Serra, le Cayman e la politica

Davide Serra, gli hedge fund e le Cayman. Duro lavoro che frutta commissioni per quasi 17 milioni di sterline in un paio d’anni. Buon per lui, non sono in molti a potersi godere guadagni tanto lauti. Anche, mi permetta Serra, con altrettanto duro lavoro. Non è il caso di fare gli invidiosi, però. Le Cayman, in sé, non sono il vero problema.

Del resto, che colpa ne ha Serra se le regole della finanza internazionale consentono di muovere quattrini ai quattro angoli del pianeta e magari di scommettere contro – di shortare, direbbero i tecnici – i titoli di stato (e dunque i servizi pubblici, la sanità, le pensioni) di un determinato Paese per renderlo più debole e più povero. Di farlo affogare nell’acqua del suo debito, quel Paese. Debito colpevolmente esploso in anni spensierati, ma fino all’altro ieri distrattamente lasciato a ristagnare attorno al 120% del Pil senza che la cosa disturbasse troppo i mercati.

Muovere i quattrini nel supremo interesse degli investitori. Questo, detto molto rozzamente, è finanza. Talvolta – è il caso dell’attacco ai titoli di Stato dei Paesi cicala e pertanto rei, secondo una certa narrativa cara ai fogli d’informazione d’Oltremanica e d’Oltralpe) – arricchendosi del tutto lecitamente e rapidamente. Non che per forza il giovane e audace finanziere italiano prestato alla City di Londra debba essere tra coloro che hanno orchestrato la rapida ascesa dello spread tra BTp e Bund nell’estate del 2011, con tutto quel che ne è seguito. Non sia mai detto. Magari, al contrario, è tra coloro che hanno sostenuto la domanda dei titoli italiani quando tutti, ma proprio tutti, anche diverse banche italiane, cercavano di sbarazzarsene almeno un po’.

Né sia detto, per tornare alle sue argomentazioni sulle battute piuttosto grossolane (“Banditi tra virgolette, certa finanza non è trasparente”) del segretario del Pd Pierluigi Bersani, che Serra abbia torto a rinfacciare al navigato politico italiano una qualche corresponsabilità di Casta a proposito dell’evasione fiscale da record che negli ultimi decenni ha alimentato, insieme alla corruzione capillare, la spirale del debito pubblico.

Match pari, allora? Non proprio. Le sacre regole della finanza valgano nei circoli finanziari, non in politica. Soprattutto se la riservatezza concessa (fin troppo generosamente) a chi ama frequentare i paradisi fiscali diventa pretesto per una nuova cifra stilistica: cene semi-carbonare, in centro a Milano, di cui è protagonista un aspirante candidato premier.

Davide Serra, fondatore e managing partner del fondo Algebris

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