Perché la Web Tax è un clamoroso autogol (e Repubblica sbaglia)

Anche Giovanni Valentini su Repubblica, dopo l’ingegner De Benedetti su Huffington Post, si esercita nell’arte del commento sulla Web Tax. Valentini commette però due errori grossolani. Non gli butto addosso la croce, capisco che non abbia avuto tempo di interpellare chi ne sa di più e si sia fidato dei deputati del Pd estensori dei due emendamenti che da una parte introducono l’Iva obbligatoria e dall’altra ridefiniscono il concetto di stabile organizzazione e la tracciabilità dei pagamenti della pubblicità online.

Però segnalo i due errori. Primo:

Non c’è alcuna ragione, del resto, per cui l’esercente di un negozio fisico sul territorio italiano ne debba pagare più (di tasse, ndr) di chi gestisce un negozio virtuale attraverso un sito con sede legale all’estero: per esempio, in Irlanda o in Lussemburgo, dove l’imposizione è largamente inferiore.

Provate a chiedere, non so, a Tod’s o a Geox se per le scarpe che vendono in Europa pagano anche all’estero le imposte sul reddito oltre a quelle sul valore aggiunto.

Secondo:

Nessun Trattato europeo o accordo sul commercio internazionale può trasformare dunque l’Italia in un paradiso fiscale per i “signori del web”.

C’è un piccolo particolare. Anche tralasciando la procedura d’infrazione che seguirebbe con ogni probabilità il varo della Web Tax non andrebbe trascurato il fatto che l’Italia si troverebbe in un territorio sconosciuto e dovrebbe rinegoziare alcune decine di convenzioni fiscali con una lunga lista di Paesi. Cose di cui, in genere, si tratta in sede Ocse.

Ci dobbiamo sempre fare riconoscere?

PS: Ho linkato il pezzo di Valentini e il post di De Benedetti. Con la nuova norma sulla tutela del diritto d’autore, quella sì da ribattezzare Google Tax, inserita nel decreto Destinazione Italia, non sarebbe possibile. Penso che l’utilizzo dei contenuti giornalistici originali da parte dei motori di ricerca vada in qualche maniera monetizzato, ma un editto che vieta la condivisione e che ci riporta al secolo scorso mentre viviamo immersi nei social network, questo no, non credevo si potesse ancora concepire.

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