Pensioni, dove ci porta la Consulta?

E così eccoci alle prese con una nuova sentenza che mette il Paese nei guai. Grossi guai. Tra l’altro, non sfugga che a gioire con scarso contegno per il pronunciamento della Corte costituzionale sulla mancata rivalutazione delle pensioni negli anni 2012-13 sono gli stessi che, seduti ai banchi del governo o alla guida delle Regioni, avevano spinto l’Italia sull’orlo dell’abisso finanziario. Certo, non fece del bene la norma Fornero che, nel decreto Salva-Italia di Monti (articolo 24, comma 25), limò gli assegni superiori ai 1400 euro lordi, determinando un effetto trascinamento negativo anche per i periodi successivi.

Ricordo che mia madre mi disse di avere notato subito quella differenza, e, dovendo pagare anche un mutuo sulla casa, di averla sofferta non poco. Ma mia madre, a volte con un piccolo aiuto dei figli, ha poi superato quel momento e, con qualche rinuncia, ce l’ha fatta. L’Italia, invece, rischia proprio di non farcela, o, come minimo, di vedersela molto brutta, adesso. Perché se i soldi andranno davvero restituiti (in quanto tempo? con che modalità?) a oltre 5 milioni di pensionati, compresa mia madre, il conto per le casse dello Stato sarà devastante, fino a 10 miliardi considerando il quinquennio.

Capite? Il governo aveva appena finito di prospettare nel Def consegnato alla Commissione europea un tesoretto virtuale di 1,6 miliardi (al quale io credevo poco, lo ammetto) che una sentenza della Consulta riporta gli orologi al 2011, all’estate dello spread stellare, e fa saltare il banco. Sappiamo benissimo che la spesa pensionistica in Italia è una montagna che compromette il futuro, che periodicamente veniamo redarguiti sulla necessità di tagliare. E però la Consulta niente, non molla (questa volta per un solo voto). Ciò che è acquisito deve rimanere intoccabile, sulla base del fatto che “il diritto a una prestazione previdenziale adeguata … costituzionalmente fondato…” non può essere “irragionevolmente sacrificato”.

Quindi, per fare ripartire il Paese non si potranno mai e poi mai prendere in considerazione le pensioni in essere. Nonostante tutto e a dispetto di chi verrà dopo. Sono avvisati il governo e soprattutto Tito Boeri, presidente dell’Inps, che da tempo teorizza la necessità di mettere a punto un avvicinamento (ovviamente sarebbe al ribasso) degli assegni frutto del vecchio sistema retributivo all’attuale sistema contributivo.

Sbaglierò, sarà perché alla pensione non ci sono ancora arrivato, ma a me questa sentenza lascia l’amaro in bocca. È un po’ come se il comandante di una nave da crociera, individuata la presenza di un ostacolo inaspettato sulla rotta, decidesse di proseguire a oltranza, scegliendo scientemente il naufragio, pur di non violare il sacrosanto diritto dei passeggeri alla vacanza. O come se il veterinario preferisse non uccidere i parassiti, condannando l’ospite, pur di tutelare il diritto alla vita di ogni essere.

Siamo tutti sicuri, noi italiani, di voler fare questa fine?

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