orientati a bloccare tutto. Nonostante il debito stia crescendo alla velocità della luce, le tasse – allo stato attuale – siano più evase di prima, il Pil cresca meno del previsto e veda un segno meno davanti (-0,4% nel quarto trimestre 2014).

Due mesi per arrivare a un’estensione di quattro mesi. Con la prospettiva di finire i soldi in cassa già a marzo. L’agonia infinita.

Sono le contraddizioni di un governo di sinistra cosiddetta radicale che vuole tenere il piede in due staffe: la fine dell’austerità nell’euro (nonostante una montagna di debiti che gli Stati non vogliono condonare) e la sovranità nazionale. Il momento dell’orgoglio è stato bello ma è durato molto poco. C’è da chiedersi solo: che film pensavano di essere andati a vedere gli elettori di Syriza e quanto potrà durare ancora? E soprattutto: come potrà mai finire?

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Varoufakis alla Bbc è la versione greca di Django

Un post sul suo blog ad intervista ancora croccante. Non un’intervista qualsiasi. Una specie d’interrogatorio. Yanis Varoufakis ribatte colpo su colpo, in un inglese mediterraneo eppure fluente, forbito, e commenta poco dopo:

“As a fan of the BBC, I must say I was appalled by the depths of inaccuracy in the reporting underpinning this interview (not to mention the presenter’s considerable rudeness). Still, and despite the cold wind on that balcony, it was fun!”

Si è divertito, perfino, il ministro-blogger delle Finanze, ma ha anche detto due tre cosette di cui si parlerà molto nelle prossime settimane.

Che qui non è in gioco solo la prossima tranche di aiuti, cruciale per evitare il default della Grecia (anche se l’opzione esiste e, nel caso, l’irreversibilità della moneta unica potrebbe ritorcersi contro i suoi stessi autorevoli sostenitori). Si tratta piuttosto di riscrivere la politica economica che ha devastato buona parte dell’Area euro negli ultimi cinque anni, trascinandola nella spirale della disoccupazione strutturale e della deflazione (negata fino all’evidenza, salvo riformulazioni recenti alla Constancio). Oltretutto gettando un sacco di soldi, nostri, nel buco nero della spesa per interessi.

Che il governo di Atene non perderà del tempo con i funzionari inviati dalla Troika: vuole discutere e trattare direttamente con chi li manda, ovvero Fmi, Bce e governi dell’Eurozona.

Che le privatizzazioni (subito bloccate dal governo Tsipras) si faranno e gli investimenti esteri dovranno arrivare ma per il bene della Grecia, non in forma di svendita di importanti asset pubblici in cambio di “peanuts”, ha detto testuale, noccioline.

Avrebbe fatto bene a volare meno alto ed a esprimere un giudizio più severo, Varoufakis, rispondendo alla domanda sulle dichiarazioni attribuite a Panos Kammenos, leader dei Greci Indipendenti e alleato di Syriza al governo.

Ecco, su questo si deve e si può chiarire, senza compromessi. Sul resto vedremo se il nuovo governo greco vuole davvero rovesciare il tavolo e fino a che punto.

[Qualcosa in più su ciò che davvero pensa Varoufakis della Germania e sulle sue intenzioni, intanto, si può capire anche leggendo qui.]

N.B. Aggiornato il 1 febbraio, ore 14

Il meglio può ancora venire. Oppure elezioni

E così Matteo Renzi ha superato la prova del voto, il dato è clamoroso e incontestabile. Non lo dico per piaggeria. La vittoria a valanga del Pd (sottolineo) sorprende soprattutto in un quadro europeo di macerie per i partiti delle grandi famiglie politiche, i popolari e i socialisti. Travolti in Gran Bretagna dal partito anti-Ue, l’Ukip del guascone (assiduo frequentatore di birrerie) Nigel Farage. Spazzati via in Francia dall’onda di piena del Front National (i post-fascisti che qui sono evaporati, ricordiamolo eh?) di Marine Le Pen. Ma anche in Spagna i due maggiori partiti perdono vistosamente colpi e non ho dimenticato la Grecia con Syriza.

A questo punto, ancora abbastanza a caldo, vedo soprattutto due scenari possibili.

In Europa nulla potrà essere come prima. Per quanto i Barroso e i Van Rompuy possano sostenere che le forze euroscettiche non hanno sfondato nel nuovo Parlamento di Strasburgo e finiranno per azzardare mosse gattopardesche. Angela Merkel oggi sa di avere un’unica sponda per evitare il dissolvimento dell’Eurozona ed è l’Italia di Matteo Renzi. Alla cancelliera non resta moltissimo tempo per tentare di riprendere il controllo dell’aereo. Dovrà fare concessioni. Vedremo quali e di che entità, ma non potranno essere pannicelli caldi. Ne sapremo qualcosa di più anche in base alle decisioni della Banca centrale europea, magari a cominciare da giovedì 5 giugno.

