Italiani più ricchi dei tedeschi? Balla spaziale

La ricerca diffusa dalla Banca centrale europea sulla ricchezza delle famiglie nell’area euro ha parzialmente rilanciato la tesi secondo cui gli italiani (qui l’articolo del Sole 24 Ore) sarebbero dei paperoni al confronto dei tedeschi. Grazie al patrimonio immobiliare, soprattutto, perché il reddito medio nell’ex Belpaese è nettamente più basso.

Ergo qualcuno, tra Berlino, Francoforte e Bruxelles, potrebbe farsi venire in mente che hanno ragione i buontemponi di Commerzbank, secondo i quali una tosatura del 15% dei conti correnti (Cipro-style) non sarebbe poi un’eresia se si vuole alleggerire il fardello del debito italiano che, ohibò, mette a repentaglio la zona euro.

Ora, anche i sassi sanno che leggere i dati sulla ricchezza degli italiani è un esercizio audace. Uno dei capisaldi, però, è la pessima redistribuzione: a fine 2010 il 10% più ricco delle famiglie possedeva il 46% del totale, mentre la metà più povera metteva insieme meno del 10 per cento. Dati Bankitalia. Nella ricerca Bce si dice che nell’area euro il 10% dei redditi si assicura il 31% dei guadagni totali. Non è proprio la stessa cosa ma lascia intravedere uno squilibrio meno accentuato.

Badate, anche in Germania le disuguaglianze sono aumentate. Che i ricchi sappiano farsi bene i propri affari è leitmotiv globale. E però il livello di welfare e servizi pubblici tedeschi assicura ancora una qualità della vita tuttora non paragonabile al poco e nulla che c’è in Italia (Beppe Grillo, non a caso, mette nel suo programma un reddito di cittadinanza che, causa debito pubblico e capestri europei, non ci possiamo permettere).

Secondo, e questo a onor del vero lo studio Bce lo dice, in Italia il risparmio è finito nel mattone (che ha vissuto la sua fase euforica da inizio a poco dopo metà anni Duemila, prima che in Germania) più che in ogni altro asset finanziario. Evidenza macroscopica, al punto che perfino il candidato del centrosinistra per il Campidoglio, Ignazio Marino, propone di modulare l’Imu sulla base della ricchezza reale e non della rendita catastale.

A ben vedere, scorrendo i dati (qui trovate la ricerca Bce completa) e guardando alla struttura del campione si capisce subito che qualcosa che non torna. Gli italiani sono proprietari di immobili in proporzione nettamente più ampia dei tedeschi (circa 69% contro 44%), ma in molti meno (51,8% contro 58,7%) vantano uno status lavorativo dipendente o autonomo (poi c’è il sommerso, eh…).

Il livello di istruzione – che, nonostante la crisi, conta non poco nell’ottenimento di un lavoro meglio retribuito – è un’altra spia di come la fotografia rischi di essere fuori fuoco: l’88% degli italiani si ferma al livello primario (ben 53%) e secondario, solo l’11% va oltre. In Germania la proporzione è 69 (ma al livello primario si ferma solo poco meno del 13%) a 31.

Per inciso, ma anche questa non è una sorpresa, i dati italiani sono sovrapponibili, guarda caso, a quelli di altri paesi mediterranei come Grecia, Spagna e Portogallo. Esecrabili cicale, direbbero a Berlino.

Gli stessi ricercatori, peraltro, sottolineano come nella raccolta dei dati hanno registrato differenze di non poco conto tra i diversi metodi nazionali. Inoltre, ammettono, i proprietari di case, specie quelli con un mutuo da pagare, possono nascondere meno la propria “ricchezza” di chi ha puntato più su altri asset finanziari. Eh già. E dove ce ne sono di più? Risposta esatta.

Se si guarda alla ricchezza finanziaria non legata al mattone, poi, salta all’occhio che i tedeschi sono messi molto meglio grazie a investimenti in fondi comuni e, soprattutto, pensioni complementari (27% degli asset finanziari delle famiglie contro il misero 9% italiano), nota assai dolente a Sud delle Alpi e ferita ancora più sanguinante dopo la riforma Fornero. Visto, oltretutto, che la propensione al risparmio si è dimezzata in un decennio.

Altri dati che dovrebbero mettere in difficoltà certa propaganda tedesca sulla presunta maggior ricchezza degli italiani sono quelli che indicano quanto e dove pesa maggiormente il debito sui redditi delle famiglie. Risposta-conferma: innegabilmente (50% contro 37%), più in Italia che in Germania. Tra l’altro, anche per effetto della differenza dei tassi d’interesse proposti dalle banche, quando e se accordano prestiti o mutui.

Ma questo è un altro capitolo e se volete leggetevi che ne pensa George Soros sull’opportunità di passare alla fase successiva: eurobond e debito in comune o uscita della Germania dell’euro. Altro che modello Cipro.

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