Un ricordo di Sara Bianchi

Ricordo bene quella mattina di quindici anni fa. Cristina, mia moglie, tornò a casa con il risultato dell’esame istologico. Il maledetto neo qualunque era diventato un cancro di quelli svelti, di quelli che non ti danno tempo. Soprattutto se hai solo 32 anni. Ricordo bene come mi sentii gelare il sangue e accartocciare lo stomaco. È una di quelle sensazioni appiccicose, che non ti si tolgono più di dosso. Uno di quei film che poi ti passano davanti agli occhi quando meno te lo aspetti. Perché capita a molte altre persone. E di queste molte, alcune ti sono troppo vicine per essere ignorate.

Operazione fulminea. Lo prendemmo per i capelli e lo gettammo lontano, quel mostro. Ma segnò la nostra vita, le nostre scelte, per i dieci anni a venire e per sempre. Cristina mi racconta ancora quello che (a lei che chiedeva di sapere senza sconti) le dissero all’Istituto dei Tumori di Milano: potresti soffrire per niente o moltissimo, potrebbe essere più rapido di quanto tu possa immaginare. Vi risparmio altri particolari anche perché non ce la faccio.

Oggi, proprio oggi, mi è impossibile non ripensare a quella fase della mia vita. Quando alcuni mesi fa seppi da una collega, Sara Bianchi, che la stessa bestia affamata le aveva portato via 17 linfonodi all’inguine, il sangue mi si gelò ancora. Perché certe storie sono cicatrici. E le cicatrici si fanno sentire, eccome. Sono lì a dirti che non puoi fare finta di niente, che non è vero che è tutto come prima.

Avrei voluto abbracciarla, Sara, quando mi disse dell’operazione. Non lo feci perché, pur condividendo lo stesso lavoro e la stessa redazione al Sole 24 Ore, l’online, dal 2005, non sempre ci eravamo presi per il verso giusto. Io, del resto, sono sempre stato più battitore libero e meno incline alla mediazione di quanto lo fosse lei, che nel sindacato ha detto la sua proprio per questo. Che amasse mediare non significa che poi non parlasse chiaro o si acquattasse nelle pieghe del potere. Macché. Sara era forte, uno spirito libero come pochi, amava e rispettava profondamente la libertà di espressione di ciascuno. In fin dei conti, mettendo le briglie ai riottosi, se ne prendeva cura.

Era una donna intelligente come poche. Capì perfettamente che cosa temevo per lei. Sapeva che ci ero passato. E forse sapeva anche che nel suo caso non avevano fatto in tempo.

Negli ultimi mesi non abbiamo quasi mai parlato. L’estate, le ferie, i ritmi incessanti del desk. Tre settimane fa o giù di lì l’ho rivista in redazione. Ancora bella, elegante, presente alle cose da fare, partecipe dei progetti della redazione, la rinascente tv del sito del Sole. In fondo una beffa, un’altra, visto che lei – anchorwoman di razza misteriosamente mai premiata con l’approdo a un grande Tg – al Sole ci era arrivata per fare una tv e gliel’avevano chiusa, anni fa.

Sara, dicevo, le ultime volte che ci siamo incrociati mi guardava e mi salutava serena, come sempre. Sembrava che mi dicesse: “È andata così e non ci si può fare un bel niente”. Però, quando mi hanno telefonato, ieri sera, sono rimasto lo stesso senza fiato. E ho scritto queste poche righe per convincermi che sia successo veramente. Perché è successo, maledizione. Ciao, Sara.

Schermata 2013-10-13 alle 14.28.00

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