In Italia chi accusava Renzi di averci stordito di promesse che non avrebbe potuto mantenere ora dovrà cambiare refrain. A questo punto il governo è soltanto nelle mani del premier. L’opposizione interna del Pd è liquefatta, il potere interdittivo degli alleati precipita ai livelli dello zero termico. Dall’altra parte la disfatta potrà avere ripercussioni sulla leadership, sia in Forza Italia che nel Movimento 5 Stelle. Premesso tutto questo, se non dovessero consentirgli di cambiare i connotati al Paese a tempo di record, il segretario del Pd potrebbe serenamente agitare – lui sì – lo spauracchio del voto anticipato (qualcosa tipo “la palude mi blocca, chiedo aiuto agli italiani che davvero vogliono il cambiamento”). Immagino, per dire, che Alfano temendo l’estinzione sarà più malleabile d’ora in avanti e fin verso il 2018.

Ecco perché credo che il meglio possa ancora venire. Oppure elezioni.

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Suggerire a Praet che “prima o poi un’economia tende a crescere”

Ho letto la lunga intervista della bravissima collega della Stampa Tonia Mastrobuoni al capo economista della Bce, Peter Praet. Non ho trovato che conferme a quello che ci viene ripetuto ormai da anni: cari italiani, fate i bravi, continuate su questa strada, non badate troppo al fatto che la vostra base industriale stia evaporando, vedrete che perseverando e soprattutto FACENDO LE RIFORME ce la farete perfino voi a uscire dalla crisi.

Il Guardiano dell’euro Praet non si dilunga in particolari di poco conto sulla situazione generale di Eurolandia. Ricordo che, per esempio:

la ripresona della Spagna coincide con livelli di disoccupazione terrificanti e una legge sull’ordine pubblico su misura per domare le proteste di oggi e di domani;

l’Irlanda è fuori dal programma di aiuti ma invita caldamente i suoi disoccupati a emigrare;

la Grecia sprofonda al punto da chiudere ospedali e università (del resto è un Paese-cicala molto esecrabile al quale solo incidentalmente Berlino faceva fare debito vendendo sottomarini o dove grandi case automobilistiche tedesche eludevano allegramente il fisco).

Nell’intervista non è stata colta, purtroppo, l’occasione di questionare su cose nient’affatto marginali come la seguente:

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o questa:

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o, a voler proprio essere pignoli, anche questa:

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In compenso, mi sono andato a rileggere un interessante articolo di Paul Krugman (chi era costui? Sarà un altro di quelli che delirano…) dal titolo evocativo: “A che servono i dati quando si possiede la Verità?”.

È un commento – a un post del blog Ecb Watchers – in cui il Nobel per l’economia chiama in causa anche il Gran sacerdote più sacerdote dell’euro di tutti, Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank.

La frase più divertente? “Prima o poi un’economia tende a crescere, se le politiche economiche sbagliate non peggiorano ancora di più”. Consiglio caldamente sia il commento di Krugman sia il post di Ecb Watchers, che approfondisce l’analisi di Praet sui rischi di disinflazione in Europa, definendola “confusing“.

Amen.

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Letta e il “di qua o di là” sull’Europa

Quindi adesso Enrico Letta gioca all’attacco, e fa un elenco così lungo di ottime cose che nell’Italia di sempre non basterebbero 50 anni, altro che 12 o 14 o 18 mesi. Non le sto a rielencare tutte, le potete leggere sui siti d’informazione, a cominciare dal giornale in cui lavoro, il Sole 24 Ore.

È apprezzabile il piglio volitivo del presidente del Consiglio. Abile a sottolineare a colpi di slogan ogni passaggio istituzionale. Questa volta abbiamo “Impegno 2014”, basta con il solito noioso “patto di governo”. Bene anche archiviare la pletora di espertoni (il Comitato dei 40, e perché non 80?) pensata per il gran cantiere delle riforme istituzionali. A proposito, mi pare di capire che Letta non contempli l’abolizione del Senato, Renzi invece sì, e mi chiedo se questo sia un problema.

Ottimo, poi, sostenere che il debito andrebbe aggredito comunque, non perché ce lo impone Olli Rehn. Su come arrivarci tante le strade elencate, giudicheremo sulla base dei risultati. Ma, ecco, proprio la questione europea è quella che mi sta più a cuore perché è la partita decisiva. Il premier avverte: non voglio la fiducia dai populisti anti Ue, su tutti Grillo, Berlusconi e il leghista Salvini. “Di qua chi ama l’Europa, ne riconosce le contraddizioni e vuole riformarla ma sa che senza Ue ripiombiamo nel medioevo. Di là chi vuole bloccare l’Unione europea”.

