Marò, (almeno) sei cose da chiarire

Vicenda marò, giornata movimentata. Soprattutto grazie all’informativa del governo, ben testimoniata su #opencamera. Il ministro Giulio Terzi ha dato le dimissioni nel pieno della sua relazione, in aperta polemica con il resto dell’esecutivo. Giorni fa, su questa storia complicatissima, ho avuto un vivace scambio di opinioni via twitter con @mazzettam. Utilissimo. Questa mattina ho avuto una lunga conversazione via skype con @majunteo, alias Matteo Miavaldi, che sul caso ha indagato non poco. Basta leggersi la ricca sezione marò su Chinafiles.

Ora, sollevato dal fatto che il rischio della pena di morte non esisterebbe e che, con grande probabilità, se condannati i due marò potrebbero comunque tornare in Italia, una mia idea me la sono fatta e cerco di riassumerla in pochi punti.

Primo. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non avrebbero dovuto essere in servizio sulla petroliera Enrica Lexie quel 15 febbraio 2012. Enormemente più corretto sarebbe stato che al posto di militari del San Marco, come sciaguratamente stabilito da una legge del 2 agosto 2011 (con il governo Berlusconi ormai agli sgoccioli), ci fossero stati dei contractor. Nave commerciale, personale privato per la sicurezza.

Questo pasticcio tutto italiano ha provocato (ne parla con competenza e chiarezza oggi sulla Stampa l’ex ambasciatore a Teheran e a New Delhi, Roberto Toscano) una serie di errori madornali nella fase iniziale della vicenda, con conflitti tra armatore e Marina su quel che andava fatto e quel che non andava fatto in risposta alle richieste delle autorità costiere indiane dopo lo scontro a fuoco. Un mea culpa in merito credo di non averlo mai sentito.

Secondo. Il nodo cruciale è però un altro. Il fuoco contro il peschereccio Saint Antony è stato aperto (l’Italia non ha mai negato che questo sia veramente accaduto e le famiglie dei due pescatori uccisi sono state risarcite, ritirando poi l’accusa) nella cosiddetta Zona Contigua, a 20.5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, come da rilevazioni satellitari. Di fatto, acque internazionali.

Purtroppo, come mi ha ben spiegato Miavaldi “in India il Maritime Zone Act del 1976 estende la giurisdizione alla zona contigua al fine di mantenere la ‘sicurezza della Nazione’. In aggiunta, secondo la section 188a del codice di procedura criminale indiano – introdotta tramite notificazione dal governo –  la giurisdizione è estesa addirittura fino alle 200 miglia nautiche, come negli Stati Uniti durante il proibizionismo e attualmente al largo delle coste della Cina”.

Insomma l’India ha firmato con riserva la Unclos – la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare – e sul punto vuole fare storia a sé. Certamente la cosa è materia per un arbitrato internazionale. Almeno su questo il ministro Terzi (ora ex) aveva ragione.

Terzo. Circa la correttezza delle indagini sono state offerte diverse versioni, alcune più patriottiche, altre meno. Non sto qui a sindacare, è stato già scritto molto. Non prendo le parti di nessuno, potete documentarvi e farvi una vostra idea. Miavaldi mi ha fatto notare, però, come lo stesso sottosegetario Staffan de Mistura abbia dichiarato che la perizia tecnico-scientifica sulle armi sequestrate a bordo della Enrica Lexie sia stata “trasparente”. E’ un punto non da poco, visto che molta stampa italiana ha sostenuto, anche con articoli pubblicati sul giornale per cui lavoro, il Sole 24 Ore, una storia molto diversa. Ricordo che pochi giorni fa la Procura della Repubblica di Roma ha inoltrato una seconda rogatoria internazionale all’India per avere accesso alle prove.

Quarto. Segnalo solo che, a quanto è dato sapere (lo racconta ancora Matteo Miavaldi nel suo dossier su Chinafiles) il peschereccio non esponeva alcuna bandiera. Cosa che potrebbe avere determinato, oltre all’impossibilità di comprendersi (i pescatori parlavano malayam e non inglese), il precipitare degli eventi. Nessuno, peraltro, ha mai parlato di reazione inconsulta o ingiustificata o eccessiva dei marò. Ma questo andrà appurato in sede processuale.

Quinto. Interessante sottolineare che la Corte speciale di New Delhi che giudicherà i fatti non è un tribunale istituito per punire i marò ma un organo al quale il cosiddetto Centro dell’Unione indiana, ovvero lo Stato centrale, ricorre quando avoca a sé la competenza sui procedimenti avviati dai singoli stati. E’ già stato fatto al proposito l’esempio, calzante, della giustizia federale Usa opposta a quella dei singoli stati dell’Unione. Fbi contro sceriffi, per capirci. Nulla di strano, di anomalo, di vessatorio nei confronti dei due fucilieri italiani.

Sesto. Da ultimo (ci sarebbero tantissime altre questioni, dalla lungaggine tipica della burocrazia indiana intrecciata con le ragioni politiche legate alla figura di Sonia Gandhi, fino agli infiniti pasticci della diplomazia italiana, ma mi limito solo alle più controverse) le limitazioni imposte all’ambasciatore italiano Daniele Mancini. L’immunità diplomatica non avrebbe mai potuto essere messa in discussione. L’India ha corso sul filo del rasoio, rischiando un gravissimo incidente diplomatico. Insomma, solo e soltanto minacce, comunque in violazione della Convenzione di Vienna. (post aggiornato alle 16,11 del 26 marzo 2013)

India Ship Firing

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