Il salario della classe media e dove andiamo a parare

Lo so arrivo un po’ in ritardo, ma sapete, non si sta dietro a tutto, servirebbero giornate di 36 ore.

E comunque, ci tengo a dire due cose a proposito della ricerca pubblicata dall’Ocse su “Disuguaglianza e crescita”, ben sintetizzata sull’Info data blog del Sole 24 Ore.

1 – Abbiamo capito che i ricchi negli ultimi 30 anni hanno guadagnato sempre di più e i poveri sempre meno. Non è una gran novità, però c’è il supporto dei numeri. Il reddito del 10% più abbiente, nei 34 Paesi aderenti all’organizzazione con base a Parigi, durante il biennio 2011-12 è stato 9,5 volte maggiore di quello del 10% meno abbiente. A metà anni 80 il rapporto era 7 a 1.

2 – Meno scontato è che il problema non riguardi solo il 10% più povero. Secondo la ricerca il gap impatta sulla crescita, così che più disuguaglianza finisce per frenare la creazione di ricchezza. In Italia, per esempio, questo processo ha determinato nel trentennio in esame una perdita potenziale di crescita cumulata del Pil pro capite pari al 6,65%.

3 – Vai così a scoprire che il “key factor” è il reddito non del 10% ma del 40% meno ricco.

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Quindi, per crescere urgerebbe occuparsi dei redditi bassi in senso più ampio. Non sarà mica questione di domanda aggregata?

La mente, allora, va a posarsi sull’analisi pubblicata venerdì da Standard & Poor’s sull’Italia, quella che ci ha affibbiato il rating BBB-, un gradino sopra il livello spazzatura. Che c’entra? A un certo punto si parla del Jobs Act, dello scetticismo dell’agenzia sulla capacità del governo di trasformare in decreti davvero efficaci la delega sulla riforma ricevuta dal Parlamento. E del fatto che con questa inflazione al limite della deflazione se non si tagliano gli stipendi col cavolo che la già tanto deprecata competitività italiana può sognarsi di fare progressi. Perché secondo S&P’s …

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[cliccare la citazione per leggerla meglio]

… molto del recupero di competitività, in Italia, passa per la svalutazione interna, il taglio dei salari. Proprio come in Spagna, dove in effetti le industrie automobilistiche straniere si sono fiondate a produrre non appena gli stipendi sono passati da 1200 a 700 euro (vado a memoria, ma gli ordini di grandezza sono quelli).

Il problema è che in Italia non si starebbero facendo passi nella direzione della contrattazione salariale decentrata…

Schermata 2014-12-10 alle 13.30.00

… ma in definitiva è proprio l’anelasticità degli stipendi (al ribasso) a zavorrare la competitività italiana.

Per S&P’s, quindi, vale la conclusione esattamente opposta a quella dell’Ocse: una classe media sempre più povera è il “key factor” per restituire vigore all’economia. Ancora prima delle riforme, pur citate nell’analisi di S&P’s, della giustizia civile piuttosto che della burocrazia e del fisco che allo stato attuale soffocano le imprese.

Cosa ne pensa il governo? Al di là delle parole lo capiremo meglio di qui a tre mesi.

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