Cgil, lavoro, riforme. Querido Matteo, no hay amor sin dolor

Non c’è amore senza sofferenza. E nemmeno rose senza spine. Lo ripete più volte Fioravante, il gigolò sbiadito di John Turturro, alla vedova di cui si è inaspettatamente innamorato. Lo ripete in spagnolo, Turturro, fa più bel tenebroso: “No hay amor sin dolor” e “no hay rosas sin espinas”.

E anche se nulla a che vedere con una storia sentimentale (anzi no, forse ha un po’ a che vedere anche con quella) farebbe bene Matteo Renzi a riflettere su cosa possano suggerirgli frasi del genere a proposito della sua rivoluzione sbattuta in faccia a mezzo mondo, dai sindacati ai dirigenti dello Stato o agli alti magistrati.

Perché se su molte delle argomentazioni che espone oggi ad Aldo Cazzullo in un’ulteriore intervista al Corriere della Sera non mi sento di dargli torto, anzi. E’ sul modello di comunicazione che usa, sul linguaggio, che oso sollevare qualche obiezione, non per questo aspirando ad appiccicarmi addosso l’etichetta di amico gufo.

Che i sindacati si siano occupati in tutti questi anni più dei pensionati o di chi un lavoro ce l’ha piuttosto che dei precari è un fatto ormai acclarato. Il mercato del lavoro si è spaccato in due, competitività e produttività sono andate a farsi benedire. I diritti acquisiti si sono resi talmente odiosi da essere ribattezzati, mi unisco al coro, privilegi acquisiti. Come si sarebbe concluso qualche tempo fa, non v’è chi non lo veda che un cambiamento (non una mattanza, eh) si è reso imperativo.

Che lo Stato vada riformato, che gli tocchi una diete dimagrante, a partire da vertici smisuratamente ben remunerati, almeno a parole non credo lo neghi più nessuno.

Peraltro che i senatori esitino a pigiare il bottone dell’autodistruzione, che le Camere di commercio non facciano salti di gioia se il presidente del Consiglio ne paventa il bombardamento a tappeto, che le banche alzino il ditino se gli si cambiano le carte in tavole a bilanci e piani industriali bell’e presentati al mercato, beh, mica può stupire.

Si dirà: cosa ti aspettavi da uno che per farsi notare ha parlato da dentro il Pd di rottamazione dei mammasantissima del Pd? Uno che dal primo round delle primarie, quelle che hanno prodotto la non vittoria, è uscito sconfitto proprio perché i mammasantissima si sono inventati di tutto pur di sbarragli il passo? Vero.

E però adesso mi chiedo se non sia il caso di calarsi nella parte dell’uomo di governo. È proprio indispensabile insistere con le provocazioni e le metafore sfottenti? Perché poi, guarda un po’, si finisce per produrre Consigli dei ministri e slideshow che non hanno riscontro nella realtà dei provvedimenti pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale. Vale la pena di sprecare ancora tempo in misurazioni dei rispettivi ego mentre il rubinetto del credito continua a chiudersi, le imprese arrancano, la disoccupazione azzanna come e più di prima?

Soprattutto se, poi, le cattiverie peggiori consegnate ai media sono quelle che si dicono da sinistra e alla sinistra. Mi sfugge la raffinatezza tattica dello sbandierare la profonda sintonia con l’ex capo del governo ora all’opposizione (che, se va avanti di questo passo, finisce pure agli arresti domiciliari) e nel non degnarsi di andare a esporre le ragioni del decreto Poletti sul lavoro al congresso della Cgil. O, e qui la sinistra non c’entra ma la propensione al confronto sì, nel disertare l’assemblea generale degli industriali a fine mese. Va bene ascoltare e poi decidere, di questo c’è gran bisogno in Italia. Va meno bene cercare scorciatoie spacciandole per riforme fatte e finite.

Si convinca, Renzi: non c’è amore senza sofferenza, né rose senza spine. E nemmeno sinistra senza sindacati (che devono cambiare e riformarsi, altroché). O più in generale governo senza apertura al confronto con i corpi intermedi. Semplicemente, non c’è. Come, si badi, non c’è vera rivoluzione senza violenza e sangue per le strade. Credere di poterla fare con una email non porterebbe lontano.

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