Uber dopo i pasti può giocare brutti scherzi

Uber non rivela cifre sul suo business in Italia perché “vuole sedurre più che convincere”. Uber “è la ‘sharing economy’, che magari non aumenta il Pil ma migliora la qualità della vita”. Uber è bella anche perché ne parla in termini estatici l’economista Mohamed El-Erian, uno “tra gli opinionisti finanziari più influenti”. Cosa dice El-Erian, ex ceo di Pimco e collaboratore di lusso del Financial Times? “L’azienda sta sviluppando un brand che ha una fedeltà impressionante da parte dei clienti e una certa mistica”. Lo ha scritto su Bloomberg, mica frottole.

L’entusiasmo di Stefano Feltri per l’app miracolosa che addirittura ti fa trovare un’auto al posto di un taxi potrebbe sorprendere e invece è genuino. Lo ha sciorinato, forse dopo un pasto veloce che potrebbe avergli confuso le idee, in un articolone al limite della pubblicità redazionale sul Fatto Quotidiano di ieri. Che poi, mica su un giornale del capitale, sul Fatto. E però si capisce lo slancio del giornalista alla scoperta della polvere sotto i tappeti, dello scoop che fa tremare i palazzi: c’è una Kasta da smantellare, quella dei tassisti.

Alcune decine di migliaia di persone con relative famiglie che il nostro, prima ancora di chiedersi che cosa sta davvero succedendo e chi viola la legge e come, manderebbe volentieri al macero. Perché Uber gli garantisce un comodo passaggio in auto completamente gestito dal suo smartphone. Riconosce, Feltri, che la società californiana (ricoperta d’oro da Google Ventures e Goldman Sachs, notoriamente impegnate nel promuovere il benessere dei propri azionisti e non della plebe a caccia di taxi) ha occupato finora solo 11 persone in Italia. Beh, chissenefrega, no?

Il brillante collega (Feltri è davvero bravo, non scherzo, ma anche i migliori prendono abbagli) è tra i tanti che si accodano stregati dal fascino della sharing economy che di sharing ha soprattutto i profitti esorbitanti degli azionisti e dei finanziatori e i compensi miseri di chi ci lavora. Del resto Uber va molto di moda. I taxi no. È un po’ come per i quotidiani, quell’oggetto vetusto, ormai superato da Facebook e Google news: le notizie le stamperebbero anche, Feltri ne scrive parecchie e molto bene, ma il piccolo problema è che davvero pochi, sempre meno, li comprano. Come ha bene descritto qualcuno è il loro Blackberry moment.

Anche i giornali, come diverse altre categorie travolte dalla modernità, si sono accorti all’improvviso che i giganti del Web creati da intraprendenti trentenni con l’ambizione di annettersi il mondo toglievano loro l’aria che avevano sempre respirato. In pratica utilizzano contenuti protetti da un obsoleto e noioso copyright per sottrarre fette crescenti di incassi (in questo caso pubblicità) a un’industria destinata all’estinzione come i mammut. E via, con migliaia di licenziamenti, magari a fare gli autisti di UberPop a una manciata di dollari.

È la Silicon Valley economy, bellezza. Con un’app conquisti il mondo e, ripeto, chissenefrega, dei posti di lavoro che manda in fumo (l’innovazione, si sa, ha un prezzo) o se elude le tasse nel Paese in cui quell’azienda opera. È bella, comoda, nuova. Poco importa se è solamente “quasi legale” (scritto da uno del Fatto impressiona non poco) e fa lobby per riscrivere leggi di uno Stato che dovrebbe essere sovrano ma tanto sovrano ormai non è più.

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