Juncker persevera, quindi è diabolico. Perché nel 2011…

Jean-Claude Juncker persevera. Lo sanno tutti, anche i muri, chi è e come la pensa l’aspirante presidente della Commissione Europea, ma ha trovato modo di ripeterlo una volta di più al Corriere della Sera. “Non c’è vera crescita se le finanze pubbliche non sono amministrate, diciamo così, con virtuoso rigore”. E giù con la litania del cilicio. «A priori, non vedo alcuna ragione per cui debba essere concessa alla Francia, o all’Italia, una dilazione supplementare per ritornare entro i limiti del deficit. Ripeto: a priori, non la vedo».

Il candidato del Ppe, il Partito popolare europeo che tanto si è lasciato imbarazzare dalle ultime provocazioni di Silvio Berlusconi sulla memoria dei tedeschi a proposito dei lager nazisti, è una nostra vecchia conoscenza in materia di rigore applicato alle finanze pubbliche, altrui. “Saluterei con piacere il fatto che i nostri amici greci fondassero un’agenzia per le privatizzazioni indipendente dal governo”, scandiva solenne nel 2011 l’allora numero uno dell’Eurogruppo.

Quel che andava fatto, in Grecia, lo ha poi fatto la Troika. Juncker, comunque, si riferiva alla costituzione di un’Agenzia fiduciaria, sulle orme della Treuhandanstalt (il nome è traduzione del concetto in tedesco), che tra il 1990 e il 1994 ha liquidato in blocco l’economia della Ddr, determinandone la desertificazione della base industriale. E poi socializzando le perdite, ragione per cui i tedeschi dell’Ovest credono che sia colpa di quelli dell’Est se hanno dovuto sborsare centinaia di miliardi di “óiro” per mantenere milioni di “Ossie” disoccupati e colpevolmente sfaccendati. A noi italiani la cosa, tanto per rinfrescare la memoria (leggersi Alessandro Guerani), è costata l’uscita dallo Sme, la nottataccia di Amato con il prelievo forzoso e la nostra ultima svalutazione.

All’ineffabile ex premier lussemburghese teneva bordone, nel settembre 2011, la società di consulenza Roland Berger, sotto gli auspici del ministro tedesco delle finanze Wolfgang Schäuble, mica per nulla uno dei protagonisti assoluti del fulmineo processo di riunificazione tedesca, nel quale, vale la pena farci caso, la moneta unica (quella dell’Ovest, ovviamente) precedette l’unione politica di qualche mese. Lo ricorda Vladimiro Giacché nel suo libro (imperdibile e forse ancora troppo poco letto) “Anschluss”, citando un articolo del settimanale tedesco WirtschaftsWoche.

Per chi avesse difficoltà con il tedesco basta aprire il link in Google Chrome, che lo traduce quanto basta. Dopodiché consiglio di rileggere e riflettere sulle progressive condizioni per la cessione di sovranità (in vista di una ipoteticamente benefica maggiore integrazione) sin qui imposte da Berlino al resto dell’Eurozona. E sulla realtà vera (svalutazione dei salari in atto, tagli al Welfare e privatizzazioni) del secondo Paese manifatturiero europeo, l’Italia, che in questi anni di cura letale ha già bruciato un quarto della sua capacità produttiva.

Allora, hai capito Juncker?

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