Vendola e quella telefonata ad Archinà

Le giornate corrono veloci e Arthur è soltanto un diario molto personale, libero e parecchio disordinato. E però qualche amico torna a stuzzicarmi sulla questione della chiacchierata telefonica di Nichi Vendola con Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva.

C’è chi ha ricordato che la telefonata pubblicata dal Fatto Quotidiano non era neppure una notizia, visto che sarebbe nota da ben 13 mesi. A me la cosa 13 mesi fa era sfuggita, lo ammetto. Non è il cuore della mia attività quotidiana, l’inchiesta sull’Ilva.

Ma tant’è. Nel frattempo Vendola è stato indagato proprio per i fatti collegati alla vicenda Ilva, perché sospettato di avere fatto pressioni sui vertici dell’Arpa, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente. E neppure questo per me conta. O almeno, non è l’elemento decisivo (il procedimento è in corso). Decisivo per cosa? Per ritenere opportuno che Vendola si dimetta.

A me bastano le date e i fatti. Oltre al tono (e anche ad alcune frasi, oggettivamente imbarazzanti e affatto ambigue) della conversazione con Archinà. Il presidente di Sinistra Ecologia (sic!) e Libertà è presidente della Regione Puglia dal 2005. L’Ilva produce e inquina da molto prima.

A quanto mi consta (se qualcuno ha elementi diversi me li segnali) il primo atto realmente ecologista di Vendola a riguardo dei siti produttivi altamente inquinanti è arrivato soltanto nel 2009 con una legge regionale sul controllo delle emissioni di diossina. Nel 2011 il governatore della Puglia, riportano le cronache, ne parlò in termini trionfalistici. Non convinse tutti, a Taranto.

La telefonata con Archinà è, però, di luglio 2010. L’inchiesta deflagra due anni dopo. A settembre 2012 si scopre, inoltre, che magari fosse solo la diossina (anzi, le diossine) il problema per la salute dei tarantini.

E veniamo al punto. Il presidente della Regione Puglia sembra intrattenersi con toni tra l’ironico e il genuinamente divertito con il responsabile delle relazioni istituzionali di un’azienda su cui dovrebbe vigilare, viste le competenze in materia di tutela della salute (come da articolo 117  della Costituzione, benché le interpretazioni della Consulta siano lì a complicare, e non poco, il quadro).

Due passaggi, in particolare, mi hanno colpito:

1 – Vendola: “Ognuno fa la sua parte, dica a Riva che il presidente non si è defilato”. Archinà: “Ne eravamo assolutamente certi”

2 – Vendola: “Ma poi quella faccia di provocatore, gente senza arte né parte, dobbiamo avere pazienza e guardare gli obiettivi”.

La prima frase sembra rivelare una consuetudine, non una chiara distinzione di ruoli. D’accordo, sono in gioco le relazioni diplomatiche con un attore importante come l’Ilva, ma la complicità che trapela dalle parole a me risulta evidente.

La seconda frase è ancora più grave. Vendola si riferisce al giornalista, Luigi Abbate, che ha rivolto la domanda scomoda durante la conferenza stampa galeotta. Archinà ha strappato il microfono al reporter della tv locale. E il governatore, forse per sdrammatizzare forse per guadagnarsi la simpatia dell’interlocutore in una fase di rapporti tesi, sembra perfino forzare la risata al telefono.

Perché, però, quelle frasi sprezzanti nei confronti di chi sta facendo il suo lavoro? In questo modo il governatore fa suoi i modi di molti avversari politici verso i quali, a ragione, è stato spesso critico proprio perché in occasioni analoghe avevano messo a tacere i giornalisti o ne avevano limitato la possibilità di rappresentare la realtà al pubblico.

Ad Abbate, poi, Vendola ha chiesto scusa con un tweet: “L’unica cosa di cui mi vergogno davvero è di aver riso in quel modo di un giornalista che faceva il suo mestiere, e a cui chiedo scusa”.

Poniamo che la stessa telefonata l’avesse fatta, per dire, Roberto Formigoni. Che cosa avrebbe detto Vendola? Avrebbe mostrato altrettanta comprensione? “La nostra opinione, forse opinabile sul piano politico – si è autoassolto il leader di Sel – non può essere vista come un reato”.

Ecco il punto. Il piano politico. La complicità. La consuetudine apparsa manifesta con la controparte, al di là degli obiettivi di tutela della salute dichiarati, parzialmente o completamente raggiunti (comunque) con assoluto ritardo. Per questo Vendola dovrebbe dimettersi.

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