Letta sa di non potersi più presentare davanti agli italiani per sostenere l’infallibilità di Bruxelles (quanti secoli sono passati dal governo Monti? Ricordate la parodia della Fornero, “è l’Europa che ce lo chiede”?) ma non mette in dubbio nemmeno per un istante l’appartenenza dell’Italia al club dell’Eurodepressione e della folle corsa al surplus che uccide la domanda interna.

Nelle stesse ore l’euro vale 1,37 dollari e dall’ennesima maratona dell’Ecofin sull’unione bancaria pare stia nascendo un altro mostro giuridico. Ancora non è chiaro, soprattutto chi o cosa garantirà veramente i conti in banca dei risparmiatori europei. Bruxelles è una babele di interessi in cui la voce del padrone ha un accento inequivocabilmente tedesco, per quanto a Francoforte regni un italiano. Al momento, populismi o meno, per il posto di terza fila nel club l’Italia paga un prezzo drammatico: rinnega di fatto la sua vocazione industriale e si candida alla desertificazione di vaste aree produttive.

Ecco, non vorremmo svegliarci fra qualche mese, anno (tutto cambia molto in fretta, ormai) e scoprire di aver fatto la fine del Meridione d’Italia dopo il processo di unificazione, consentendo alla Germania di risolvere felicemente il suo problema numero uno, la questione demografica (lo ha ammesso candidamente il capo della Bundesbank nella parte finale di una lunga intervista al Sole 24 Ore). A spese nostre.

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Austerità vs. diritti, in Spagna una deriva autoritaria?

Austerità vs. diritti. In Spagna una deriva autoritaria?

Riporto qui di seguito la notizia Ansa sull’allarme lanciato dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Muiznieks. Non mi sembra che abbia avuto larga eco nella stampa mainstream (quanto a me l’ho appreso dal sito L’Antidiplomatico). A seguire posto anche una lunga citazione in inglese dell’articolo sullo stesso tema pubblicato su EUobserver.com.

L’aspetto più inquietante è che in Spagna si sta discutendo una legge repressiva (se non è così, scrivetemi) nei confronti della libertà di espressione. Si prospettano multe fino a 30mila euro se la/il manifestante apostrofa (chi lo decide se è un insulto o meno?) rappresentanti delle forze dell’ordine o brucia una bandiera e fino a 600mila euro per sit-in davanti agli aeroporti o a impianti nucleari o, per esempio, se “si interferisce con il regolare svolgimento delle elezioni”.

Da Bruxelles la risposta alla nuova legge in preparazione a Madrid è stata sconcertante: la portavoce Mina Andreeva si è limitata a commentare in una email che le questioni di ordine pubblico sono di competenza esclusiva degli Stati membri dell’Unione. Ecco. Dobbiamo prepararci, dopo l’austerità, anche a una svolta autoritaria?

Consiglio d’Europa, l’austerità minaccia i diritti dei cittadini

(ANSA) – STRASBURGO, 3 DIC – Le misure di austerità introdotte dai governi stanno minando i diritti economici, sociali, politici e civili dei cittadini europei. A lanciare l’allarme è stato oggi il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, che ritiene “necessario rinvigorire il modello sociale europeo fondato sulla dignità umana, la solidarietà intergenerazionale e l’accesso alla giustizia per tutti”.
I tagli alla spesa pubblica, l’incremento delle tasse sul valore aggiunto e sui beni di consumo, le riforme del mercato del lavoro e delle pensioni, secondo Muiznieks, hanno intaccato non solo il diritto al lavoro, ma anche quello alla casa, alla salute, all’istruzione, alla giustizia, al cibo e all’acqua.
Per questo Muiznieks, basandosi su uno studio condotto dal Center for economic and social rights, propone ai governi 12 raccomandazioni e misure concrete “che aiutino a delineare una nuova strada percorribile dai governi per allineare le politiche di ripresa economica con il loro obbligo di rispettare i diritti umani dei propri cittadini”.
Secondo il commissario è per esempio essenziale che le politiche fiscali siano sottoposte a audit per valutare se le misure prese sono strettamente necessarie e per identificare le possibili alternative per trovare le risorse che occorrono. I governi devono inoltre garantire, durante la crisi, l’accesso universale a servizi e beni essenziali. Ma anche regolamentare il settore finanziario, perché è loro dovere proteggere i cittadini dalle violazioni che banche, agenzie di rating e altri possono commettere attraverso pratiche di credito predatorie, e comportamenti irresponsabili.
Il Commissario chiede poi ai governi di considerare l’impatto che hanno sui diritti umani le decisioni che prendono in seno alle istituzioni finanziarie internazionali ed europee. “I governi hanno la responsabilità di dimostrare che le loro decisioni danno la precedenza, o comunque non impediscono, la realizzazione dei diritti umani” sottolinea Muiznieks. (ANSA)
Estratto da EUobserver.com
… “The latest twist came over the weekend when Spain backed a draft law on public order that cracks down on civil disobedience. The revised draft, if ratified, means Spaniards can be fined up to €30,000 for insulting a government official, burning a flag, or protesting outside the parliament without a permit. Covering faces or wearing hoods at demonstrations is also an offense. Judges would also be able to impose fines of up to €600,000 for picketing at nuclear plants, airports, or if demonstrators interfere with elections.

