Essere Glenn Greenwald o giornalista?

Lo scambio di email con Glenn Greenwald pubblicato da Bill Keller ha giustamente innescato una serie di reazioni e riflessioni. L’ex avvocato oggi giornalista attivista in proprio ha rivelato al mondo, grazie al quotidiano britannico The Guardian, ciò che tutti quelli con un po’ di sale in zucca si potevano immaginare. Ovvero, che la più grande potenza militare del mondo non intende mollare la leadership e anche grazie alla conclamata superiorità tecnologica della Silicon Valley ficca costantemente il naso negli affari del resto del mondo.

Il dibattito tra Greenwald e l’ex direttore oggi editorialista del New York Times sul futuro delle notizie ha riportato a galla una questione vecchia quasi quanto il mondo: il giornalismo dovrebbe attenersi a un modello pur ideale di obiettività e indipendenza o immergersi senza esitazioni nel mare magnum della conversazione tra miliardi di ego generata dai new media? Quindi, provare a rendersi più sexy schierandosi nel condurre battaglie, anche se questo significa mettere in crisi la parte di mondo in cui si vive?

Secondo Greenwald la grande stampa è generalmente, come minimo, noiosa se non, peggio, geneticamente filo-governativa. Lui invece è IL gran figo che salverà il mondo dal Grande Fratello. Beh, le cose potrebbero stare così, ma anche no. Perché se è vero che l’informazione veicolata dagli Old Media ha il grosso difetto di interloquire troppo spesso in maniera ambigua (diciamolo pure, connivente) con le istituzioni (tutte, da quelle politiche a quelle finanziarie e industriali) e a volte perfino di autocensurarsi, producendo l’imbarazzante e controproducente (per la reputazione e le vendite) risultato di insabbiare ciò che andrebbe rivelato, è altrettanto vero che il versante dei moderni Robin Hood della notizia non difetta di aspetti quantomeno poco chiari.

Perché, dico io, sostenere che si è gli unici depositari dell’anelito al bene comune se si mettono in circolazione informazioni segrete di una sola parte? Per definirsi giornalisti investigativi basta che capiti, “once in a lifetime”, tra le mani il dossier la cui pubblicazione fa guarda caso molto comodo ai competitor della suddetta grande potenza militare? Ergo, esporsi con i bandieroni dovrebbe rassicurare chi legge sull’onestà cristallina di chi diffonde segreti o anche solo corrispondenze private con una tempistica stabilita non si capisce in base a quali criteri?

Infine, a quando, per dire, le rivelazioni sui piani segreti di Al Qaeda? Oppure Greenwald e il suo whistleblower Ed Snowden, l’ex tecnico informatico in forze ai servizi americani scappato con alcuni gigabyte di dati prima in Cina e poi in Russia, non sono in grado di fornircele perché in realtà non sono giornalisti ma gole profonde che si sono messe in proprio nell’era dell’informazione digitalizzata e alla portata di tutti?

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