Letta e il “di qua o di là” sull’Europa

Quindi adesso Enrico Letta gioca all’attacco, e fa un elenco così lungo di ottime cose che nell’Italia di sempre non basterebbero 50 anni, altro che 12 o 14 o 18 mesi. Non le sto a rielencare tutte, le potete leggere sui siti d’informazione, a cominciare dal giornale in cui lavoro, il Sole 24 Ore.

È apprezzabile il piglio volitivo del presidente del Consiglio. Abile a sottolineare a colpi di slogan ogni passaggio istituzionale. Questa volta abbiamo “Impegno 2014”, basta con il solito noioso “patto di governo”. Bene anche archiviare la pletora di espertoni (il Comitato dei 40, e perché non 80?) pensata per il gran cantiere delle riforme istituzionali. A proposito, mi pare di capire che Letta non contempli l’abolizione del Senato, Renzi invece sì, e mi chiedo se questo sia un problema.

Ottimo, poi, sostenere che il debito andrebbe aggredito comunque, non perché ce lo impone Olli Rehn. Su come arrivarci tante le strade elencate, giudicheremo sulla base dei risultati. Ma, ecco, proprio la questione europea è quella che mi sta più a cuore perché è la partita decisiva. Il premier avverte: non voglio la fiducia dai populisti anti Ue, su tutti Grillo, Berlusconi e il leghista Salvini. “Di qua chi ama l’Europa, ne riconosce le contraddizioni e vuole riformarla ma sa che senza Ue ripiombiamo nel medioevo. Di là chi vuole bloccare l’Unione europea”.

Letta sa di non potersi più presentare davanti agli italiani per sostenere l’infallibilità di Bruxelles (quanti secoli sono passati dal governo Monti? Ricordate la parodia della Fornero, “è l’Europa che ce lo chiede”?) ma non mette in dubbio nemmeno per un istante l’appartenenza dell’Italia al club dell’Eurodepressione e della folle corsa al surplus che uccide la domanda interna.

Nelle stesse ore l’euro vale 1,37 dollari e dall’ennesima maratona dell’Ecofin sull’unione bancaria pare stia nascendo un altro mostro giuridico. Ancora non è chiaro, soprattutto chi o cosa garantirà veramente i conti in banca dei risparmiatori europei. Bruxelles è una babele di interessi in cui la voce del padrone ha un accento inequivocabilmente tedesco, per quanto a Francoforte regni un italiano. Al momento, populismi o meno, per il posto di terza fila nel club l’Italia paga un prezzo drammatico: rinnega di fatto la sua vocazione industriale e si candida alla desertificazione di vaste aree produttive.

Ecco, non vorremmo svegliarci fra qualche mese, anno (tutto cambia molto in fretta, ormai) e scoprire di aver fatto la fine del Meridione d’Italia dopo il processo di unificazione, consentendo alla Germania di risolvere felicemente il suo problema numero uno, la questione demografica (lo ha ammesso candidamente il capo della Bundesbank nella parte finale di una lunga intervista al Sole 24 Ore). A spese nostre.

enrico_letta

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