Greci riottosi e austerity caviar

Tutta colpa di Declan Costello, quello che ha messo il veto alla legge votata ieri dal Parlamento greco per tamponare la crisi umanitaria in corso. Ha lo stesso cognome (adottato come pseudonimo, perché quello vero era Castiglia…) del Frank che dagli anni Venti e Trenta si mise in mostra oltreoceano nel mondo della criminalità organizzata e, va da sé, si era fatto una certa esperienza in fatto di offerte che non si possono rifiutare. E non è neppure il musicista power pop noto per hit fine anni 70 come “Pump it up”, che di nome (vero) non fa Elvis ma proprio Declan.

Ora, il nostro Costello è un economista irlandese in forze al direttorato generale per gli affari economici e finanziari della Commissione europea. Ci lavora dal lontano 1991. Ed è stato messo a capo della missione Ue per la crisi greca. Insomma, è una delle teste d’uovo delle istituzioni creditrici. Qualche mese fa lo avremmo definito uno dei tecnocrati della troika (Ue, Bce, Fmi). Ora che ci faccio caso, mi sono servite oltre tre righe di testo per dire chi è Costello. Cose che accadono se si tratta di spiegare Bruxelles e dintorni.

Ah, dimenticavo: proprio perché è irlandese, Declan potrebbe avere il dentino avvelenato con Tsipras & Co. Dublino non ha preso bene l’idea che si possa condonare qualcosa ad Atene dopo tutti i sacrifici fatti dagli irlandesi per tornare alla crescita. Due e pesi e due misure no, insomma. Certo, non staremo a polemizzare sul fatto che proprio l’Irlanda abbia tratto considerevoli vantaggi da un sistema fiscale, il suo, che ha spalancato le porte alle multinazionali più inclini all’elusione, spingendo il Pil. Ma tant’è.

Ebbene, mister Costello ha pestato duro sul governo di Atene. Lo ha raccontato adeguatamente Paul Mason di Channel 4 nel suo blog. “Prima di nuove leggi di spesa – è stato in sostanza il messaggio – diteci come intendete trovare i soldi e non permettetevi iniziative unilaterali”. Ok, il governo Tsipras ha forzato un po’ la mano. Che le spese vadano documentate e la Grecia non si possa permettere di fare di testa sua c’è scritto negli accordi del 20 febbraio all’Eurogruppo. E poi si sta ancora trattando per disegnare, entro la fine di aprile, un quadro di finanza pubblica tale da convincere i creditori a bonificare i 7,2 miliardi di euro dell’ultima tranche di aiuti prevista nel secondo piano di bailout.

I greci fanno chiaramente melina. Il piano secondo me è: provocare l’euromoloch, estenuarlo, innervosirlo (proprio oggi, nel bollettino mensile, la Bce ha scritto che la volatilità dei rendimenti sulle obbligazioni sovrane dell’area euro si deve all’incertezza che regna attorno alla soluzione del salvataggio) fino a fargli prendere atto del fatto che il megadebito va ristrutturato e che gli squilibri dell’Euroclub devono essere rimodulati a scapito dei Paesi più ricchi, che fino a oggi se ne sono avvantaggiati. Filosofia mediterranea contro commercialisti di Francoforte e Berlino (e, cosa che per me resta misteriosa, Helsinki).

Il fatto è che sempre più serpeggia la tentazione di buttarli fuori dall’euro, i riottosi e indisciplinati e disorganizzati greci, per abbandonarli al loro destino. Ne ha fatto cenno in un’intervista alla Welt, scrive David Carretta sul Foglio, addirittura il socialista francese Moscovici, commissario Ue agli affari economici. Anche se perfino i più incavolati fra i creditori temono in cuor loro che la Grexit rappresenterebbe per gli investitori internazionali la certificazione della non irreversibilità dell’euro (smentendo così i trattati e le ricorrenti rassicurazioni di Draghi), evidenzierebbe la nudità del re e avvierebbe la dissoluzione della moneta unica.

Ma basta divagazioni. Sta di fatto che Costello ha ringhiato ai greci: non spendete quattrini che non avete per dare da mangiare agli indigenti o per riattaccare la luce a chi non la può pagare. Costo previsto dalla legge Tsipras, circa 200 milioni. Una cifra, diciamocelo, quasi insignificante di fronte ai 245 miliardi prestati ad Atene fino a oggi. E francamente non eccessiva se paragonata al budget che uno dei creditori, quello che ha appena avviato un certo Qe da 1.140 miliardi, la Bce, ha speso per rifarsi la sede appena inaugurata: 1 miliardo e 200 milioni.

A pensar male verrebbe da dire che Costello teorizza implicitamente una specie di austerity caviar e nega ad Atene quello che spendono a Francoforte per garantirsi tartine e caffè in un bell’ufficio nuovo. Mica bello, eh.

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