“This new report of a draft law extending the scope and severity of sanctions against peaceful demonstrators is of serious concern,” said Muiznieks. “When I see a potential fine of up to €600,000, I’d like for someone to convince me that that is a proportionate penalty,” he added.

Muiznieks said the proposed measures, tabled last month by Spain’s interior minister Jorge Fernandez Diaz, run counter to the freedom of assembly. “If you don’t let people have their say before, they’ll have their say afterwards in the streets,” he pointed out.

The Council of Europe in a report in October slammed the Spanish security troops for their disproportionate use of force against anti-austerity protests. Undercover police officers at the demonstrations are not held accountable for their actions, it says.

The European Commission says it is unable to comment on Spain’s new draft law because it is a national issue. “Member states are themselves responsible for the maintenance of law and order and the safeguarding of internal security on their territory,” said Mina Andreeva, the commission’s spokesperson on justice affairs, in an email” …

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Italia-Russia-Ucraina. Realpolitik über alles

C’erano una volta le critiche della libera stampa alle liaisons dangereuses del Governo italiano con regimi autoritari, violenti, anti-democratici. Il baciamano di Belusconi a Gheddafi e il contorno di hostess e tende beduine a Villa Pamphili, per dire, non passò inosservato.

La cordiale stretta di mano dell’attuale presidente del Consiglio a Vladimir Putin no, invece. Quella è politically correct. In tempi di crisi, d’altra parte, la firma di 28 accordi commerciali con uno dei principali fornitori di gas non può che far piacere. Che poi due giorni prima e in quelli a seguire la polizia, a Kiev, le dia di santa ragione ai dimostranti pro Ue poco importa.

Paradossale no? Quelli che vogliono “più Europa” menati a sangue da quelli che ne vogliono meno. E però proprio con questi ultimi ci piace stringere patti e fare business. Real politik über alles.

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“Quisling Letta”. Le politiche dello 0,1% e i populismi

Il nuovo violento attacco a Enrico Letta dal blog di Beppe Grillo non avrebbe bisogno di commenti se non fosse che proprio il premier 11 giorni fa ha concesso un’intervista pan-europea dal titolo: “Combattere i populismi o distruggeranno l’Europa”.

Ora, fondamentalmente sarei d’accordo con Letta. Mi preoccupa parecchio l’avanzata dei partiti xenofobi nel Vecchio Continente. Penso soprattutto al Front National in Francia. E però insistere con scelte di politica economica di pura sopravvivenza non può che offrire spazio alle tesi populiste di Grillo, che oggi dà a Letta del collaborazionista con gli inflessibili creditori di Berlino.

È chiaro a chiunque che giocare con le tabelline sugli 0,1% non cambia il quadro comatoso dell’economia italiana, ormai divisa tra chi sopravvive evadendo le tasse (se ne pizzicano sempre troppo pochi) e chi muore pagandole (un numero crescente di aziende in anossia creditizia conclamata).

L’Italia, benché la sua forza industriale abbia subito in questi anni di crisi una mazzata terribile, è tuttora un grande Paese. Gli accordi europei vigenti vecchi e nuovi rischiano, però, di svuotarla della sua capacità manifatturiera e renderla irrimediabilmente una succursale.

Sono scritti, quei patti, hanno efficacia, sono durissimi e non ci consentiranno mai di ripartire come richiederebbe la situazione. Alleggerire il carico fiscale che grava sulle imprese è l’unica strada, ma non si dica che è un obiettivo conseguibile attraverso manovrino che abbondano soltanto di acronimi (Tuc, Trise, Tasi, Tari…), oltretutto soggette a pressioni inaudite da parte delle stesse forze politiche al governo.

Manca il coraggio, non mi piace pensare ad altre ipotesi. Di questo passo, oltre a rinviare sine die la fine della recessione (le previsioni finora sono sempre state smentite dai fatti) si finirà per spianare la strada a forze politiche estreme. A chi giova?

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