Category: Cultura

Che c’entra la Grande Bellezza

Due parole, anche qualcuna di più, su “La Grande Bellezza“. L’ho visto soltanto ieri, dopo il Golden Globe, la candidatura all’Oscar e il vaffa in diretta su RaiNews. Ne ho sentite e lette di cose, sul film di Paolo Sorrentino. Presuntuosamente felliniano. Un racconto sulla decadenza, ma incompiuto. Fotografia sbiadita di certa gauche caviar. Sceneggiatura deludente, ma che musica. Formula piaciona con immagini splendide. Ah, la Roma notturna! Quel finale troppo lungo, gli avesse dato un taglio lo avremmo ringraziato. E, ovviamente, “Il Divo” era molto meglio.

Beh, io invece non mi sarei sentito chiamato in causa se non fosse stato proprio per il finale. Certo le feste sguaiate, certo i trenini “che non vanno da nessuna parte”, certo il cardinale di spirito scarsamente elevato o quell’amico così Verdone (perché è Carlo Verdone) di Jep Gambardella (un Toni Servillo monumentale, per quanto nell’inflessione partenopea a volte biascichi un po’) che lascia Roma deluso e sconfitto. «Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che farci compagnia, prenderci un po’ in giro». Finisse qui, sarebbe la solita minestra.

La salvezza è in tutta quella celebrazione dell’antico (“i palazzi più belli di Roma”) che sa di decrepito. Altro che panorami. Ecco, non le caricature, dalla miliardaria di sinistra ai potenti che si dimenano in terrazza. Se è per questo, la realtà Cafonal della “Roma godona” alla Dagospia basterebbe a superare di slancio ogni immaginazione. Grande bellezza, vivaddio, è ritrovare se stessi, capire chi siamo. Provarci, almeno. La Santa che mangia solo radici “perché le radici sono importanti”, parrà anche una stronzata, come ha scritto Facci nella migliore recensione che ho letto, eppure è la frase che strappa Gambardella al loop di una depressione intrisa di cinismo. Di qui si riparte.

Quindi, che c’entrano la grande bellezza di Roma, la splendida fotografia, le citazioni letterarie? Si poteva fare di meglio, si può sempre fare meglio. Questa non storia ha a che fare con tutti noi, un popolo di spiaggiati (inevitabile la citazione della Costa Concordia) senza memoria di se stessi (avete mai capito il senso del boom dei tatuaggi maori?), che proprio per questo “non vanno da nessuna parte”. E allora, sarà mica piaciuta la sincerità sfacciata, alle signore e ai signori dell’Academy?

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Grande progetto Pompei, Pompei grande progetto

Scusate, devo essermi sbagliato. Al governo non c’è più Mario Monti. Ma il Grande progetto Pompei non era stato già annunciato? Quante volte deve essere riproposto perché parta per davvero? E siamo sicuri che basti un super commissario? Può la macchina burocratica con le sue squadre di tecnici ed esperti diventare improvvisamente efficiente? Non sarebbe più opportuno coinvolgere e motivare privati, anche non italiani e quindi meno esposti alle pressioni della criminalità organizzata? Queste e molte altre domande per il ministro Massimo Bray («Pompei sarà un esempio di trasparenza per fare del Mezzogiorno un esempio positivo», quante volte lo abbiamo già sentito dire?) e per il presidente del consiglio Enrico Letta. Speriamo che abbiano ragione loro, ovviamente.

British at Pompeii

In attesa di un’ideona che sposti l’attenzione dalle lamentele sulla mancanza di personale (2 mila assunzioni, giusto per alleggerire i conti dello Stato) e dagli inviti ai privati a elargire donazioni a fondo perduto, c’è solo da rimettersi in cuffia come il ministro Massimo Bray nel suo ormai mitico viaggio a Pompei. Godersi la musica, contemplare la bellezza del luogo e soprattutto quel “Pink Floyd, London” che può ispirare l’exit strategy (dallo sfacelo) per cui facciamo il tifo: la dépendance del British Museum. Consigliatissima, s’intende, anche per i Fori Imperiali.

Chile, l’alegria ya viene. E in Italia?

Mi sono imbattuto, l’altra sera, nell’anteprima in streaming di “No – I giorni dell’arcobaleno”, di Pablo Larrain. Storia del referendum che segnò la fine della dittatura di Pinochet. Una vicenda esemplare, raccontata con gli occhi e la fantasia di René Saavedra, il bravo pubblicitario che – corpo estraneo alla lotta politica, ma figlio di un perseguitato – diede la spallata al regime.

E’ un film che parla anche di noi. Parla di un popolo in parte depresso e impaurito, ormai privo di anticorpi, in parte sospeso tra il cinismo e la rassegnazione. E parla della vocazione alla sconfitta di una sinistra che proprio non sa essere unita né proporre un’alternativa di speranza, di allegria, più che di rivincita. E’ sorprendente (anche se fino a un certo punto) vedere come a qualunque latitudine quella certa quota di scettici amanti del dibattito fine a se stesso, dell’interdizione purché si parli del dettaglio più insignificante, dell’opposizione sistematica a qualunque ripartenza sulle idee e i programmi, finisca per spingere nell’angolo le forze del rinnovamento.

Il sabotaggio caparbio e la vocazione alla disintegrazione, per capirci, che ancora una volta hanno consegnato l’Italia mani e piedi a chi l’ha mal governata per diversi lustri.

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Massimo Bray live at Pompeii

Massimo Bray live at Pompeii

Bravo il ministro Massimo Bray ad andare subito in visita a Pompei. L’uomo che ha contribuito a fare della salentina Notte della Taranta un brand internazionale potrebbe, forse, dare un contributo ad avviare la molto ardita trasformazione del grande sito archeologico da simbolo supremo dell’italico sfacelo – ne ha parlato il 20 aprile il New York Times –  a scintillante Disneyland della storia antica (non fraintendete, nel senso positivo dell’attrattiva turistica). Per arrivarci, a Pompei, Bray ha dovuto farsi dare un passaggio, causa sabotaggio della Circumvesuviana ad opera di vandali (proposta: li possiamo prendere e mandare ai servizi sociali minimo per sei mesi, please?). Bray  ha twittato tutto per dare un tocco social alla sua piccola disavventura. Debutto apprezzabile. Avanti così.

bray