Innovazione che non lo era e fantastiliardi (sì, sempre Uber)

Sarà che è un po’ che non scrivo su questo blog (lo faccio per lavoro in una specie di opificio del giornalismo, a volte prendo le distanze dal mezzo). Sarà che secondo me questa di Uber è la storia che dovrebbe aprire gli occhi a molti su come vanno le cose di questi tempi. Insomma, rieccomi a dissertare sul servizio di trasporto privato che ha la pretesa di sembrare molto innovativo. Senza esserlo realmente, sia chiaro. A parte – forse – per il ruolo di rompighiaccio del capitalismo hi-tech nel ridurre definitivamente il lavoro dipendente a un soprammobile di scarso valore.

In realtà, confesso, non ho nulla di veramente mio da aggiungere a quello che ho già scritto più volte. È che un’amica mi ha segnalato un post dell’investitore indipendente canadese (ce n’è un gran bisogno, di indipendenza, in tutti i settori) James West sulla sua Midas Letter.

West argomenta che i 40 fantastiliardi e passa di valutazione attribuiti alla cosiddetta startup con base a San Francisco siano se non aria totalmente fritta almeno un’offesa all’intelligenza di persone dotate di buon senso. E soprattutto potrebbero, da tanti soldi che sembrano, trasformarsi in un mucchietto di cenere nel caso in cui l’azienda fondata da quel furbacchione spregiudicato di Travis Kalanick (la gestione della vicenda dei presunti dossier sui giornalisti insegna) non approdasse alla quotazione in Borsa.

Perché è vero che Uber ha ricevuto nei suoi cinque anni di vita un crescente sostegno da alcuni dei massimi protagonisti della finanza made in Usa, ma è altrettanto vero (a giudizio di West e pure mio, lasciatemelo dire) che “non è una tech company” e “non è innovativa”. Non risparmia nulla, mister West, quando spiega che se c’è qualcosa di disruptive in Uber è l’uso aggressivo che fa di un’invenzione non sua, Internet. Perché la differenza tra una qualunque organizzazione di taxi e Uber non starebbe tanto nella capacità di liberalizzare il mercato e innovare, come ci hanno raccontato tutti gli entusiasti del genere, compreso il Financial Times una settimana fa, quanto nell’inquietante propensione a infischiarsene delle norme vigenti.

Ecco il piccolo particolare. Sostiene West che il crescendo di guai in cui Uber si è cacciata la espone a una serie infinita di azioni legali, che potrebbero minarne la reputazione e la capacità di ripagare la fiducia degli investitori. In questo senso il 2015 potrebbe riservare delle sorprese.

È una tesi fuori dal coro, quella di West. Ma non per questo meno interessante. Anzi.

Qui il post completo.

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